Come gli ispanici stanno abbandonando Trump
Dai raid dell'ICE ai dazi: il 70% degli ispanici disapprova l'operato del presidente. E alle midterm 2026 diversi seggi repubblicani sono ora in bilico
Sono diversi i fattori che, nel 2024, hanno riportato Donald Trump alla Casa Bianca. Hanno pesato la debolezza della candidata democratica, la maggiore credibilità percepita sulle questioni economiche e un tema immigrazione particolarmente sentito dall’elettorato. Il tycoon è riuscito inoltre a raccogliere consensi in modo trasversale, pur mantenendo una base prevalentemente bianca e con un livello di istruzione mediamente più basso rispetto a quella degli sfidanti. C’è però un elemento che, nel post-voto, ha attirato l’attenzione più di altri: a rendere possibile il secondo mandato è stata soprattutto una crescita significativa del sostegno tra le minoranze, in particolare all’interno della comunità di origine ispanica. I numeri sono severi per i Democratici: il margine tra gli afroamericani si è ridotto (dal +83 di Joe Biden nel 2020 al +67), ma è tra gli elettori di lingua e cultura latina che si è consumato lo spostamento più marcato, con un vantaggio sceso da +31 a +14 punti. Non si è trattato di un semplice aggiustamento statistico, bensì del segnale di un riallineamento culturale che ha spinto una parte storica dell’elettorato liberal verso il GOP.
Per comprendere la portata di questo cambiamento basta osservare alcuni luoghi simbolo. La Florida, e in particolare la Miami-Dade County, ne rappresentano l’esempio più evidente: settima contea più popolosa degli Stati Uniti e composta per circa il 70% da residenti di origine ispanica (in prevalenza cubani), era considerata una roccaforte democratica difficilmente espugnabile, dove Hillary Clinton solo otto anni fa si imponeva con trenta punti di margine. Nel 2024 Trump ha invece ribaltato i rapporti di forza, vincendo con dodici punti di vantaggio. Uno sviluppo analogo si è registrato anche in Texas: nella Starr County, al confine con il Messico e abitata quasi interamente da cittadini di origine latinoamericana, si è passati dal plebiscito per Clinton al successo repubblicano. Florida e Texas sono casi emblematici, ma non isolati: rappresentano la manifestazione più visibile di una tendenza diffusa su scala nazionale. I sobborghi non sono stati l’unico ostacolo per Harris: la mappa si è colorata di rosso proprio in aree dove la demografia avrebbe dovuto garantire un solido argine blu.
Cosa sta cambiando
Che il vento stia almeno in parte girando non lo sostengono soltanto i Democratici o i media a loro vicini. Questa percezione emerge dai sondaggi, ma anche da richiami provenienti direttamente dall’area repubblicana. La senatrice statale della Florida Ilana Garcia, co-fondatrice di Latinas for Trump, ha avvertito che il partito rischia di perdere il controllo del Congresso alle midterm del 2026 senza una correzione di rotta, soprattutto su quel dossier immigrazione che era stato a lungo un punto di forza. Secondo un sondaggio del Pew Research Center, il 70% degli ispanici disapprova l’operato complessivo del presidente e il 65% boccia l’approccio dell’amministrazione sul tema migratorio. Ancora più significativo è il dato sull’impatto percepito: il 78% ritiene che le politiche attuali siano dannose per la propria comunità, una quota superiore a quella registrata alla fine del primo mandato. Il giudizio, inoltre, non resta astratto. Oltre la metà degli intervistati teme che sé stesso o una persona vicina possa essere coinvolta in procedure di espulsione, mentre una maggioranza riferisce di aver visto o sentito parlare di operazioni dell’ICE nella propria zona; parallelamente, circa sette su dieci ritengono che si stia facendo “troppo” sul fronte delle deportazioni.
L’immigrazione, dunque, non è soltanto oggetto di valutazione politica, ma entra nella dimensione quotidiana e relazionale, trasformandosi da tema di principio in esperienza vissuta. È in questo scarto tra promessa di controllo e percezione di eccesso che si concentra oggi la frattura più profonda nel rapporto tra amministrazione e questa componente dell’elettorato. Il disagio, però, è più ampio e riguarda la condizione collettiva nel Paese. Il 68% afferma che la situazione degli ispanici negli Stati Uniti sia peggiorata nell’ultimo anno, un livello di pessimismo senza precedenti nelle rilevazioni storiche del centro studi. A ciò si aggiunge un elemento identitario: il 55% dichiara di avere serie preoccupazioni riguardo al proprio posto in America sotto questa presidenza. Qui il giudizio non riguarda singole misure, ma il senso di sicurezza e appartenenza nazionale, un indicatore che spesso precede mutamenti politici più profondi.
Come sottolinea anche POLITICO, questo malessere non è solo percettivo, ma incide direttamente sul tessuto economico e sociale. L’articolo racconta, ad esempio, il caso di un ristorante di South Phoenix colpito prima dagli effetti dei dazi e dalla carenza di manodopera, poi da una serie di raid dell’ICE nel parcheggio antistante, che hanno allontanato clienti e lavoratori costringendo i proprietari a chiudere temporaneamente. Testimonianze analoghe arrivano dal mondo delle piccole imprese: secondo Javier Palomarez, presidente dello U.S. Hispanic Business Council, “la comunità si sente tradita”, perché proprio su economia e immigrazione — i due pilastri della campagna trumpiana — le aspettative non sono state soddisfatte. Anche Monica Villalobos, alla guida della Arizona Hispanic Chamber of Commerce, parla apertamente di eccesso nell’azione federale, spiegando che le operazioni di enforcement stanno colpendo attività e lavoratori in contesti già economicamente sotto pressione.
Non si tratta di episodi isolati. POLITICO collega questa dinamica a due segnali elettorali recenti: in Passaic County, dove nel 2024 l’elettorato di origine latina aveva sostenuto di misura Trump, alle consultazioni successive il candidato democratico ha vinto con un margine a doppia cifra; e a Miami, città a fortissima presenza ispanica, è stato eletto un sindaco democratico per la prima volta in quasi trent’anni. Sono casi locali, ma nella lettura dell’articolo indicano come l’asse “economia + immigrazione”, che aveva favorito l’avanzata repubblicana, oggi possa produrre un effetto opposto, trasformandosi in fattore di disaffezione.
Perché è un elettorato importante e le prospettive verso le midterm
Perché si tratta di un elettorato così importante? La risposta sta innanzitutto nei numeri. Oggi i latinos sono circa 68 milioni, quasi il 20% della popolazione statunitense, e rappresentano il secondo gruppo etnico del Paese. Dal 2000 al 2024 la loro popolazione è quasi raddoppiata, contribuendo a oltre la metà della crescita demografica complessiva degli Stati Uniti nello stesso periodo. Si tratta inoltre di una comunità mediamente molto più giovane rispetto al resto della popolazione (età mediana 31 anni contro i 43 dei bianchi non ispanici), con una quota crescente di persone nate negli USA e una percentuale di cittadini statunitensi in costante aumento, oggi intorno all’80%. Parallelamente crescono sia la competenza in lingua inglese sia il livello di istruzione, con quasi la metà degli adulti che ha almeno un’esperienza universitaria. È un elettorato che, alle prossime midterm, può risultare decisivo. Nel passaggio dall’analisi dei dati alle previsioni è tuttavia necessaria cautela. Il fatto che una parte significativa di questa popolazione sia insoddisfatta di alcune politiche di Donald Trump non implica automaticamente un ritorno compatto verso i Democratici: diverse rilevazioni mostrano infatti che la sfiducia nei confronti di questi ultimi è rimasta pressoché immutata.
Resta però vero che, in molti distretti chiave — soprattutto alla Camera dei Rappresentanti — anche uno spostamento di pochi punti percentuali può determinare il controllo di un ramo del Congresso, con effetti diretti sulla possibilità di approvare leggi e provvedimenti. Le elezioni di metà mandato si tengono a metà del quadriennio presidenziale e rinnovano tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e circa un terzo del Senato, oltre a numerose cariche statali e locali. La Camera è composta da 435 membri, ciascuno eletto in un distretto uninominale: ogni collegio elegge un solo rappresentante con sistema maggioritario secco, nel quale risulta eletto il candidato che ottiene più voti. I distretti sono tracciati all’interno dei singoli stati e il loro numero varia in base alla popolazione: gli stati più popolosi ne hanno di più, quelli meno popolosi uno soltanto. I confini vengono ridefiniti ogni dieci anni, dopo il censimento federale, attraverso il processo di redistricting, che può essere gestito dalle legislature statali oppure da commissioni indipendenti, a seconda delle norme vigenti in ciascuno stato.
Il Senato non è organizzato per distretti: ogni stato elegge due senatori su base statale, indipendentemente dalla popolazione. I mandati durano sei anni e sono scaglionati nel tempo, così che a ogni tornata — presidenziale o di metà mandato — venga messo in palio solo un terzo dei seggi. Se torniamo alle elezioni in programma a novembre, si può notare come siano in palio diversi seggi a maggioranza ispanica e latina attualmente controllati da Repubblicani e, proprio per questo, potenzialmente in bilico. In Florida, ad esempio, i distretti 26, 27 e 28 sono tutti in mano al GOP e presentano in media una popolazione ispanica attorno al 74%, che però in questo stato tende a esprimere orientamenti più conservatori rispetto alla media nazionale.
Più delicato è il caso del Texas, dove tra l’altro proprio stanotte Taylor Rehmet, democratico, leader sindacale e veterano dell’aeronautica, ha vinto l’elezione speciale per il nono distretto del Senato statale, un seggio storicamente repubblicano che Donald Trump aveva conquistato con 17 punti di vantaggio alle presidenziali del novembre 2024. La vittoria rappresenta un risultato sorprendente per i democratici in un distretto che copre la zona nord e ovest della Tarrant County, nell’area di Fort Worth, e che era rimasto saldamente repubblicano dal 1981. I dati di queste consultazioni vanno letti con prudenza, poiché l’affluenza è generalmente più bassa rispetto alle tornate ordinarie, ma uno swing così marcato resta un segnale da tenere in considerazione, anche perché nello stato vi sono altri collegi in bilico per la Camera dei Rappresentanti.
Il 23º distretto del Texas, attualmente rappresentato da Tony Gonzales — che nel 2024 ha vinto con circa il 62% dei voti — è uno di questi. Gonzales è considerato un profilo relativamente moderato nel GOP e dovrà ancora una volta affrontare sfide da destra nelle primarie repubblicane, elemento che aggiunge un’ulteriore variabile in un collegio a forte presenza ispanica lungo la frontiera con il Messico. Accanto a questo vi è anche il 15º distretto del Texas, rappresentato dalla repubblicana Monica De La Cruz, eletta per la prima volta nel 2022 e riconfermata nel 2024 con circa il 57% dei voti. Il collegio, che si estende dalla Rio Grande Valley verso nord, presenta una popolazione ispanica superiore all’80% ed è divenuto uno dei simboli dello spostamento a destra di parte dell’elettorato latino del Sud del Texas. Nonostante il vantaggio repubblicano, il seggio è entrato nel radar dei democratici a livello nazionale, segno che viene considerato contendibile in presenza di un cambiamento anche limitato nei comportamenti di voto.
Proprio per questo, come sottolinea un reportage del Texas Tribune dedicato al Sud del Texas, non mancano i tentativi del GOP di consolidare e ampliare i progressi ottenuti tra gli elettori latinos. In particolare nella Rio Grande Valley, tradizionale roccaforte democratica, attivisti e dirigenti locali repubblicani stanno investendo molto nel cosiddetto ground game: eventi di comunità, iniziative familiari, presenza costante in scuole, mercati, feste locali e momenti sociali, con l’obiettivo di normalizzare la presenza repubblicana nel tessuto quotidiano e intercettare soprattutto nuovi elettori e giovani al primo voto. Dalle testimonianze raccolte emerge l’idea che la partita non si giochi soltanto sui grandi temi nazionali, ma anche su relazioni personali, prossimità territoriale e questioni concrete come costo della vita, lavoro e stabilità economica, nel tentativo di evitare che eventuali delusioni su inflazione e promesse economiche si traducano in una perdita di consenso proprio nelle aree in cui il GOP ha registrato i maggiori progressi negli ultimi cicli elettorali.
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