A nove giorni dal voto del 3 novembre, il modello di Focus America dà ai democratici 97 possibilità su 100 di conquistare la Camera dei rappresentanti e 74 su 100 di conquistare il Senato. Le due camere formano il Congresso, il parlamento americano. La Camera si rinnova per intero ogni due anni, il Senato solo per un terzo: quest’anno sono in palio tutti i 435 seggi della prima e 35 dei 100 del secondo. Nella media dei sondaggi sul voto per il Congresso i democratici sono avanti di 8,3 punti.
Alla Camera la proiezione assegna ai democratici 226 seggi tra sicuri e probabili, contro i 175 dei repubblicani, con 34 collegi in bilico. Per la maggioranza ne servono 218. Nello scenario centrale del modello i democratici arrivano a 242 seggi. In nove simulazioni su dieci restano tra 221 e 264. Oggi i repubblicani ne hanno 219 e i democratici 215.
Al Senato i repubblicani hanno 53 seggi, i democratici 47 contando i due indipendenti che votano con loro. Ai democratici ne servono 51, perché in caso di parità a 50 decide il vicepresidente JD Vance, che è repubblicano. Devono quindi guadagnarne quattro. Il modello ne assegna loro 49 tra sicuri e probabili, contro i 45 dei repubblicani, e considera in bilico sei sfide: Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Nebraska e Texas. Nello scenario centrale i democratici arrivano a 52 seggi.
I democratici hanno 74 possibilità su 100 di vincere entrambe le camere e 23 su 100 di vincere solo la Camera. La differenza pesa, perché alcuni dei poteri più importanti appartengono solo al Senato. Il nuovo Congresso si insedierà il 3 gennaio 2027 e resterà in carica per due anni, fino quasi alla fine del mandato di Trump.
Le leggi: molte promesse e due ostacoli
Se i democratici vinceranno la Camera, il loro capogruppo Hakeem Jeffries diventerà speaker, cioè il presidente dell’assemblea, che decide quali leggi arrivano in aula e quando. Jeffries ha già un piano per le prime 100 ore, che il New York Times ha ricostruito parlando con i suoi collaboratori e che abbiamo raccontato ieri. Prevede quattro leggi. La prima ripristinerebbe i sussidi per le polizze sanitarie dell’Affordable Care Act, la riforma sanitaria di Barack Obama nota come Obamacare, scaduti alla fine del 2025. La seconda cancellerebbe i tagli da quasi mille miliardi di dollari a Medicaid, il programma sanitario pubblico per le persone a basso reddito, approvati nel 2025 con la grande legge fiscale dei repubblicani. La terza eliminerebbe i dazi e restituirebbe al Congresso il potere sulla politica commerciale. La quarta ordinerebbe al presidente di chiudere la guerra contro l’Iran o di chiedere al Congresso l’autorizzazione per continuarla.
Sono misure su cui tutti i deputati democratici sono d’accordo e che alla Camera, dove basta la maggioranza semplice, passerebbero quasi certamente. Dopo le prime 100 ore il programma è meno definito. Jeffries ha creato cinque gruppi di lavoro sul costo della vita (casa, sanità, spesa alimentare, benzina e bollette, assistenza ai familiari), ciascuno guidato da un deputato progressista e da uno centrista: quello sulla sanità, per esempio, da Alexandria Ocasio-Cortez e da Terri Sewell dell’Alabama. Tra le altre proposte ci sono crediti d’imposta per chi costruisce case a prezzi accessibili e per le famiglie a basso reddito, l’aumento del salario minimo, nuovi limiti all’ICE, l’agenzia federale che si occupa di immigrazione ed espulsioni, e il divieto per i parlamentari di comprare e vendere azioni.
Al Senato quasi tutte le leggi hanno bisogno di 60 voti su 100 per superare il filibuster, l’ostruzionismo con cui la minoranza può bloccare un testo a tempo indeterminato. Per arrivare a 60 i democratici dovrebbero guadagnare 13 seggi, un risultato che nemmeno i più ottimisti tra loro considerano possibile. Anche una legge approvata da entrambe le camere deve poi essere firmata dal presidente, che può mettere il veto. Per superarlo servono i due terzi dei voti in tutte e due le camere, cioè 290 deputati e 67 senatori, numeri lontanissimi anche in caso di una forte ondata democratica.
Brian Schatz, senatore delle Hawaii destinato a diventare il numero due dei democratici al Senato, ha detto al New York Times che “finché Trump sarà presidente non approveremo leggi progressiste visionarie”. La strategia è far passare alla Camera leggi popolari per mettere in difficoltà i repubblicani del Senato e il presidente. Rahm Emanuel, ex capo di gabinetto di Obama alla Casa Bianca che oggi consiglia i dirigenti democratici e pensa di candidarsi alla presidenza nel 2028, l’ha riassunta così: “Se la firma, vinciamo noi. Se mette il veto, vinciamo noi”.
Su alcuni temi un accordo con i repubblicani è possibile: il divieto di trading azionario per i parlamentari, le regole sull’intelligenza artificiale e sui data center, i fondi per la legge sulla casa approvata quest’estate e l’assistenza all’infanzia. Lo stesso Trump, in un’intervista a Fox News di settembre, ha detto che con i democratici “si fanno accordi”.
La maggioranza democratica alla Camera sarà probabilmente stretta. Con pochi seggi di margine bastano due o tre deputati per bloccare una legge, come hanno sperimentato i repubblicani negli ultimi due anni. Di recente due democratici centristi, Jared Golden del Maine e Marie Gluesenkamp Perez dello Stato di Washington, hanno votato con i repubblicani in un voto procedurale che di solito ogni partito affronta compatto, salvando l’agenda dello speaker Mike Johnson. Nel nuovo gruppo democratico conviveranno i deputati eletti nei collegi in bilico, che decideranno la maggioranza, e alcuni socialisti-democratici eletti nei collegi più sicuri di New York, Detroit, Philadelphia e Denver, che chiedono Medicare for All, la sanità pubblica universale, e l’abolizione dell’ICE.
Le indagini sulla corruzione
Anche senza approvare una sola legge, la maggioranza in una camera dà ai democratici il controllo delle commissioni parlamentari, con più personale, più soldi e soprattutto il potere di emettere mandati di comparizione: ordini con cui il Congresso obbliga una persona a testimoniare sotto giuramento o a consegnare documenti. Oggi le loro richieste restano spesso senza risposta. Ad agosto Jamie Raskin, il democratico più alto in grado nella commissione Giustizia della Camera, ha rinnovato la richiesta di documenti a Jared Kushner, genero del presidente, sul suo doppio ruolo di consigliere informale di politica estera e di capo di un fondo d’investimento che fa affari con governi stranieri. Kushner aveva ignorato la prima richiesta e non era obbligato a rispondere. Con la maggioranza lo sarebbe.
Le prime indagini potrebbero partire già a febbraio. Robert Garcia, che guiderebbe la commissione di Vigilanza della Camera (Oversight, quella che controlla l’operato del governo), ha indicato cinque priorità: gli affari della famiglia Trump, la gestione dei documenti sul caso Epstein, le operazioni dell’ICE, i profitti delle aziende vicine all’amministrazione e la politica sui vaccini del ministro della Salute Robert F. Kennedy Jr. Garcia ha detto all’Atlantic di tenere nella sua casa di Long Beach una lavagna con “l’elenco aggiornato delle cose più corrotte che la famiglia Trump ha fatto”. Raskin vuole partire dall’industria delle grazie presidenziali nata intorno al presidente, dagli appalti assegnati senza gara e dai flussi di criptovalute verso la famiglia Trump.
Tra i casi già aperti c’è l’aereo da 400 milioni di dollari regalato al presidente dal Qatar. La festa per il matrimonio di Donald Trump Jr. è stata pagata in parte da Umar Kremlev, un imprenditore russo vicino al Cremlino. A maggio il dipartimento di Giustizia ha chiuso con un accordo la causa da 10 miliardi di dollari intentata dal presidente contro l’IRS, l’agenzia delle entrate americana, e l’accordo vieta all’agenzia di controllare le dichiarazioni dei redditi passate di Trump, dei suoi familiari e delle sue aziende. Dalle iniziative sulle criptovalute il presidente ha guadagnato più di 1,2 miliardi di dollari. Secondo Politico, i democratici delle commissioni che si occupano di fisco e finanza si preparano a uno scontro con il segretario al Tesoro Scott Bessent anche sull’uso dei dati fiscali per le espulsioni e sullo smantellamento dell’agenzia federale per la tutela dei consumatori. La corruzione è diventata uno dei temi centrali della loro campagna.
Se vincessero anche il Senato, si aggiungerebbero le indagini dei senatori. I collaboratori di Maggie Hassan del New Hampshire, che guiderebbe la principale commissione di controllo, preparano da mesi l’elenco delle persone da indagare e dei testimoni da chiamare. Ron Wyden, che guiderebbe la commissione Finanze, vuole che i mandati di comparizione si decidano a maggioranza, senza più bisogno dell’accordo con il capo della minoranza.
Far rispettare i mandati sarà difficile, perché l’amministrazione Trump ha già ostacolato gran parte dei controlli. A settembre il GAO, l’ufficio indipendente che verifica i conti e l’operato del governo per conto del Congresso, ha denunciato che sei agenzie federali non hanno collaborato a un’indagine sul DOGE, il dipartimento per l’efficienza guidato da Elon Musk. Nessuna ha voluto nemmeno dire quali membri del DOGE avesse ospitato. Chi ignora un mandato può essere accusato di oltraggio al Congresso, ma a decidere se perseguirlo è il dipartimento di Giustizia, che risponde al presidente. L’alternativa è una causa in tribunale, che rischia di durare più dei due anni della legislatura. Trump può inoltre concedere la grazia ai collaboratori più esposti. Per aggirare il muro i democratici pensano di rivolgersi a terzi: chiedere i documenti alle banche invece che al Tesoro, alle aziende fornitrici invece che alla Casa Bianca. Contano anche sulle testimonianze di informatori interni.
Più di 70 parlamentari democratici hanno chiesto un nuovo impeachment del presidente o il ricorso al 25° emendamento, la norma della Costituzione che permette di sostituire un presidente non in grado di svolgere le sue funzioni. L’impeachment è la procedura con cui la Camera, a maggioranza semplice, mette sotto accusa il presidente o un ministro, che viene poi giudicato dal Senato: per rimuoverlo servono i due terzi dei senatori, cioè 67. Trump è già stato messo sotto accusa due volte nel primo mandato ed è sempre stato assolto. Jeffries ripete che i democratici “non hanno scelto nulla e non hanno escluso nulla”. Alcuni candidati al Senato, come Sherrod Brown in Ohio, si sono detti contrari. Il partito teme di trasformare il presidente in un martire agli occhi dei suoi elettori. In un sondaggio di settembre nei collegi più competitivi, solo il 21 per cento degli elettori voleva un deputato che facesse da contrappeso a Trump, il 35 per cento uno che collaborasse con lui. Più probabile è l’impeachment di qualche ministro, a cominciare dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, per la guerra in Iran non autorizzata dal Congresso, gli attacchi alle imbarcazioni nei Caraibi e la gestione delle informazioni riservate. Contro di lui ha già presentato una richiesta di impeachment anche un repubblicano, Thomas Massie.
Il podcast di Focus America. Lunedì 19 ottobre è uscita la quarta puntata di “Midterm”, il nostro podcast sulle elezioni del 3 novembre: Raffaele Digirolamo e Davide Cocuzzi raccontano Kansas e Nebraska, due Stati che sembravano sicuri per i repubblicani e dove oggi le sfide per il Senato sono aperte. Domani, lunedì 26 ottobre, esce la nuova puntata, dedicata al Texas. Le puntate si ascoltano su Spotify e su tutte le altre piattaforme di podcast.
Bilancio, guerra, dazi e nomine: come si limita il presidente
Lo strumento più forte del Congresso è il bilancio. Ogni anno le leggi di spesa che finanziano il governo federale devono passare da entrambe le camere, quindi basta controllarne una per avere voce sui fondi. I democratici potrebbero inserire nelle leggi da approvare per forza, come quella sul bilancio della Difesa, clausole che vietano di usare soldi pubblici per le operazioni in Iran. Per alcuni di loro è la leva più efficace per fermare la guerra. Il presidente potrebbe però mettere il veto. Senza un accordo si arriverebbe allo shutdown, la chiusura parziale degli uffici federali che scatta quando mancano i fondi. Quest’anno i democratici del Senato hanno già bloccato i fondi per il dipartimento della Sicurezza interna dopo l’uccisione di Alex Pretti da parte di due agenti di frontiera in Minnesota. Ne è seguito uno shutdown parziale durato mesi, con gli addetti ai controlli negli aeroporti senza stipendio per settimane.
Fino al 3 gennaio resterà in carica il Congresso uscente, con la maggioranza repubblicana. In queste settimane, che negli Stati Uniti si chiamano sessione lame duck (”anatra zoppa”), dovrà finanziare il governo oltre l’11 dicembre e alzare il tetto del debito. Il senatore repubblicano dell’Ohio Bernie Moreno ha proposto, in caso di sconfitta, di approvare entro fine anno un’unica grande legge con tutte le priorità del partito.
La guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio insieme a Israele, non è mai stata autorizzata dal Congresso. La War Powers Resolution, una legge del 1973, obbliga il presidente a ritirare le truppe entro 60 giorni se il Congresso non dà il via libera a un’operazione militare. Quei 60 giorni sono scaduti il primo maggio. Con i voti dei democratici e di alcuni repubblicani la Camera ha approvato tre volte una risoluzione per fermare la guerra. A giugno l’ha approvata anche il Senato, ma l’amministrazione l’ha ignorata tra i dubbi sul fatto che sia vincolante. Una maggioranza democratica potrebbe ripetere questi voti, ma senza un modo per imporli.
A febbraio la Corte Suprema ha bocciato i dazi che il presidente aveva imposto usando una legge sulle emergenze economiche. L’amministrazione è passata ad altre norme che le danno ampi poteri, come quella che consente dazi per ragioni di sicurezza nazionale su acciaio, alluminio, auto, rame e legname. Per toglierli il Congresso dovrebbe approvare una nuova legge, esposta al veto. “Abbiamo poteri sui dazi molto solidi”, ha detto il segretario al Tesoro Bessent, secondo cui una Camera democratica potrebbe fare “molto poco” per fermare l’agenda del presidente.
Il Senato ha un potere che la Camera non ha: approva le nomine del presidente. Ministri, ambasciatori, capi delle agenzie federali e giudici federali, nominati a vita, entrano in carica solo dopo il voto favorevole dei senatori. Dal ritorno alla Casa Bianca Trump ha ottenuto la conferma di più di 50 giudici federali e, contando il primo mandato, ne ha nominati quasi un terzo di tutti quelli in servizio. Con un Senato democratico questo flusso si fermerebbe quasi del tutto. Lo stesso varrebbe per i ministri. Se dopo il voto il presidente cambiasse parte del governo, i sostituti dovrebbero passare da un Senato ostile. Il senatore repubblicano Josh Hawley ha previsto che “i giudici non verrebbero confermati, i ministri nemmeno”. La professoressa di diritto Emily Berman ha detto a Wired che i democratici potrebbero anche rifiutarsi di approvare le nomine finché l’amministrazione non collabora alle indagini.
La Corte Suprema ha nove giudici nominati a vita e oggi una maggioranza conservatrice di sei a tre. I due più anziani sono entrambi conservatori: Clarence Thomas ha 78 anni, Samuel Alito 76. Alito ha detto a Bloomberg che resterà almeno fino alla fine di questo anno giudiziario, anche se i democratici vincessero il Senato. Se un posto si liberasse prima del 3 gennaio, il capogruppo repubblicano John Thune ha detto che il Senato uscente lo occuperebbe in fretta, come nel 2020 con Amy Coney Barrett, confermata in meno di un mese. Dopo, un Senato democratico potrebbe lasciarlo vuoto. Dal 1991, quando fu confermato Thomas, nessun giudice della Corte Suprema è stato approvato da un Senato controllato dal partito opposto a quello del presidente. Nel 2016 i repubblicani bloccarono per quasi un anno Merrick Garland, il candidato di Obama. Il capogruppo democratico Chuck Schumer ha promesso di non lasciar passare “giudici MAGA”.
Con un Senato diviso 51 a 49 basterebbe un solo democratico per far mancare la maggioranza. Secondo il Wall Street Journal il più influente sarebbe John Fetterman della Pennsylvania, sempre più vicino ai repubblicani. Secondo il nostro modello c’è poi quasi una possibilità su quattro che i democratici vincano soltanto la Camera. In quel caso avrebbero le indagini e la voce sui fondi, ma nessun controllo sulle nomine.
Che cosa cambia fino al 2028
Con il Congresso in mano ai democratici, Trump passerebbe gli ultimi due anni da anatra zoppa, l’espressione con cui gli americani indicano un presidente che non ha più la forza politica per far approvare le sue proposte. Non potrà ricandidarsi e sarà il presidente più anziano della storia americana. Alla Casa Bianca si teme già una resa dei conti dopo il voto, con licenziamenti e dimissioni. Alcuni ministri potrebbero preferire andarsene piuttosto che affrontare mesi di indagini.
Il presidente conserverebbe comunque gran parte del suo potere. Gli ordini esecutivi, le direttive con cui dà istruzioni alle agenzie federali senza passare dal Congresso, resterebbero in vigore finché una legge non li cancella, ma ogni legge di questo tipo dovrebbe superare il veto. La politica estera, le espulsioni e i dazi decisi per ragioni di sicurezza nazionale continuerebbero a dipendere in larga parte da lui.
Le maggioranze conquistate alle midterm contro un presidente in carica di solito cambiano più l’agenda politica che le leggi. Nel 1994 i repubblicani riconquistarono la Camera dopo quarant’anni con il “Contratto con l’America”, dieci proposte su cui avevano fatto campagna: poche diventarono legge, altre furono fermate dal Senato o dal veto di Bill Clinton. Nel 2006 i democratici vinsero promettendo l’aumento del salario minimo e la fine della guerra in Iraq, che arrivò solo anni dopo. Dopo le midterm del 2018 la Camera democratica guidata da Nancy Pelosi passò due anni a indagare su Trump e lo mise sotto accusa, senza riuscire a rimuoverlo.
I due anni di maggioranza servirebbero ai democratici anche come prova generale per le presidenziali del 2028. La corsa per la candidatura comincerà subito dopo il voto: molti possibili candidati usano già le midterm per prepararsi. Lo stesso Trump ha rimandato a dopo il 3 novembre la scelta se appoggiare Vance. Il partito dovrà decidere se cercare accordi con il presidente su misure più piccole o tenere aperti i temi su cui fare campagna nel 2028, come i tagli a Medicaid. La senatrice del Michigan Elissa Slotkin ha avvertito che le midterm sono di solito “un voto di protesta contro chi è al potere” e che una vittoria non vorrebbe dire che gli americani hanno ricominciato ad amare i democratici. Schatz ha riassunto così che cosa potrebbe fare un Congresso democratico con un presidente repubblicano: “Se ci darete il potere, in alcuni casi annulleremo le sue decisioni, gli impediremo di prendere decisioni terribili e in altri casi lo rallenteremo”.
La notte elettorale in diretta. La notte tra martedì 3 e mercoledì 4 novembre seguiremo lo spoglio in diretta dalle 23, le 17 a Washington, a oltranza, su YouTube, Facebook e X. I primi seggi chiudono a mezzanotte, ora italiana, e i risultati delle sfide decisive per Camera e Senato arriveranno nel corso della notte. Fino al voto il nostro modello si aggiorna ogni giorno.


