Come Trump vuole riformare il processo di voto
La Camera ha approvato la legge che impone prove documentali di cittadinanza per votare, ma al Senato manca la maggioranza. Intanto il presidente minaccia di bloccare ogni altra iniziativa legislativa
In un contesto politico segnato da crisi internazionali e da una guerra con l’Iran che sta iniziando ad avere effetti anche sulla politica interna, c’è però un tema che sta acquisendo sempre più centralità nell’agenda presidenziale. Si tratta del Safeguard American Voter Eligibility (SAVE) Act, un disegno di legge che imporrebbe a ogni cittadino americano di dimostrare documentalmente la propria cittadinanza per potersi iscrivere alle liste elettorali e, più in generale, irrigidirebbe i requisiti di identificazione degli elettori.
La Camera dei Rappresentanti ha già approvato la misura lo scorso febbraio, ma al Senato la situazione resta bloccata, perché al momento non ci sono i numeri per farla passare. Proprio per questo Donald Trump è arrivato a minacciare di non firmare nessun’altra legge finché il provvedimento non sarà sulla sua scrivania per la firma. Per capire perché la questione sia considerata così importante dalla Casa Bianca, però, bisogna prima vedere come funzionano oggi i sistemi di identificazione degli elettori negli Stati Uniti.
Il contesto attuale
In primo luogo bisogna sottolineare come il sistema elettorale americano sia fortemente decentralizzato, ragion per cui ogni stato adotta regole diverse. Una delle poche caratteristiche comuni è che l’inserimento nelle liste elettorali non è automatico: ad eccezione del North Dakota, tutti gli stati richiedono infatti che siano i cittadini stessi a registrarsi. In molti casi l’iscrizione può avvenire anche nel giorno stesso del voto, mentre in altri deve essere completata con un certo anticipo, secondo scadenze che cambiano da stato a stato. Il SAVE Act andrebbe a intervenire proprio su uno dei requisiti necessari per registrarsi, imponendo la presentazione di una prova documentale della cittadinanza americana e rafforzando, più in generale, i criteri di identificazione degli elettori. Vista dall’Italia può sembrare una cosa quasi ovvia, ma negli Stati Uniti la situazione è molto diversa: non esiste infatti una legge federale che imponga il possesso di un documento d’identità e, di conseguenza, non vi è nemmeno un equivalente generalizzato della nostra carta d’identità. Secondo alcune stime, circa il 9% degli elettori non possiede un documento, l’11% non ha accesso al certificato di nascita e più della metà non dispone di un passaporto.
Già oggi, comunque, una larga parte del paese prevede controlli al momento del voto. Come sottolinea il Bipartisan Policy Center, già oggi trentasei stati richiedono infatti agli elettori di mostrare una qualche forma di riconoscimento ai seggi, ma le regole sono tutt’altro che uniformi. In 23 stati è richiesto un documento con fotografia, come una patente, un passaporto o altre tessere ufficiali; in altri 13, invece, sono accettati anche documenti privi di foto, per esempio bollette, estratti conto o certificati con nome e indirizzo. In alcuni stati — come Arkansas, Georgia, Indiana, Kansas, Mississippi, North Carolina, Ohio e Tennessee — la richiesta di un documento con foto è esplicita e particolarmente rigida. In altri, invece, il quadro è più sfumato: Oklahoma, per esempio, consente anche l’uso della tessera elettorale rilasciata dalla contea, pur priva di fotografia, mentre in Wyoming sono accettate fino al 2029 anche le tessere Medicare e Medicaid, che non riportano alcuna foto. La vera differenza, però, riguarda soprattutto ciò che accade quando un elettore si presenta senza un documento ritenuto valido. In alcuni stati esistono procedure alternative che consentono comunque di far valere il voto, ad esempio tramite una dichiarazione giurata, una verifica successiva da parte degli uffici elettorali o l’attestazione di funzionari presenti al seggio. In altri, invece, chi non ha con sé un documento può votare solo in via provvisoria e deve poi presentarsi nei giorni successivi davanti all’amministrazione elettorale per dimostrare la propria identità, altrimenti la scheda non viene conteggiata.
Perché il tema è importante?
Per capire perché il tema sia così importante per i Repubblicani bisogna tornare alle polemiche seguite alle presidenziali del 2020. Basta riandare ai giorni successivi al voto per ricordare quanto Trump abbia insistito, senza prove concrete, sul tema dei presunti “brogli elettorali”, accusando i Democratici di aver alterato il risultato finale. Da allora, una parte rilevante del partito ha continuato a fare dell’integrità del voto uno dei propri principali cavalli di battaglia, e anche sul SAVE Act il tycoon ha rilanciato quel senso di emergenza permanente che accompagna spesso le sue proposte, arrivando a presentarlo come una delle leggi più importanti dell’intera storia americana. Va sottolineato, però, che già oggi è molto difficile, se non improbabile, che elettori privi della cittadinanza americana riescano effettivamente a prendere parte al voto. Del resto, le stesse autorità federali che si occupano di sicurezza elettorale definirono nel 2020 quella tornata “la più sicura della storia americana”.
I dati disponibili sul voto dei non cittadini, infatti, descrivono un fenomeno estremamente marginale. In Utah, per esempio, tra aprile 2025 e gennaio 2026 è stata condotta una revisione completa delle liste elettorali: dopo un controllo lungo e articolato su oltre 2 milioni di elettori registrati, è emerso un solo caso accertato di registrazione da parte di un non cittadino e nessun caso di voto effettivamente espresso. Anche su scala più ampia il quadro non cambia. A partire dal 2025 molti uffici elettorali statali hanno iniziato a verificare la cittadinanza degli elettori, e i dati di quel programma mostrano che appena lo 0,04% delle verifiche restituisce un esito di non cittadinanza. Si tratta, peraltro, di una percentuale che potrebbe persino sovrastimare il fenomeno, perché non tutte le segnalazioni corrispondono a casi reali: nella Travis County, in Texas, ad esempio, circa il 25% degli elettori indicati dal sistema come potenziali non cittadini aveva in realtà già fornito una prova della propria cittadinanza al momento della registrazione. In altre parole, il SAVE Act non nasce per colmare un vuoto normativo su un problema fuori controllo, ma per irrigidire ulteriormente un sistema in cui il voto dei non cittadini è già illegale e, stando alle evidenze disponibili, anche rarissimo.
Cos’è il SAVE Act
Ma quali sono i contenuti della misura approvata alla Camera? In primo luogo essa introduce l’obbligo di presentare prove documentali della cittadinanza statunitense per potersi iscrivere alle liste elettorali: non basterebbe più dichiarare sotto giuramento di essere cittadini — come avviene oggi — ma sarebbe necessario esibire di persona documenti come certificato di nascita, passaporto o certificato di naturalizzazione. Nei casi in cui il nome attuale non coincida con quello riportato nei documenti, ad esempio dopo un matrimonio, sarebbe possibile allegare certificazioni aggiuntive che spieghino la discrepanza. Secondo alcune stime, tuttavia, decine di milioni di elettori altrimenti idonei non avrebbero accesso immediato a questi documenti. La legge renderebbe inoltre molto più difficile registrarsi online o per posta, perché anche chi utilizza queste modalità dovrebbe comunque recarsi fisicamente presso un ufficio elettorale per mostrare la documentazione richiesta, limitando di fatto forme di registrazione molto diffuse e campagne organizzate nei mesi precedenti alle elezioni.
Il provvedimento introdurrebbe anche un requisito nazionale di documento con fotografia per poter votare nelle elezioni federali — oggi inesistente a livello federale — accettando, ad esempio, patenti statali, passaporti o tessere militari e tribali, ma escludendo alcune categorie di documenti come le carte d’identità universitarie. Per il voto per corrispondenza sarebbe inoltre necessario inviare copie del documento sia al momento della richiesta sia al momento della restituzione della scheda, salvo alcune eccezioni. Parallelamente, il SAVE Act rafforzerebbe i controlli sulle liste elettorali già esistenti, imponendo agli stati di utilizzare banche dati federali per individuare eventuali soggetti non idonei e rimuoverli: non solo i nuovi elettori, ma anche quelli già registrati potrebbero essere chiamati a dimostrare nuovamente la propria cittadinanza qualora la loro posizione venisse messa in dubbio. Infine, la legge prevede conseguenze legali significative: sanzioni penali per i funzionari che registrassero persone prive dei requisiti richiesti, la possibilità per cittadini e organizzazioni private di avviare azioni civili contro le autorità elettorali e l’obbligo per il governo federale di indagare sui non cittadini eventualmente registrati, fino alla potenziale espulsione.
Nel complesso, si tratta quindi di una riforma che non si limita a “stringere le maglie” dell’identificazione, ma ridefinisce in modo sostanziale l’accesso stesso al voto nelle elezioni federali. È per questo che i Democratici la descrivono non come una misura di mera sicurezza elettorale, ma come un provvedimento suscettibile di produrre effetti di disincentivazione su larga scala, in particolare su donne che hanno cambiato cognome, cittadini più anziani, persone a basso reddito e, più in generale, elettori che non dispongono facilmente di passaporto o certificato di nascita.
Il dibattito al Congresso
Già in questa forma, al Congresso, è difficile trovare i numeri necessari per l’approvazione della misura. A complicare ulteriormente il quadro è intervenuto ancora una volta Donald Trump: il tycoon ha infatti chiesto di irrigidire la proposta, introducendo una stretta quasi totale sul voto per corrispondenza — che in molti stati rappresenta una quota assolutamente rilevante del corpo elettorale — limitandolo ai soli casi di malattia, disabilità, servizio militare o viaggio. Ha inoltre sollecitato l’inserimento di disposizioni sui diritti trans, a partire dal divieto per le atlete transgender di gareggiare nelle competizioni femminili e da ulteriori restrizioni sui trattamenti di affermazione di genere per i minori. Una modifica di questo tipo renderebbe il percorso parlamentare ancora più tortuoso: se il Senato intervenisse sul testo approvato dalla Camera, il provvedimento non potrebbe essere inviato direttamente alla Casa Bianca, ma dovrebbe tornare indietro per una nuova votazione.
Il nodo principale è che non solo questa eventuale versione riveduta, ma già quella attuale ha scarsissime probabilità di superare il vaglio del Senato. Il senatore repubblicano della North Carolina Thom Tillis ha dichiarato senza mezzi termini che “ci sono 0% di possibilità” di approvazione. Per procedere, infatti, servirebbero 60 voti, necessari per superare il filibuster nella Upper House, ovvero il meccanismo che consente alla minoranza di impedire l’approdo al voto finale prolungando indefinitamente la discussione. Per aggirare questo ostacolo, l’ala più radicale del Partito Repubblicano ha rilanciato la proposta di modificare le regole del Senato, tornando a una forma di talking filibuster, nella quale l’ostruzionismo deve essere sostenuto fisicamente con interventi continui in aula, assumendone anche il costo politico.
L’opzione più estrema consisterebbe invece nel ricorso alla cosiddetta nuclear option, cioè l’abolizione totale del filibuster. Il leader della maggioranza repubblicana al Senato ha (almeno per il momento) escluso entrambe queste possibilità, sostenendo che non esistono i numeri né per eliminarlo né per trasformarlo in una versione “parlata”. La strategia scelta è dunque molto più prudente: portare comunque il SAVE Act in aula, consentire il confronto e arrivare a un voto secondo la procedura ordinaria, pur sapendo che con ogni probabilità i Democratici riusciranno a bloccarlo. In questa prospettiva, l’obiettivo non sembra tanto l’approvazione immediata quanto costringere l’opposizione a prendere posizione pubblicamente su una misura — l’obbligo di prova della cittadinanza per votare — che nei sondaggi appare intuitivamente popolare presso una parte consistente dell’elettorato.
Questa linea attendista sta però alimentando tensioni molto forti all’interno dello stesso Partito repubblicano. Alla Camera, diversi esponenti conservatori vicini a Trump hanno minacciato apertamente di ostacolare qualsiasi altra iniziativa legislativa finché il Senato non darà il via libera al SAVE Act, accusando i colleghi della Upper House di immobilismo e di scarsa determinazione nel garantire la sicurezza elettorale. Per questa componente, la proposta non rappresenta soltanto una riforma tecnica, ma un test della volontà del partito di sfruttare pienamente la maggioranza ottenuta nel 2024. La questione, dunque, riguarda anche la disponibilità della leadership a ingaggiare uno scontro istituzionale frontale per soddisfare la priorità indicata da Trump.
A Palazzo del Senato, invece, il confronto ruota soprattutto attorno alle procedure. Figure come Mike Lee e Rick Scott sostengono che un talking filibuster sarebbe l’unico strumento in grado di mettere sotto pressione i Democratici, nella speranza che un dibattito estenuante li induca prima o poi a cedere e consentire il voto a maggioranza semplice. Una parte significativa del GOP contesta però questa interpretazione. Secondo i critici, non esistono precedenti recenti che facciano pensare a un esito favorevole; al contrario, il rischio concreto sarebbe quello di paralizzare l’attività legislativa per giorni o settimane senza alcun risultato. Altri senatori temono inoltre un effetto boomerang: una discussione senza limiti consentirebbe all’opposizione di presentare un numero potenzialmente infinito di emendamenti, costringendo la maggioranza a votazioni politicamente scomode su questioni collaterali senza alcuna certezza di arrivare all’approvazione finale. Esiste poi un ulteriore problema tecnico: in un contesto di dibattito illimitato, i Democratici godrebbero di un vantaggio tattico evidente, perché basterebbe anche un solo senatore a turno per mantenere l’ostruzionismo, mentre i Repubblicani dovrebbero garantire una presenza costante in aula per evitare incidenti procedurali e richieste di quorum.
In ogni caso, i voti per cambiare le regole non ci sono. All’interno del GOP esiste un gruppo sufficientemente compatto determinato a impedirlo. Tra gli scettici non figurano soltanto moderati, ma anche esponenti che condividono il merito della proposta e temono però che indebolire il filibuster crei un precedente destinato a ritorcersi contro il partito quando i Democratici torneranno alla guida del Congresso. È questo l’argomento su cui insistono Thune e altri membri dell’ala più istituzionale: una maggioranza può essere tentata di sfruttare oggi gli strumenti procedurali, ma domani potrebbe trovarsi a subirne le conseguenze.
A rendere il quadro ancora più mobile è intervenuta anche la posizione di John Cornyn, influente senatore texano e figura di primo piano dell’establishment repubblicano. Dopo aver a lungo difeso il filibuster, ha recentemente aperto alla possibilità di superarlo pur di far approvare il SAVE Act, in una mossa legata soprattutto alla dinamica elettorale. Cornyn deve infatti affrontare il ballottaggio nelle primarie contro l’ultraconservatore Ken Paxton e ha bisogno dell’appoggio di Trump; il suo sfidante ha inoltre promesso di ritirarsi qualora la misura venisse approvata.
Sul fronte democratico, invece, la posizione appare molto più compatta. Chuck Schumer ha definito il SAVE Act una forma di “Jim Crow 2.0” (il riferimento è all’insieme di leggi che, dopo l’abolizione della schiavitù, impedivano comunque l’accesso alle elezioni per le persone di colore), sostenendo che milioni di cittadini verrebbero di fatto privati del diritto di voto. L’obiezione principale è che la legge non risponde a un’emergenza reale — il voto dei non cittadini è già illegale e statisticamente rarissimo — ma introduce ostacoli amministrativi che rischiano di colpire soprattutto gli elettori più vulnerabili o con minore accesso ai documenti richiesti. Alcuni esponenti democratici contestano inoltre l’idea stessa di imporre a livello federale regole così invasive in un ambito che, storicamente, negli Stati Uniti è stato regolato in larga misura dai singoli stati.
Le altre notizie della settimana
● Cuba ha ammesso per la prima volta negoziati diretti con l’amministrazione Trump mentre affronta una gravissima crisi energetica, con carenza di petrolio e blackout fino a 15 ore al giorno dopo la perdita delle forniture venezuelane. I colloqui — favoriti anche da mediazioni internazionali — riguarderebbero possibili aperture economiche, il rilascio di alcuni detenuti e un allentamento delle restrizioni, senza mettere in discussione il sistema politico dell’isola. Trump ha lasciato intendere che un accordo potrebbe essere vicino, ma le trattative sono ancora in fase iniziale e restano legate anche a richieste statunitensi su riforme politiche e diritti civili.
● Gli Stati Uniti hanno chiuso il 2025 con una crescita economica molto più debole del previsto: il PIL è aumentato nel quarto trimestre di appena lo 0,7%, frenato soprattutto dallo shutdown federale autunnale, dal rallentamento dei consumi e dal calo delle esportazioni. Anche gli indicatori di fondo segnalano un’economia in decelerazione, mentre l’inflazione core resta elevata e potrebbe aumentare ulteriormente dopo il rialzo dei prezzi del petrolio causato dalla guerra con l’Iran.
Il mercato del lavoro mostra segnali di indebolimento, con tagli occupazionali e assunzioni minime, anche se per ora i consumi delle famiglie restano sostenuti dall’aumento dei redditi e delle prestazioni sociali. La Federal Reserve dovrebbe quindi mantenere i tassi invariati, rinviando qualsiasi allentamento monetario nonostante le pressioni politiche.
● Un’indagine preliminare del Pentagono attribuisce alle forze statunitensi il missile Tomahawk che il 28 febbraio ha colpito una scuola elementare femminile in Iran, causando almeno 175 morti, per lo più bambine. Secondo i primi risultati, l’attacco sarebbe stato provocato da coordinate errate basate su dati obsoleti che identificavano l’edificio come parte di una base militare adiacente.
L’episodio, avvenuto nel primo giorno dell’offensiva USA-Israele contro Teheran, potrebbe configurarsi come uno dei più gravi errori militari americani degli ultimi decenni. Washington afferma che l’indagine è in corso e nega di aver preso di mira civili, mentre ONU e numerosi leader internazionali hanno condannato l’attacco e chiesto chiarimenti.
● La Casa Bianca ha chiesto ai deputati repubblicani di smettere di parlare di “espulsioni di massa” e di concentrare la comunicazione sull’allontanamento dei criminali violenti, segnalando un aggiustamento della strategia sull’immigrazione. La richiesta, avanzata dal vicecapo di gabinetto James Blair durante un incontro a porte chiuse in Florida, riflette la preoccupazione che il messaggio attuale venga percepito come troppo indiscriminato.
Secondo i sondaggi, quasi la metà degli americani considera le espulsioni di massa eccessivamente aggressive, inclusa una parte degli elettori repubblicani. Episodi recenti che hanno coinvolto anche cittadini statunitensi hanno inoltre alimentato le critiche, spingendo l’amministrazione a puntare su una narrativa più mirata in vista delle elezioni di metà mandato.



