Come Stati Uniti e Israele hanno ucciso Khamenei e cosa succede ora
Operazione congiunta colpisce strutture militari, nucleari e la leadership del regime. L’Iran risponde con missili contro Israele e basi americane nel Golfo
Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato sabato 28 febbraio un’operazione militare congiunta contro l’Iran, colpendo con centinaia di missili e aerei da combattimento obiettivi distribuiti in tutto il paese, dalla capitale Teheran fino alle città di Isfahan, Kermanshah, Tabriz e Shiraz. L’attacco, che ha preso il nome di “Operation Epic Fury” per gli americani e “Roaring Lion” per gli israeliani, è culminato con la morte della guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, confermata nella notte dai media di stato di Teheran.
Il presidente Trump ha annunciato l’avvio delle operazioni militari alle 2:30 di notte ora della costa est americana, in un video pubblicato sul suo social network Truth Social. Ha descritto l’operazione come “massiccia e in corso”, con l’obiettivo dichiarato di impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari, distruggere la sua industria missilistica e annientare la marina militare di Teheran. Trump ha anche invitato i membri delle Guardie Rivoluzionarie iraniane a deporre le armi in cambio dell’immunità, avvertendo che in caso contrario avrebbero affrontato “la morte certa”. Ai cittadini iraniani ha rivolto un messaggio diretto: quando le operazioni militari saranno concluse, ha detto, avranno la possibilità di prendere in mano il proprio governo, definendola “probabilmente l’unica occasione per generazioni”.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha descritto l’operazione come necessaria per “rimuovere la minaccia esistenziale” posta dalla Repubblica islamica, e ha esortato gli iraniani a liberarsi del regime. Il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha definito l’attacco una “operazione preventiva”. Secondo quanto riferito da una fonte anonima all’NPR, l’assalto iniziale era stato pianificato per durare alcuni giorni, con Israele concentrato a distruggere il programma missilistico iraniano.
L’aviazione israeliana ha impiegato circa 200 aerei da combattimento, che hanno colpito simultaneamente circa 500 obiettivi in Iran, tra cui strutture di comando e controllo delle Guardie Rivoluzionarie, sistemi di difesa aerea, basi missilistiche e aeroporti militari. Gli Stati Uniti hanno contribuito all’operazione via aria e via mare, schierando nella regione la loro più grande forza navale dalla guerra in Iraq del 2003: tra le navi presenti la portaerei USS Gerald R. Ford, nel Mediterraneo, e l’USS Abraham Lincoln, al largo delle coste dell’Oman. Washington dispone inoltre di circa 40.000 militari distribuiti su basi in Bahrain, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e altri paesi della regione.
L’attacco è arrivato due giorni dopo il fallimento di un terzo round di negoziati indiretti tra Washington e Teheran sul programma nucleare iraniano, svoltosi a Ginevra giovedì. Secondo il ministro degli esteri omanita Badr Al-Boussaïdi, mediatore dei colloqui, Teheran aveva per la prima volta accettato di non stoccare più uranio arricchito, un passo che lo stesso diplomatico, intervistato dalla rete americana CBS, aveva definito una svolta significativa verso un accordo “a portata di mano”. Le trattative prevedevano anche una riunione tecnica a Vienna la settimana successiva, con esperti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Trump ha interrotto tutto ordinando l’attacco, dichiarandosi “non soddisfatto” del modo in cui l’Iran conduceva i negoziati. Teheran si era rifiutata di discutere il suo programma missilistico e il sostegno a gruppi armati regionali, due condizioni poste dagli americani.
I primi effetti sull’Iran sono stati devastanti. La Mezzaluna Rossa iraniana ha segnalato oltre 200 morti e 747 feriti, distribuiti in 24 delle 31 province del paese. Tra i casi più gravi, almeno 108 persone sono state uccise in un attacco a una scuola elementare femminile nella città di Minab, nel sud del paese. L’agenzia di stampa iraniana IRNA aveva inizialmente riferito di 53 studentesse uccise nella stessa scuola, un bilancio poi aggiornato al rialzo. Il portavoce del Comando Centrale americano, capitano Tim Hawkins, ha dichiarato all’NPR che il Pentagono era a conoscenza delle segnalazioni di vittime civili e che stava verificando la situazione, sottolineando che gli Stati Uniti non prendono mai di mira i civili.
L’Iran ha risposto all’attacco con una serie di offensive missilistiche che hanno coinvolto l’intera regione. Le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito duramente basi americane in Bahrain, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, oltre a obiettivi militari e di sicurezza in Israele. Riprese verificate sui social media hanno mostrato una grande esplosione alla base della Quinta Flotta americana a Juffair, in Bahrain. Il Qatar ha dichiarato di aver intercettato e neutralizzato tre ondate di attacchi missilistici iraniani. Gli Emirati Arabi Uniti hanno comunicato di aver intercettato la grande maggioranza dei 346 missili e droni lanciati dall’Iran sul proprio territorio. In Israele una persona è morta e oltre venti sono rimaste ferite dopo che un missile iraniano ha colpito un edificio residenziale a Tel Aviv; la grande maggioranza degli 89 feriti complessivi trattati dall’ambulanza Magen David Adom sono stati colpiti indirettamente, cadendo mentre correvano verso i rifugi. Anche Arabia Saudita, Kuwait, Giordania e altri paesi con truppe americane sono stati presi di mira. Il Kuwait ha segnalato un drone caduto sul suo aeroporto internazionale. Negli Emirati un lavoratore migrante asiatico è morto per i detriti di un missile intercettato.
La reazione internazionale è stata divisa. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha condannato sia le offensive americane e israeliane, sia le ritorsioni iraniane, avvertendo di un “grave pericolo per la pace e la sicurezza internazionale” durante una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, convocata su richiesta di Francia, Bahrain, Colombia, Russia e Cina. Francia, Germania e Regno Unito hanno adottato una posizione prudente: nel comunicato congiunto firmato da Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer non compare alcuna condanna esplicita dell’offensiva americana e israeliana, ma solo un riferimento all’”impegno per la stabilità regionale”, mentre le frappes iraniane contro i paesi del Golfo sono state condannate con fermezza. Il premier britannico Starmer ha precisato che aerei militari britannici erano in volo nella regione per operazioni difensive. La Spagna e la Turchia hanno invece condannato esplicitamente l’attacco, definendolo una violazione del diritto internazionale. In America il voto si è diviso lungo linee di partito: i repubblicani hanno in gran parte appoggiato l’operazione, mentre i democratici l’hanno denunciata come una guerra illegale condotta senza l’autorizzazione del Congresso. Anche alcuni esponenti del movimento MAGA, tra cui la ex deputata Marjorie Taylor Greene, hanno criticato duramente l’intervento, definendolo un tradimento delle promesse elettorali di Trump.
I mercati petroliferi hanno registrato una forte tensione già nei giorni precedenti all’attacco: il Brent, il principale benchmark internazionale del petrolio, era salito di quasi il 12% nel corso del mese, toccando 73 dollari al barile. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 30% del commercio marittimo globale di petrolio, è rimasto al centro delle preoccupazioni: l’Iran ha dichiarato la zona non sicura per le navi e alcune imbarcazioni hanno invertito la rotta, anche se lo stretto non ha mai interrotto i flussi di energia nemmeno durante i precedenti conflitti.
L’uccisione di Khamenei, il tiranno invincibile
Per quasi quattro decenni, Ali Khamenei è stato l’uomo più potente dell’Iran. Nato nel 1939 a Mashhad, città santa per i musulmani sciiti nel nordest del paese, era il secondo di otto figli di un modesto studioso religioso. Cresciuto in povertà, fu mandato nelle scuole islamiche fin da bambino e a 19 anni finì sotto l’influenza di Ayatollah Khomeini, il futuro padre della rivoluzione islamica. Studioso di letteratura, poeta in gioventù, lettore appassionato di Hugo, Steinbeck e Tolstoy, il giovane Khamenei aveva un profilo da intellettuale che mal si conciliava con l’immagine del duro che sarebbe diventato. Ma la politica lo trasformò presto. Tra il 1963 e il 1976 fu arrestato sette volte dalla polizia segreta dello Scià e trascorse tre anni in prigione, subendo torture. Quella stagione forgiò la sua visione del mondo: l’America come nemico assoluto, l’Occidente come potenza imperialista, la resistenza come missione religiosa.
Dopo la rivoluzione islamica del 1979, Khamenei salì rapidamente nella gerarchia della nuova Repubblica. Diventò predicatore del venerdì a Teheran, con il fucile in mano durante i sermoni, e costruì una base di consenso tra i rivoluzionari più duri. Nel giugno 1981 sopravvisse a un attentato: una bomba nascosta in un registratore gli esplose accanto durante un discorso, paralizzandogli il braccio destro. Imparò a scrivere con la sinistra e continuò la sua ascesa. Fu eletto presidente quello stesso anno, con il 95% dei voti, e governò per due mandati attraverso gli anni terribili della guerra con l’Iraq, che costò un milione di vite. Quando Khomeini morì nel 1989, Khamenei non aveva le credenziali religiose richieste dalla Costituzione per diventare guida suprema. Non era un grande ayatollah nel senso tradizionale del termine. Ma con una mossa politica decisa dall’interno del sistema, fu designato ugualmente, elevato al rango di ayatollah nel giro di un giorno e insediato il giorno stesso della morte del suo predecessore. Come ha detto al New York Times il professore Vali Nasr della Johns Hopkins University, Khomeini guidò una rivoluzione, Khamenei guidò uno Stato.
Prese in mano un paese isolato, con un esercito esausto e un’economia devastata dalla guerra, e in trent’anni lo trasformò in una potenza regionale. Lo strumento principale fu il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), la forza paramilitare creata nel 1979 per proteggere la rivoluzione, che sotto di lui diventò uno Stato nello Stato, con un proprio esercito, marina, aviazione, intelligence e un vasto impero economico. In cambio della lealtà incondizionata delle Guardie, Khamenei lasciò loro il controllo di ampie fette dell’economia iraniana. Costruì anche una rete di milizie regionali, da Hezbollah in Libano ad Hamas nella Striscia di Gaza, dagli Houthi nello Yemen alle milizie sciite in Iraq, che divennero il prolungamento armato del potere iraniano nel Medio Oriente. Al suo apice, questo sistema controllava un corridoio terrestre che andava da Teheran fino al Mediterraneo. Come ha detto al Wall Street Journal Afshon Ostovar, professore alla Naval Postgraduate School di Monterey, Khamenei riuscì in qualcosa di quasi miracoloso: trasformare un paese in fiamme in una potenza regionale.
Sul fronte interno, la sua dittatura è stata implacabile. Ogni ondata di proteste, dal movimento verde del 2009 alle rivolte del 2019 e del 2022, fu soffocata nel sangue. A gennaio di quest’anno ha ordinato alle forze di sicurezza di sparare sui manifestanti scesi in piazza per protestare contro la crisi economica. Le organizzazioni per i diritti umani stimano che solo in quest’ultima repressione siano stati uccisi tra i 6.000 e i 7.000 civili. La sua visione del mondo era costruita sulla cospirazione: l’America e Israele come forze del male pronte a distruggere la Repubblica islamica, la resistenza come dovere sacro, qualsiasi concessione come segno di debolezza. Quella rigidità ha avuto un prezzo altissimo per gli iraniani, condannati a decenni di sanzioni economiche e isolamento internazionale. Come ha detto al Washington Post il ricercatore Karim Sadjadpour della Carnegie Endowment for International Peace, Khamenei era un ideologo e anti-americano la cui politica era rimasta ferma all’euforia rivoluzionaria del 1979. Alla sua morte, il 75% degli iraniani era nato dopo quella rivoluzione.
La fine è arrivata sabato 28 febbraio, nel suo ufficio nel cuore di Teheran. Secondo quanto riferito al New York Times da funzionari americani e israeliani rimasti anonimi, la CIA aveva monitorato Khamenei per mesi, affinando la capacità di tracciare i suoi movimenti. L’agenzia ha appreso che la mattina di sabato si sarebbe tenuta una riunione dei vertici della sicurezza iraniana nel complesso della leadership a Teheran, e che Khamenei sarebbe stato presente. Quella informazione, definita dagli stessi funzionari di “alta fedeltà”, è stata trasmessa a Israele, che ha deciso di modificare i tempi dell’attacco per sfruttare la finestra di opportunità. Gli Stati Uniti e Israele avevano originariamente pianificato di colpire di notte, ma hanno cambiato programma per approfittare della riunione. Alle sei del mattino ora israeliana, i caccia hanno lasciato le basi. Due ore e cinque minuti dopo, i missili hanno colpito il complesso. Al momento dell’attacco, i vertici della sicurezza si trovavano in un edificio del complesso, Khamenei in un altro vicino. Israele ha rivendicato di aver ottenuto la “sorpresa tattica”, nonostante l’Iran si aspettasse un attacco imminente. Trenta bombe lanciate sull’ufficio della guida suprema hanno lasciato il complesso carbonizzato e ridotto in macerie. Le immagini satellitari, analizzate dalla BBC e da altri media, mostrano la distruzione di almeno quattro edifici, con colonne di fumo nero visibili a chilometri di distanza.
La morte non è stata confermata subito. Per ore, l’Iran ha negato. Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato che Khamenei era “sano e salvo”, e le agenzie di stato Tasnim e Mehr hanno detto che era “fermo e saldo”. Trump nel frattempo aveva già annunciato la sua morte su Truth Social, definendolo “uno degli uomini più malvagi della storia”. Solo nelle prime ore di domenica mattina, ora locale, la televisione di Stato iraniana ha letto il comunicato del Consiglio supremo di sicurezza nazionale: Khamenei era morto nel suo ufficio mentre svolgeva i suoi doveri. Il governo ha dichiarato 40 giorni di lutto nazionale e sette giorni di festività. Nell’attacco sono periti anche la figlia, il genero e il nipote di Khamenei, secondo quanto riportato dall’agenzia iraniana Fars.
Insieme a Khamenei, l’operazione ha decapitato gran parte del vertice militare e di sicurezza iraniano. L’esercito israeliano ha rivendicato la morte di sette alti funzionari: il generale Mohammad Pakpour, comandante in capo delle Guardie della Rivoluzione, il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh, l’ammiraglio Ali Shamkhani, segretario del Consiglio di difesa e fidato consigliere di Khamenei, il generale Abdolrahim Mousavi, capo di stato maggiore delle forze armate, e altri comandanti di primo piano. Fonti dell’intelligence americana e israeliana hanno riferito alla BBC, tramite il suo partner americano CBS, che nell’operazione sono morti circa 40 funzionari iraniani. Secondo il New York Times, nelle ore successive all’attacco al complesso di leadership, Israele ha colpito anche le strutture dove si trovavano i vertici dell’intelligence iraniana: il responsabile dei servizi segreti è riuscito a sfuggire, ma i ranghi alti dell’intelligence sono stati decimati.
La morte di Khamenei ha diviso l’Iran in modo netto. Nelle strade di Isfahan, Karaj, Kermanshah, Shiraz e in altri quartieri di Teheran, migliaia di persone sono uscite di notte a festeggiare: musica, fuochi d’artificio, automobilisti che suonavano il clacson, giovani che abbattevano monumenti con la sua effigie. Il New York Times ha verificato video di celebrazioni in diverse città. Nelle settimane precedenti all’attacco, gli studenti delle università di Teheran avevano già bruciato la sua effigie, un gesto un tempo impensabile. Allo stesso tempo, i sostenitori del regime si sono riversati nelle piazze in segno di lutto, portando ritratti della guida suprema. A Mashhad, sua città natale, ci sono state persone in ginocchio che piangevano. Chi era davvero Khamenei, al di là della propaganda? Lo storico Abbas Milani, direttore degli studi iraniani a Stanford, lo ha descritto al New York Times come “arrogante, colto, ostinato, vendicativo, incapace di accettare gli errori, refrattario alle concessioni e incline alle teorie del complotto”. Le sue politiche, ha aggiunto Milani, hanno portato all’isolamento internazionale dell’Iran e a un dispotismo sclerotizzato. Il ricercatore Alex Vatanka del Middle East Institute di Washington ha detto all’NPR che Khamenei non ha mai capito, o non ha mai voluto capire, quanto i suoi stessi cittadini fossero lontani dalla sua visione del mondo.
L’Iran dopo Khamenei: un regime in bilico tra collasso e resistenza
La morte di Khamenei non significa necessariamente la fine della Repubblica islamica. Questo è il punto su cui convergono quasi tutti gli analisti interpellati nelle ultime ore dai principali think tank e media americani: abbattere un regime con i bombardamenti è raramente una strategia efficace. La domanda non è se l’Iran cambierà, ma come e quanto velocemente.
Javed Ali, professore all’Università del Michigan ed ex funzionario del Consiglio per la sicurezza nazionale durante il primo mandato Trump, ha scritto sull’Independent che il regime iraniano si trova di fronte a una minaccia esistenziale e che non va attesa alcuna forma di moderazione nella risposta. A differenza degli episodi precedenti, come l’uccisione del generale Qassem Soleimani nel 2020 o la guerra dei dodici giorni dello scorso giugno, questa volta l’Iran non ha ragioni per contenersi. In quelle occasioni, Teheran rispose in modo volutamente limitato per evitare un’escalation totale. Ora, con la guida suprema uccisa e buona parte del vertice militare decimato, quella logica di autocontenimento è venuta meno.
Ray Takeyh, ricercatore senior al Council on Foreign Relations, ha scritto sabato che la Repubblica islamica è un sistema ideologico con un’élite strutturata su più livelli e una base di consenso che, pur ridotta, esiste ancora. La repressione delle proteste di gennaio, ha osservato, dimostra che le sconfitte sul piano internazionale non si traducono automaticamente in debolezza interna. Il regime, ha concluso, sopravviverà probabilmente agli attacchi, uscendone indebolito ma in piedi.
Il punto cruciale, su cui si concentrano molti analisti, è chi controlla davvero il paese. Linda Robinson, ricercatrice al Council on Foreign Relations con esperienza nelle operazioni speciali, ha messo in chiaro che eliminare Khamenei non equivale a smantellare il regime. Il regime è il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Le Guardie contano circa 125.000 effettivi, hanno proprie forze di terra, marina e aviazione, un servizio di intelligence autonomo e un vasto impero economico. Sono lo Stato dentro lo Stato che Khamenei ha costruito e alimentato per quasi quarant’anni. Nessun bombardamento aereo, per quanto devastante, può smontare una struttura simile dall’esterno.
Jonathan Panikoff, ex funzionario dell’intelligence americana e oggi direttore dell’Atlantic Council’s Scowcroft Middle East Security Initiative, ha introdotto il concetto di “IRGCistan”: lo scenario in cui non è il clero a prendere il potere dopo Khamenei, ma le Guardie della Rivoluzione, magari con un nuovo leader religioso come figura simbolica. Questo scenario potrebbe evolvere in tre direzioni: un Iran ancora più aggressivo nella regione e verso i dissidenti interni, nella fase iniziale di consolidamento del potere; una disponibilità a negoziare con gli Stati Uniti in cambio di un allentamento delle sanzioni economiche; oppure un lungo periodo di caos e lotta interna per la successione, con le potenze occidentali costrette a decidere quanto interferire.
Karim Sadjadpour, ricercatore senior alla Carnegie Endowment for International Peace, ha detto a Foreign Affairs che il regime si trova di fronte a una scelta cruciale: scatenare tutto il potere di fuoco rimasto, rischiando così di accelerare il proprio collasso, oppure rispondere in modo misurato sperando di sopravvivere all’operazione. Storicamente, ha ricordato, il regime ha sempre scelto la sopravvivenza sulla vendetta. Ma questa volta le circostanze sono diverse, e il margine di manovra si è ridotto drasticamente.
Sul fronte militare, l’Iran non è disarmato. Secondo le stime, prima dell’attacco disponeva di un arsenale tra i 2.000 e i 3.000 missili balistici a medio raggio e tra i 6.000 e gli 8.000 sistemi a corto raggio, oltre a migliaia di droni. Gli attacchi di ieri hanno certamente degradato queste capacità, ma non le hanno azzerate. Alex Plitsas, ex funzionario del Pentagono, ha scritto per l’Atlantic Council che finora non si sono visti attacchi a saturazione progettati per sopraffare le difese aeree della regione, e che l’Iran potrebbe stare deliberatamente tenendo in riserva parte delle sue capacità missilistiche, testando le difese avversarie prima di decidere il da farsi.
Trump ha portato avanti tre scommesse, come le ha definite Javed Ali. La prima è legale e politica: ha lanciato l’operazione senza passare dal Congresso, invocando i poteri di comandante in capo previsti dall’Articolo 2 della Costituzione. La legge War Powers Act del 1973 prevede che se le operazioni non si concludono entro sessanta giorni, il presidente dovrà tornare davanti al Congresso per ottenere un’autorizzazione formale o dichiarare la fine delle ostilità. La seconda scommessa è che gli iraniani raccolgano l’invito a rovesciare il regime una volta che i bombardamenti avranno indebolito le forze di sicurezza. La terza è che il regime, anche davanti a una minaccia esistenziale, non abbia la capacità di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto lungo e sanguinoso.
Su quest’ultimo punto, Donald Heflin, diplomatico di carriera e oggi docente alla Fletcher School della Tufts University, ha detto a The Conversation che un intervento di truppe di terra americane in Iran è improbabile. Trump, ha osservato, ha dimostrato nel tempo di non avere appetito per grandi operazioni militari terrestri, preferendo l’uso di forze aeree e reparti speciali limitati. Il problema, ha aggiunto, è che cosa succede dopo: anche in Venezuela, dove l’operazione americana è considerata un successo, il potere non è finito nelle mani dell’opposizione, ma in quelle della vicepresidente del vecchio regime, Delcy Rodríguez. In Iran, l’istituzione abbastanza forte da riempire il vuoto lasciato dalla guida suprema è proprio l’IRGC, composta da rivoluzionari convinti che hanno governato il paese per quasi cinquant’anni.
La prospettiva di una rivolta popolare è reale ma incerta. Max Boot, ricercatore al Council on Foreign Relations, ha scritto che senza un’invasione di terra è difficile immaginare come si possa garantire la caduta del regime: i bombardamenti possono distruggere missili e infrastrutture militari, ma non impediscono all’Iran di ricostruirle nel tempo, come dimostra il fatto che lo scorso giugno Trump dichiarò il programma nucleare iraniano “obliterato” e otto mesi dopo la minaccia era considerata ancora sufficiente a giustificare una nuova operazione militare. Hagar Hajjar Chemali, ex funzionaria del National Security Council, ha aggiunto per l’Atlantic Council un elemento spesso trascurato: il regime era già sull’orlo del collasso economico prima degli attacchi. Il fallimento nell’ottobre 2025 di Ayandeh Bank, uno dei principali istituti di credito iraniani gestito da élite vicine al regime, aveva innescato le proteste di gennaio. Almeno altri cinque grandi istituti bancari iraniani erano a rischio, secondo avvertimenti della stessa banca centrale. Questo significa che le sanzioni e il collasso finanziario interno avrebbero potuto da soli portare a una crisi di sistema, e che l’operazione militare potrebbe avere solo accelerato un processo già in corso.
Quanto alle milizie regionali, l’analisi di Elisa Ewers del Council on Foreign Relations offre una prospettiva importante. Hezbollah, il braccio armato più potente che l’Iran abbia mai avuto, è oggi al suo punto di debolezza massima dopo che Israele ne ha decimato la leadership e distrutto l’armamento nel corso degli ultimi mesi. Il governo libanese ha già dichiarato di non aver bisogno di Hezbollah per difendere la sovranità nazionale. Lo stesso Hezbollah, nel comunicato di sabato, ha condannato gli attacchi senza annunciare un coinvolgimento diretto nel conflitto. La situazione degli Houthi in Yemen e delle milizie sciite in Iraq rimane invece più fluida, con Kataib Hezbollah che ha già annunciato attacchi contro le basi americane in Iraq.
Lord Ricketts, ex consigliere per la sicurezza nazionale del governo britannico, ha sintetizzato la situazione in modo netto in un’analisi per il Guardian: gli Stati Uniti e Israele hanno avviato questa guerra con obiettivi vaghi e difficilmente raggiungibili, senza una base di diritto internazionale e con un supporto limitato da parte degli alleati del Golfo e degli altri partner americani. Il rischio più grande non è la sconfitta militare immediata, ma un conflitto prolungato che non produce il cambiamento di regime sperato, lasciando dietro di sé un Iran decimato, più estremo e più determinato che mai a dotarsi degli strumenti per non subire mai più una simile vulnerabilità.




