Come funziona la polizia anti immigrazione americana
Nel numero di questa settimana approfondiamo la gestione dell'immigrazione da parte di Trump
L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è oggi una delle principali agenzie attraverso cui lo Stato federale statunitense esercita le proprie funzioni in materia di immigrazione, applicazione delle leggi e sicurezza interna. Inserita nel Department of Homeland Security, l’ICE non coincide né con una polizia di frontiera né con un organo giudiziario, ma opera come un apparato esecutivo con competenze che si collocano tra l’applicazione amministrativa delle norme e l’attività investigativa penale. In questo assetto, l’agenzia dispone di ampi margini di discrezionalità operativa, mentre il controllo giudiziario interviene prevalentemente in una fase successiva alle azioni di applicazione della legge. Il fulcro investigativo è l’Homeland Security Investigations (HSI), una delle maggiori strutture investigative federali per dimensioni, seconda solo all’FBI per numero di agenti speciali. L’HSI è incaricata di applicare oltre quattrocento leggi federali e il suo mandato si estende ben oltre l’immigrazione, includendo il contrasto al traffico di droga e di armi, alla tratta di esseri umani, allo sfruttamento minorile, ai crimini informatici, al riciclaggio, alle frodi commerciali e ai furti di proprietà intellettuale. A questa funzione si affianca una proiezione internazionale strutturata, con una rete di oltre sessanta uffici all’estero, finalizzata a colpire le reti criminali lungo le loro filiere prima che raggiungano il territorio statunitense.
Sul piano operativo, l’ICE dispone inoltre di unità tattiche specializzate — le Special Response Teams — dotate di equipaggiamento tattico pesante e mezzi blindati, impiegate in operazioni ad alto rischio, nella protezione di obiettivi sensibili e durante eventi di rilevanza per la sicurezza nazionale, completando così un profilo istituzionale che combina investigazione, applicazione delle norme e capacità coercitiva all’interno del quadro giuridico del Department of Homeland Security. Accanto a questa struttura agisce Enforcement and Removal Operations (ERO), il ramo più visibile e politicamente sensibile dell’ICE, incaricato di gestire l’intero ciclo della deportazione: identificazione, arresto, detenzione e rimpatrio.
Attraverso programmi come Secure Communities, le impronte digitali raccolte dalle forze di polizia locali vengono automaticamente incrociate con i database federali; in caso di corrispondenza, l’ICE può prendere in custodia la persona direttamente dal carcere locale, spesso prima ancora che il procedimento penale ordinario si concluda. La detenzione avviene in una rete mista di centri federali e strutture private convenzionate, mentre i rimpatri sono organizzati logisticamente dall’ICE Air Operations. Il risultato è un sistema formalmente civile che produce effetti materiali comparabili a quelli del diritto penale. Proprio per questa estesa attività di enforcement sul territorio e per l’impiego di tattiche aggressive — comprese operazioni di vasta scala che hanno suscitato proteste, cause legali da parte di Stati e città e critiche per arresti senza mandato, presunti profili razziali e impatto sulle comunità locali — l’azione dell’ERO è diventata negli ultimi mesi il principale oggetto di controversia e dibattito pubblico negli Stati Uniti. Questa dimensione critica sarà approfondita nella sezione seguente.
La storia dell’ICE
L’Immigration and Customs Enforcement nacque nel 2003 come prodotto diretto della riorganizzazione istituzionale successiva agli attentati dell’11 settembre. La dissoluzione dell’Immigration and Naturalization Service e il trasferimento delle sue funzioni all’interno del Department of Homeland Security segnarono un passaggio decisivo: la gestione dell’immigrazione venne ricollocata stabilmente nel perimetro della sicurezza nazionale. In questa fase iniziale, l’ICE operò soprattutto sul versante investigativo e doganale, ereditando competenze legate al contrasto dei traffici illeciti e alla tutela delle frontiere interne, e mantenne un profilo relativamente basso sul piano politico e mediatico. La deportazione costituì già uno strumento centrale dell’azione dell’agenzia, ma non rappresentò ancora l’elemento identitario attorno a cui si strutturò la sua immagine pubblica.
Durante le amministrazioni di Barack Obama, l’agenzia conobbe però una fase di forte espansione operativa e di consolidamento istituzionale. Tra il 2009 e il 2016 vennero effettuate oltre 2,4 milioni di espulsioni, un dato senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti; non è un caso che il presidente si guadagnò in quegli anni l’appellativo di “Deporter-in-Chief”, attribuitogli da settori del mondo accademico, dai movimenti per i diritti dei migranti e da una parte consistente della stampa critica. Questo risultato fu in parte riconducibile a modifiche nei criteri di contabilizzazione introdotte già negli anni precedenti, ma rifletté anche una scelta politica precisa: rafforzare l’applicazione delle norme sull’immigrazione per costruire, sul piano interno, le condizioni di legittimità di una riforma complessiva del sistema che tuttavia non venne mai approvata dal Congresso. In questo contesto, una quota significativa delle persone rimpatriate non presentò precedenti penali, mentre la maggioranza delle condanne riguardò reati di lieve entità. Fu in questi anni che l’ICE si stabilizzò come infrastruttura permanente dello Stato federale, normalizzando il ricorso alla detenzione amministrativa e alla deportazione come strumenti ordinari di governo della mobilità.
Il primo mandato di Donald Trump segnò una rottura rispetto a questo assetto. L’ICE non venne soltanto potenziata sul piano delle risorse e delle competenze, ma fu progressivamente trasformata in un dispositivo simbolico della politica migratoria federale. Le priorità operative vennero sostanzialmente eliminate e la condizione di irregolarità amministrativa divenne, di per sé, sufficiente a giustificare l’intervento. L’agenzia venne incoraggiata ad agire con elevata visibilità, attraverso operazioni sul territorio che inclusero luoghi di lavoro, comunità locali e spazi tradizionalmente considerati sensibili. Questo generò una serie di proteste, fra cui il movimento “Occupy ICE”, che crebbe progressivamente, in modo spontaneo, dando vita a manifestazioni in gran parte del Paese.
Com’è cambiata nel secondo mandato di Trump
È soltanto nel corso di questo mandato, però, che la politicizzazione dell’agenzia ha raggiunto i suoi livelli più elevati. Fin dal ritorno alla Casa Bianca, infatti, il presidente ha manifestato la volontà di adottare una linea di estrema durezza sul tema dell’immigrazione, incaricando l’ICE di condurre operazioni su larga scala finalizzate all’individuazione e all’arresto di migranti irregolari. Questa intensificazione operativa è stata accompagnata da una strategia legale particolarmente aggressiva, volta ad aggirare i tribunali e i ricorsi che in precedenza avevano rallentato o bloccato le espulsioni. In questo quadro, l’amministrazione ha fatto ricorso all’Alien Enemies Act del 1798, una legge concepita in un contesto di guerra che attribuisce al presidente poteri straordinari nei confronti di soggetti ritenuti appartenenti a forze ostili, consentendo procedure di detenzione ed espulsione al di fuori delle garanzie ordinarie previste dal diritto dell’immigrazione. Attraverso questa norma, alcune organizzazioni criminali straniere — come la gang venezuelana Tren de Aragua — sono state qualificate come minacce ostili, permettendo di bypassare le udienze standard e di accelerare le deportazioni, anche verso strutture detentive situate all’estero. La recente giurisprudenza federale, incluso il caso Trump v. J.G.G., ha contribuito a restringere ulteriormente gli spazi di ricorso, favorendo lo spostamento del contenzioso verso corti considerate più favorevoli all’esecutivo.
Per farlo, l’amministrazione Trump ha anche aumentato notevolmente i fondi destinati all’ICE e all’applicazione delle norme sull’immigrazione, sfruttando l’approvazione del cosiddetto One Big Beautiful Bill Act, un pacchetto di spesa che ha stanziato decine di miliardi di dollari per estendere le capacità operative, assumere migliaia di nuovi agenti e finanziare detenzioni e deportazioni su grande scala. In base a quanto previsto dalla legge, il finanziamento all’Immigration and Customs Enforcement è passato da circa 10 miliardi di dollari a oltre 100 miliardi entro il 2029, con decine di miliardi destinati all’assunzione di nuovi operatori, all’espansione dei centri di detenzione e al supporto delle attività di enforcement sul territorio nazionale. In questo periodo, come ha sottolineato Reuters, sono cresciute anche le tensioni e le violenze legate agli arresti sul campo: nelle principali città governate dai Democratici, dove negli anni precedenti si erano adottate politiche più difensive nei confronti delle comunità di immigrati, gli agenti federali non si sono sottratti all’impiego di forza fisica, pistole puntate verso chi cercava di fuggire, gas lacrimogeni e altri strumenti di controllo, con immagini diffuse dai media che mostrano agenti e reparti federali che affrontano resistenza e manifestanti durante le retate.
Due dei casi più emblematici dello scorso anno sono stati i grandi blitz a Chicago e in California. In quest’ultimo caso, tra la tarda primavera e l’estate, la California — e in particolare Los Angeles — è diventata uno dei principali teatri di protesta contro l’azione dell’amministrazione: dopo una serie di retate in diversi punti della città (fra cui un Home Depot nell’area di Westlake e alcune attività commerciali), si sono verificati scontri fra manifestanti e agenti federali, e in serata si sono formati presìdi anche davanti al Metropolitan Detention Center; a quel punto il Los Angeles Police Department ha dichiarato in più momenti l’assemblea “illegale” e ha ordinato lo scioglimento dei cortei, mentre la gestione dell’ordine pubblico è rapidamente diventata un tema politico in sé — con la sindaca Karen Bass che ha condannato le tattiche delle retate e, nei giorni più tesi, ha dichiarato lo stato di emergenza locale e introdotto un coprifuoco nell’area centrale.
Lo scontro è diventato apertamente istituzionale quando la Casa Bianca ha deciso di dispiegare la National Guard senza consultare le autorità statali: all’alba del 9 giugno, Gavin Newsom ha annunciato l’intenzione di fare causa all’amministrazione Donald Trump, definendo la scelta “illegale e immorale”, e poche ore dopo il procuratore generale della California Rob Bonta ha depositato il ricorso presso la corte federale del Northern District of California, assegnato al giudice Charles Breyer; la richiesta di un provvedimento d’urgenza si è fondata su un argomento politicamente sensibile — la federalizzazione della Guardia, secondo Sacramento, violava la sovranità statale, sottraeva risorse e contribuiva ad alimentare le tensioni anziché contenerle — mentre Washington ha replicato bollando l’azione come una mossa politica e sostenendo che la decisione presidenziale non fosse sindacabile dai tribunali. Il 12 giugno Breyer ha però accolto la tesi californiana con un’ordinanza restrittiva temporanea, bloccando il dispiegamento e restituendo il controllo della Guardia a Newsom in attesa delle udienze successive, sostenendo che il presidente non disponesse dell’autorità statutaria necessaria e che l’intervento violasse il Decimo Emendamento; poche ore dopo, la Ninth Circuit Court of Appeals ha sospeso l’efficacia dell’ordine e fissato un’udienza, segnalando che il conflitto si era ormai spostato dal terreno dell’ordine pubblico a quello dei rapporti tra Stato federale e Stati. La vicenda si è chiusa solo mesi più tardi, quando Breyer ha stabilito nel merito che l’amministrazione Trump aveva violato il Posse Comitatus Act, leggendo l’uso della Guardia e la retorica sull’impiego di truppe interne come un tentativo di concentrare il controllo della forza nelle mani dell’esecutivo.
quando Renee Good, poetessa e madre di 37 anni, è stata uccisa a Minneapolis da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement durante un’operazione federale. Fin dalle prime ore successive alla sparatoria, l’amministrazione Donald Trump ha imposto una lettura netta dell’accaduto: la ministra della Sicurezza interna Kristi Noem, intervenendo pubblicamente da Brownsville, ha definito l’episodio un atto di “terrorismo domestico”, sostenendo che Good avesse tentato di investire gli agenti, una ricostruzione ripresa a stretto giro dalla Casa Bianca e rilanciata dallo stesso Dipartimento della Sicurezza Interna sui social. Questa rapidità nel fissare una verità ufficiale, prima ancora dell’avvio formale delle indagini, ha però aperto una frattura immediata: anche all’interno del Partito repubblicano sono emerse perplessità, come quelle del senatore Thom Tillis, che ha giudicato “inusuale” e improprio che un alto responsabile politico traesse conclusioni definitive mentre la scena era ancora sotto esame. Secondo l’analisi di video disponibili, incluse riprese dell’agente stesso e filmati di passanti, la donna è stata colpita dall’agente mentre il suo veicolo si allontanava e non mentre lo investiva frontalmente, sollevando domande sul perché siano stati sparati tre o quattro colpi nonostante la distanza e la direzione della vettura; le immagini, pur in risoluzione non ottimale, mostrano l’agente spostarsi di lato e sparare mentre il SUV di Good supera la sua posizione, mettendo in discussione la narrazione ufficiale secondo cui l’auto lo avrebbe centrato.
È su questo terreno che lo scontro si è fatto frontale con le autorità locali: il governatore del Minnesota Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey hanno accusato il Dipartimento della Sicurezza Interna di diffondere “propaganda” e di ostacolare il lavoro degli investigatori statali, chiedendo che l’accertamento dei fatti fosse affidato al Minnesota Bureau of Criminal Apprehension. La risposta federale ha segnato un’ulteriore escalation: il Dipartimento di Giustizia ha aperto un’inchiesta per presunta ostruzione contro Walz e Frey, evocando violazioni del titolo 18 del Codice degli Stati Uniti, una mossa che i due hanno definito un uso politico della giustizia. Nel frattempo, un giudice federale ha imposto all’ICE di cessare arresti e ritorsioni contro manifestanti e osservatori pacifici, riconoscendo limiti chiari all’azione degli agenti sul terreno. In poche ore, il caso Good si è così trasformato in un conflitto istituzionale aperto tra Washington e il Minnesota, con l’indagine sulla sparatoria diventata essa stessa il cuore dello scontro.
Le altre notizie della settimana
Trump dice che gli Stati Uniti “non dovrebbero nemmeno avere elezioni”. Il presidente ha dichiarato a Reuters che i suoi successi renderebbero superfluo il voto di novembre. La Casa Bianca sostiene che stesse scherzando.
Trump annuncia dazi contro otto Paesi europei per la questione Groenlandia. Dal 1° febbraio dazi al 10%, che saliranno al 25% a giugno. Colpiti anche Regno Unito, Francia e Germania. La misura durerà fino all’acquisto dell’isola artica
Trump chiama Elizabeth Warren dopo un suo discorso contro di lui. Una telefonata inaspettata tra il presidente e la senatrice democratica, dopo anni di ostilità e insulti reciproci. Sul tavolo legislazione su carte di credito e costruzione di abitazioni.
Il fronte repubblicano si spacca sull’indagine contro il presidente della Fed. Senatori e deputati del partito del presidente si oppongono all’indagine penale del Dipartimento di Giustizia contro Jerome Powell. Due senatori minacciano di bloccare le nomine alla banca centrale.
Trump e Mamdani si scambiano regolarmente messaggi. Il presidente e Zohran Mamdani comunicano regolarmente da novembre, nonostante mesi di insulti reciproci. Una relazione sorprendente che potrebbe aver subito una prima crepa.
Il latte intero torna nelle mense scolastiche americane .Il presidente Trump ha firmato una legge che ribalta le restrizioni imposte durante l’amministrazione Obama, permettendo di servire latte intero e al 2% di grassi a quasi 30 milioni di studenti.
Joe Rogan paragona la polizia anti-immigrazione alla Gestapo. Il popolare podcaster, che aveva sostenuto il presidente nel 2024, critica le operazioni di arresto e l’uccisione di Renee Nicole Good a Minneapolis
Mary Peltola sfida il senatore Sullivan in Alaska. L’ex deputata democratica punta al Senato in uno stato a forte maggioranza repubblicana. I democratici sperano di conquistare quattro seggi per riprendersi la maggioranza.
I miliardari della California fuggono di fronte alla patrimoniale. Una proposta di legge per tassare i più ricchi potrebbe essere votata in autunno. Alcuni magnati della Silicon Valley hanno già preso provvedimenti per trasferirsi in altri Stati.


