Come gli Stati Uniti vedono la guerra con l'Iran
Trump ha dato diverse spiegazioni sulla guerra con l'Iran, ma nessuna convince completamente
La guerra con l’Iran potrebbe avere effetti importanti sugli equilibri geopolitici mondiali, in particolare in Medio Oriente, ma è inevitabilmente anche una questione di politica interna americana. Ha infatti riaperto negli Stati Uniti una serie di nodi cruciali: il rapporto tra Casa Bianca e Congresso, i limiti del potere presidenziale in politica estera, le tensioni interne ai due partiti e, soprattutto, la credibilità stessa della giustificazione offerta da Donald Trump. In un anno delicato come quello delle elezioni di metà mandato, il conflitto ha assunto fin dall’inizio un significato che va oltre il piano militare: per il presidente è stato anche un modo per riprendersi il centro della scena, ricompattare il fronte Repubblicano e rilanciare una leadership che negli ultimi mesi appariva meno solida.
Il problema è che questa guerra non si è aperta con una motivazione chiara, univoca e facilmente riconoscibile. Come ha osservato il Washington Post, gli Stati Uniti non stanno reagendo a un’aggressione diretta, né stanno intervenendo in soccorso di un alleato travolto da un’invasione, né hanno costruito un vero e proprio caso pubblico per la guerra, come avvenne, per esempio, prima dell’invasione dell’Iraq nel 2003. Al contrario, la Casa Bianca ha offerto nel giro di pochi giorni una serie di spiegazioni diverse, sovrapposte e non sempre coerenti tra loro: minacce imminenti, rischio nucleare, missili a lungo raggio, sicurezza delle truppe americane, difesa degli alleati, tentativi iraniani di assassinare Trump, interferenze elettorali, libertà per il popolo iraniano e perfino il tema del cambio di regime.
La prima spiegazione, per certi versi la più tradizionale e la più facilmente spendibile sul piano pubblico, è stata quella nucleare. Trump ha sostenuto che, senza l’attacco, l’Iran avrebbe potuto ottenere un’arma atomica nel giro di due settimane, mentre il vicepresidente J. D. Vance ha parlato della necessità di impedire a Teheran anche solo di restare sulla soglia nucleare. Una tesi, però, difficilmente sostenibile in questi termini: che l’Iran stesse lavorando in quella direzione è plausibile, molto meno credibile è l’idea che fosse ormai a ridosso della bomba. Tanto più considerando che in questi mesi il presidente, rivendicando il raid del giugno 2025, aveva più volte affermato che il programma nucleare iraniano fosse stato completamente distrutto.
A questa prima giustificazione se ne è affiancata quasi subito una seconda, più ampia e più sfuggente: quella della minaccia imminente. Trump ha parlato della necessità di difendere gli americani eliminando pericoli immediati provenienti dal regime iraniano. Nello stesso discorso ha incluso le truppe statunitensi, le basi all’estero e gli alleati, sostenendo anche che i missili a lungo raggio di Teheran potessero arrivare a minacciare perfino il territorio americano. C’è poi un terzo livello, ancora più ambiguo: in alcuni momenti l’amministrazione ha richiamato il tentato assassinio di Trump attribuito all’Iran, trasformando il conflitto quasi in una resa dei conti. Pete Hegseth ha sostenuto che Teheran avesse provato a uccidere il presidente e che quest’ultimo avesse infine avuto l’ultima parola, salvo poi precisare quasi subito che questo non costituiva il vero nucleo dell’operazione. Nello stesso registro, Trump ha evocato anche presunte interferenze iraniane nelle elezioni del 2020 e del 2024.
Infine c’è il capitolo forse più delicato: quello del cambio di regime, anche se la Casa Bianca ha cercato di non nominarlo mai in modo del tutto esplicito. Trump ha invitato gli iraniani a riprendersi il proprio governo una volta conclusa l’operazione, Rubio ha spiegato che il presidente vedrebbe con favore un sollevamento della popolazione contro i leader di Teheran. Lo stesso presidente ha poi lasciato intendere di voler avere voce in capitolo perfino nella scelta della futura guida del Paese. Ma quindi, se volessimo leggerla su un piano realistico, quali potrebbero essere gli obiettivi? La risposta più prudente è che, al di là della confusione politica della Casa Bianca, l’obiettivo militare plausibile non sia tanto rifondare l’Iran quanto ridurne in modo drastico e durevole le capacità offensive: comprimere i lanci di missili e droni, colpire i siti di lancio sotterranei, smantellare una quota ulteriore dell’industria bellica e impedire che il programma nucleare torni, almeno nel breve periodo, a rappresentare una minaccia credibile. In questa chiave, i risultati rivendicati da Washington — la diminuzione dei lanci iraniani e l’ampliamento dei bombardamenti verso obiettivi interni più profondi — suggeriscono che una degradazione militare significativa sia effettivamente nelle possibilità dell’operazione. Molto meno chiaro, invece, resta il fine politico ultimo: se si tratti di costringere Teheran ad accettare limiti più severi sul nucleare, sui missili e sul sostegno ai proxy regionali, oppure di spingersi fino a un cambiamento di leadership.
Il dibattito interno
Sul piano interno, la guerra con l’Iran ha aperto negli Stati Uniti uno scontro quasi immediato tra Casa Bianca e Congresso. Al Senato, i Democratici hanno provato a limitare il margine d’azione di Trump imponendo un nuovo passaggio parlamentare prima di ulteriori attacchi, ma la proposta è stata respinta con un voto quasi interamente di linea partitica: 47 a 53, con Rand Paul schierato con i Dem e John Fetterman con il GOP. Anche alla Camera il tentativo di restringere i poteri presidenziali è fallito. Lo scontro, però, ha avuto subito un tono apertamente politico. Il leader dei Democratici al Senato Chuck Schumer ha presentato il voto come una scelta tra un Paese stanco delle guerre infinite e un presidente che rischia di trascinare di nuovo gli Stati Uniti nel pantano mediorientale. I Repubblicani (soprattutto con il senatore John Barroso), al contrario, hanno accusato i Democratici di usare il conflitto come strumento per colpire Trump e indebolirlo, più che per affrontare seriamente il tema della sicurezza nazionale. Ma anche sotto la compattezza del voto Repubblicano si celano una serie di tensioni. L’ala non interventista, che aveva creduto alle promesse elettorali di Trump di non aprire nuove guerre, si trova oggi senza veri punti di riferimento.
Come sottolinea oggi POLITICO, infatti, nonostante l’apparente compattezza pubblica, all’interno del GOP stanno progressivamente emergendo una certa preoccupazione sui rischi che gli Stati Uniti potrebbero correre, soprattutto se il conflitto dovesse estendersi oltre i tempi inizialmente previsti. I primi segnali di questo scricchiolio sono arrivati dalle dichiarazioni di due deputati Repubblicani. Warren Davidson (R-Ohio), ex ranger dell’esercito, ha infatti affermato: “La sequenza costituzionale è questa: bisogna coinvolgere l’opinione pubblica prima di andare in guerra, a meno che un attacco non sia imminente. E imminente significa imminente, non qualcosa che dura da oltre 47 anni”. Anche il deputato Eli Crane (R-Arizona), veterano di guerra che ha prestato servizio nella guerra in Iraq, ha messo in guardia contro i tentativi di cambio di regime, definendo la situazione “molto rischiosa e molto dinamica in questo momento”.
A questo si lega proprio l’incertezza sugli obiettivi sopra descritta. In una dichiarazione anonima, rilasciata sempre a POLITICO, un Repubblicano ha sottolineato: “La maggior parte dei repubblicani vuole obiettivi chiari, più chiari di quelli attuali”, mentre altri hanno manifestato un pizzico di preoccupazione proprio per questa vaghezza. Anche per questo, lo scorso lunedì la Casa Bianca ha inviato un promemoria ai membri del Congresso, delineando diversi obiettivi militari per la campagna di bombardamenti e ha affermando che Trump dovrebbe essere “lodato” per aver affrontato uno stato ostile sponsor del terrorismo.
Questa situazione ha creato una situazione complessa anche per lo stesso vicepresidente JD Vance, che aveva basato gran parte della sua carriera politica su un marcato anti-interventismo in politica estera. Anche nei giorni scorsi, aveva pubblicamente sostenuto che Trump preferiva un accordo diplomatico per impedire all’Iran di ottenere armi nucleari, ma era pronto a ricorrere alla forza militare se necessario, sostenendo al contempo che non vi era “ alcuna possibilità “ che un impegno militare si trasformasse in una guerra prolungata in Medio Oriente. Si tratta di una posizione che ha incrinato un po’ la fiducia dell’ala anti-interventista, sempre più isolata e in piena tensione fra la fedeltà a Trump (alla quale, comunque, è vicina per molte tematiche) e il fastidio su questo approccio aggressivo in politica estera.
Cosa pensano gli americani?
Nel complesso, l’opinione pubblica americana resta più contraria che favorevole all’attacco: secondo YouGov/Economist, il 48% disapprova i raid contro l’Iran e il 37% li approva. Ma il dato davvero decisivo è la polarizzazione partigiana. Tra i democratici, l’opposizione è schiacciante: solo l’11% approva, mentre il 78% disapprova. Tra i repubblicani avviene quasi il contrario: il 76% approva e appena il 10% disapprova. Anche gli indipendenti pendono nettamente verso il no, e restano più del doppio propensi a disapprovare che ad approvare. Insomma, più che un consenso nazionale sulla guerra, emerge un classico riflesso da America polarizzata: i repubblicani seguono Trump, i democratici lo respingono, e gli indipendenti restano diffidenti.
Dentro il blocco repubblicano, però, conta molto quanto si è trumpiani. Sempre YouGov mostra che i repubblicani che si definiscono MAGA sono molto più favorevoli dei repubblicani non-MAGA: tra i primi il sostegno è nettissimo, mentre tra i secondi l’approvazione esiste ma tende a essere più tiepida e meno entusiastica. Anche il sondaggio CNN/SSRS conferma questa frattura interna: i repubblicani MAGA sono molto più propensi a credere che l’attacco ridurrà la minaccia iraniana e ad avere fiducia in Trump sulla gestione della crisi. Allo stesso tempo, però, nemmeno l’elettorato repubblicano è totalmente compatto quando si passa dalla logica del raid a quella di una guerra più ampia: i repubblicani sono quasi spaccati a metà sulla probabilità di un conflitto lungo con l’Iran, e sono più numerosi quelli che si oppongono all’invio di truppe di terra o si dicono incerti rispetto a quelli che lo sostengono. In altre parole: la base repubblicana approva l’attacco, ma è molto meno sicura di voler sostenere una guerra estesa e boots on the ground.
Sul lato democratico, invece, il quadro è molto più lineare: la guerra viene percepita soprattutto come una scelta di Trump, non come una necessità condivisa dal paese. E infatti i sondaggi registrano una sfiducia quasi totale non solo verso l’operazione, ma anche verso l’idea che il presidente abbia un piano chiaro per gestire l’escalation: secondo CNN/SSRS, l’88% dei democratici dubita che Trump abbia una strategia definita, e anche tra gli indipendenti prevale nettamente lo stesso giudizio. Questo è probabilmente il punto politico più importante da mettere in newsletter: non siamo davanti a un classico “rally around the flag”, cioè a un’opinione pubblica che si compatta automaticamente dietro il comandante in capo; siamo davanti a una guerra che consolida la base trumpiana, ma che nel resto del paese suscita soprattutto scetticismo, opposizione e paura di un nuovo conflitto senza fine.


