Negli ultimi giorni si è tornati a parlare molto di pena di morte negli Stati Uniti. A riaprire la discussione è stato il caso di Christa Pike, sopravvissuta alla somministrazione di due dosi di un farmaco letale durante un tentativo di esecuzione in Tennessee. È un tema che da tempo divide il paese e sul quale la sensibilità è cambiata parecchio nel corso degli anni. Il sostegno si è infatti ridotto rispetto alla fine del XX secolo, quando era molto ampio. In quel periodo, e ancora nei primi Duemila, anche i Democratici presentavano la pena capitale come uno strumento di lotta alla criminalità e ne rivendicavano l’estensione ad altri reati gravi.
Durante la campagna elettorale del 2008, per esempio, Barack Obama criticò la sentenza della Corte Suprema che escludeva la pena di morte per lo stupro di minori quando la vittima fosse rimasta in vita. Lo stesso Obama, da presidente, espresse poi forti dubbi e, in un’intervista al Marshall Project del 2015, richiamò gli errori giudiziari, le disparità razziali e le esecuzioni fallite, senza però schierarsi per l’abolizione. Ma come funziona oggi la pena di morte negli Stati Uniti, e perché la sua applicazione cambia tanto da uno Stato all’altro?
Come sono cambiati i limiti della pena di morte
La Costituzione americana contempla la pena di morte, ma pone dei limiti al potere di applicarla. Il Quinto emendamento fa riferimento ai reati capitali e stabilisce che nessuno possa essere privato della vita senza un regolare procedimento legale. Il rispetto di questa garanzia, però, non basta a rendere ammissibile una condanna. Occorre anche rispettare il divieto di pene «crudeli e inusuali» previsto dall’Ottavo emendamento. Attraverso il Quattordicesimo, la Corte Suprema ha esteso questo divieto anche ai singoli Stati, come stabilito in Robinson v. California nel 1962. È soprattutto interpretandolo che ha circoscritto, nel tempo, il ricorso alla pena capitale.
Uno dei problemi principali era l’arbitrarietà delle condanne. L’ampia discrezionalità lasciata a giudici e giurie non garantiva criteri sufficienti a giustificare perché alcuni imputati dovessero morire e altri no. Nel 1972, con Furman v. Georgia, la Corte bloccò l’applicazione della pena capitale secondo le procedure allora in uso. Gli Stati che volevano mantenerla dovettero quindi riscrivere le proprie leggi, delimitando i casi nei quali fosse possibile infliggerla. Quattro anni dopo, in Gregg v. Georgia, fu approvato un sistema che guidava questa scelta attraverso criteri più precisi, ma consentiva anche di valutare le attenuanti e le circostanze individuali dell’imputato. Le esecuzioni ripresero così nel 1977.
La Corte ha poi escluso le persone con disabilità intellettiva, con Atkins v. Virginia nel 2002, e quelle che erano minorenni all’epoca dei fatti, con Roper v. Simmons nel 2005, considerando la loro minore responsabilità morale. Ha posto limiti anche per alcuni reati gravissimi. Nel 2008, con Kennedy v. Louisiana, vietò di infliggere la pena capitale per lo stupro di minori quando non avesse causato, né fosse destinato a causare, la morte della vittima. Entro questi vincoli, i singoli Stati possono scegliere se mantenerla o abolirla. Resta prevista anche negli ordinamenti federale e militare.
La situazione nei vari Stati e i numeri
Alcuni Stati hanno rinunciato alla pena capitale molto prima delle sentenze che ne hanno ridefinito i limiti. Il Michigan la abolì già nel 1847, mantenendo soltanto un’eccezione per il tradimento, mentre il Wisconsin seguì pochi anni dopo. Il percorso è proseguito in tempi e contesti diversi, ma ha conosciuto una nuova fase dopo il 2000, con le abolizioni in New Jersey, Illinois e Colorado. Particolarmente significativo è stato il caso della Virginia, che nel 2021 vi ha rinunciato dopo averne fatto largo ricorso anche nell’epoca moderna. Secondo la classificazione del Death Penalty Information Center, oggi gli Stati considerati abolizionisti sono 23, mentre gli altri 27 la conservano.
La presenza nelle leggi, però, non significa che venga effettivamente utilizzata. In California, Oregon, Pennsylvania e Ohio le esecuzioni sono ferme per decisione dei governatori, senza che questo comporti un’abolizione. A questi casi si è aggiunto recentemente il Tennessee, dove lo stop annunciato dopo il tentativo di esecuzione di Christa Pike riguarda il resto dell’anno. Altrove l’inattività dura da decenni anche in assenza di una moratoria. Il Kansas, per esempio, conserva la possibilità di emettere nuove condanne, ma non ne esegue dal 1965.
Di fatto, le esecuzioni si concentrano in pochi territori. Il Texas mantiene il primato nell’epoca moderna, con oltre seicento dal 1982, secondo il registro del Dipartimento penitenziario statale, ma recentemente è stata la Florida a registrarne il maggior numero. Nel 2025 ne ha effettuate 19 sulle 47 complessive, circa il 40% del totale nazionale. Le altre si sono distribuite tra dieci Stati, soprattutto Alabama, South Carolina e Texas, come risulta dall’elenco annuale del Death Penalty Information Center. La stessa tendenza emerge nel 2026. Al 29 settembre, più della metà delle condanne portate a termine nel paese era stata eseguita in Florida, seguita ancora dal Texas.
Le differenze riguardano anche i metodi. L’iniezione letale resta il più utilizzato, con protocolli che possono prevedere un solo farmaco oppure una combinazione di tre. Nel 2025, tuttavia, Alabama e Louisiana hanno eseguito alcune condanne mediante ipossia da azoto, mentre in South Carolina è stata impiegata anche la fucilazione. Alcuni ordinamenti consentono inoltre la sedia elettrica o la camera a gas, spesso come alternative o a determinate condizioni. L’impiccagione sopravvive come possibilità residuale nel New Hampshire, dove l’abolizione non ha cancellato l’unica condanna già esistente.
Nel lungo periodo, il ricorso alla pena capitale si è comunque ridotto. Sulla base dei dati annuali del Bureau of Justice Statistics e del Death Penalty Information Center, negli anni Duemila si eseguivano in media circa sessanta condanne all’anno, scese a trentadue nel decennio successivo e a ventiquattro tra il 2020 e il 2025. Gli ultimi anni hanno però registrato una risalita, dalle 25 esecuzioni del 2024 alle 47 dell’anno seguente. L’aumento ha riguardato interamente i singoli Stati. A livello federale non ci sono state esecuzioni durante la presidenza Biden, la cui amministrazione aveva introdotto una moratoria nel 2021. Con il ritorno di Trump la sospensione è stata revocata, con un memorandum del Dipartimento di Giustizia del febbraio 2025, ma da allora nessuna condanna federale è stata eseguita.
Le disparità e il rischio di errori giudiziari
Il dibattito riguarda però anche il modo in cui si arriva a scegliere chi condannare a morte. Uno dei problemi più discussi è quello delle disparità razziali, che coinvolgono anche il colore della pelle della vittima. Secondo i dati del Death Penalty Information Center, oltre il 75% delle persone giustiziate dalla ripresa delle esecuzioni era stato condannato per l’uccisione di persone bianche. Diversi studi hanno riscontrato una maggiore probabilità di condanna capitale nei casi con vittime bianche anche tenendo conto delle aggravanti, dei precedenti dell’imputato e del numero di persone uccise. Il problema era già documentato nella rassegna Death Penalty Sentencing: Research Indicates Pattern of Racial Disparities, pubblicata nel 1990 dal GAO, l’organismo di controllo del Congresso. A incidere sull’esito del processo è inoltre la qualità della difesa. Quasi tutti gli imputati nei procedimenti capitali non possono permettersi un avvocato. Contano quindi la preparazione del legale assegnato e le risorse disponibili per svolgere indagini o consultare esperti, che possono fare la differenza tra una sentenza di morte e una pena detentiva.
A questi squilibri si aggiunge il rischio di condannare una persona innocente. Dal 1973, il Death Penalty Information Center ha registrato 203 casi di persone condannate a morte e successivamente scagionate dalle accuse che le avevano portate nel braccio della morte. Di queste, 109 erano nere, poco più della metà. Le ricostruzioni dei casi di condanne ingiuste mostrano come all’origine possano esserci testimonianze false, prove scientifiche inaffidabili, assistenza legale inadeguata e condotte scorrette degli investigatori o dell’accusa. Nuove indagini e il riesame dei procedimenti hanno permesso di correggere questi errori, talvolta dopo anni di detenzione.
Come è cambiato il consenso
Il sostegno degli americani alla pena capitale è ancora maggioritario, ma si è molto ridimensionato. Nel sondaggio Gallup del 2025, il 52% degli intervistati si dichiarava favorevole per le persone condannate per omicidio, contro l’80% del 1994. Conta però anche come viene posta la domanda. In una diversa rilevazione Gallup del 2019, quando si chiedeva di scegliere fra la condanna a morte e l’ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale, il 60% preferiva quest’ultimo e il 36% l’esecuzione.
Il calo ha riguardato soprattutto i Democratici e gli indipendenti, mentre tra i Repubblicani il consenso resta molto elevato. Nella rilevazione Gallup del 2025 era favorevole l’81% di chi si identificava con il Partito Repubblicano, contro il 32% dei Democratici. Anche le posizioni del Partito Democratico sono cambiate rispetto agli anni in cui rivendicava l’ampliamento della pena capitale. Il programma del 2020 sosteneva esplicitamente l’abolizione. Quello del 2024, però, non ha ripreso quell’impegno né affrontato il tema.
Stasera, alle 21.00, inoltre saremo in diretta su YouTube per parlare dei sondaggi a 30 giorni dal voto.


