Cosa succede con i dazi di Trump
Una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che il presidente Donald Trump ha violato la legge imponendo dazi commerciali usando una normativa di emergenza del 1977
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha colpito al cuore la politica economica di Donald Trump, dichiarando illegali i dazi imposti dal presidente su quasi tutti i partner commerciali del paese. La sentenza, pubblicata il 20 febbraio 2026, rappresenta la prima grande sconfitta del presidente in un caso portato alla piena valutazione della corte più alta del paese, e pone fine a quello che per oltre un anno è stato lo strumento centrale della sua agenda economica e di politica estera.
La decisione è stata presa con sei voti favorevoli e tre contrari. A scrivere l’opinione di maggioranza è stato il presidente della Corte, il giudice John Roberts, affiancato dai tre giudici progressisti e da due conservatori nominati dallo stesso Trump durante il suo primo mandato: Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett. Hanno invece votato a favore del presidente i giudici Clarence Thomas, Samuel Alito e Brett Kavanaugh.
Al centro della disputa c’è l’International Emergency Economic Powers Act, noto con la sigla IEEPA, una legge del 1977 che conferisce al presidente poteri economici straordinari in caso di emergenza nazionale causata da minacce provenienti dall’estero. La norma era già stata usata da presidenti precedenti per imporre sanzioni economiche, congelare asset stranieri e bloccare transazioni con paesi ostili, ma nessuno prima di Trump l’aveva mai invocata per imporre dazi sulle importazioni. Questa è stata la scelta del presidente sin dall’inizio del suo secondo mandato, con l’obiettivo dichiarato di ottenere la massima flessibilità: con l’IEEPA, i dazi potevano essere alzati o abbassati in pochi giorni, senza passaggi formali al Congresso o lunghe indagini governative.
Trump aveva usato questa norma su due fronti distinti. Il primo riguardava Messico, Canada e Cina, colpiti con dazi motivati dalla crisi del fentanyl e dall’immigrazione illegale verso gli Stati Uniti. Il secondo, e più ampio, era il fronte commerciale globale: il 2 aprile 2025, in quella che il presidente aveva battezzato “Liberation Day”, Trump aveva annunciato dazi “reciproci” su quasi tutti i paesi del mondo, con aliquote che arrivavano al 50 per cento per alcune nazioni. La Cina era il caso estremo, con tariffe che avevano toccato il 145 per cento. A giustificare queste misure era la dichiarazione di un’emergenza nazionale legata al disavanzo commerciale, cioè il fatto che gli Stati Uniti importano ogni anno molto più di quanto esportano. In totale, il governo federale aveva incassato oltre 200 miliardi di dollari in entrate doganali dall’entrata in vigore di questi dazi.
Nella sua opinione, il giudice Roberts ha stabilito che la legge IEEPA non autorizza il presidente a imporre dazi. Il punto cruciale è formale ma decisivo: la parola “tariff” non compare mai nel testo di quella norma, e neppure le parole “tassa” o “dazio”. Il governo sosteneva che il potere di “regolare le importazioni” attribuito dall’IEEPA fosse sufficiente, ma la Corte ha respinto questo argomento in modo netto: “il potere di regolare qualcosa non implica il potere di tassarlo come mezzo di regolazione”, ha scritto Roberts. La legge autorizza il presidente a controllare, bloccare, vietare o limitare le transazioni straniere, non a imporre tributi.
Citando la cosiddetta “dottrina delle grandi questioni”, cioè il principio secondo cui il Congresso deve autorizzare esplicitamente i poteri presidenziali con conseguenze economiche di grande portata, la Corte ha osservato che nessun presidente prima di Trump aveva mai usato l’IEEPA per imporre dazi nel corso dei quasi cinquant’anni di vita della legge e che “questo è un forte indizio del fatto che tale potere non esiste”. Quando il Congresso ha voluto delegare al presidente il potere di imporre dazi, ha scritto Roberts, lo ha fatto in modo esplicito e con limiti precisi, cosa che con l’IEEPA non è avvenuta. Nella sua valutazione finale, Roberts ha scritto che la lettura proposta dall’amministrazione avrebbe dato al presidente il potere di imporre dazi illimitati, senza vincoli di tempo, senza tetti di aliquota e senza possibilità di controllo giudiziario, a patto di dichiarare uno stato di emergenza, una condizione che è nelle mani stesse del presidente stabilire.
Anche il giudice Gorsuch, in un’opinione concordante di 46 pagine, ha sottolineato il ruolo costituzionale del Congresso: “il processo deliberativo del potere legislativo era parte integrante del disegno dei Padri Fondatori”, ha scritto, mettendo in guardia contro la tentazione di aggirare il Parlamento nei momenti di crisi. È un passaggio significativo perché richiama un principio di fondo della democrazia americana: la lentezza del Congresso non è un difetto del sistema, ma una garanzia contro l’abuso di potere. Se un presidente democratico facesse la stessa cosa su un tema diverso, con la stessa logica emergenziale, avrebbe gli stessi diritti. I tre giudici progressisti hanno condiviso l’esito della sentenza ma non la dottrina delle grandi questioni, ritenendo che gli strumenti ordinari di interpretazione della legge fossero già sufficienti per bocciare i dazi.
La minoranza, guidata da Kavanaugh in un testo di 63 pagine, ha sostenuto invece che i dazi rientrano nei tradizionali strumenti per “regolare le importazioni” e che il presidente avrebbe dovuto poterli imporre nell’ambito della sua autorità in materia di affari esteri. Kavanaugh ha avvertito che la sentenza avrà conseguenze pratiche pesanti nel breve periodo, soprattutto sul fronte dei rimborsi: il governo potrebbe essere costretto a restituire miliardi di dollari agli importatori che hanno già pagato i dazi, anche se in molti casi questi ultimi hanno già trasferito i costi sui consumatori finali. Lo stesso Kavanaugh ha definito il processo di rimborso un probabile “pasticcio”. Ha però anche osservato che la sentenza “probabilmente non limiterà in modo sostanziale la capacità del presidente di imporre dazi in futuro”, elencando una serie di altre norme che Trump potrebbe utilizzare, tra cui varie sezioni del Trade Act del 1974 e del Trade Expansion Act del 1962. Questo passaggio del testo dissenziente è stato poi abbracciato dallo stesso Trump nella sua risposta pubblica.
Il caso era arrivato alla Corte Suprema dopo che sia il Tribunale del commercio internazionale degli Stati Uniti, nel maggio 2025, sia la Corte d’appello del Circuito federale, ad agosto, avevano già dichiarato illegali i dazi basati sull’IEEPA. La sfida legale era stata promossa da un gruppo di piccole imprese, tra cui un’azienda di giocattoli educativi dell’Illinois e un importatore di vini di New York, assieme a una coalizione di stati guidati dall’Oregon. Gli imprenditori avevano sostenuto che i dazi avevano danneggiato le loro attività, aumentato i prezzi per i consumatori e tagliato posti di lavoro. Nei due casi consolidati davanti alla Corte Suprema, Learning Resources Inc. v. Trump e V.O.S. Selections v. United States, i giudici avevano ascoltato le argomentazioni orali a novembre 2025 prima di emettere la decisione definitiva.
Secondo le stime della Tax Foundation, i dazi IEEPA avevano già generato oltre 160 miliardi di dollari di entrate per il governo federale dalla loro entrata in vigore, e avrebbero dovuto fruttare circa 1.400 miliardi nel decennio successivo. Con la sentenza, quella cifra scompare dai conti pubblici. Il Yale Budget Lab, un centro di ricerca apartisan dell’università di Yale, ha calcolato che prima della sentenza l’aliquota media effettiva sui dazi era del 16,9 per cento. Senza i dazi IEEPA e senza sostituzioni, quella cifra scenderebbe al 9,1 per cento, il livello più alto dal 1946, escluso il 2025.
Vale la pena ricordare cosa significa, in concreto, un dazio per chi importa merci negli Stati Uniti. Si tratta di una tassa che le aziende americane pagano al governo federale ogni volta che fanno entrare prodotti dall’estero. Non la paga il paese esportatore, come Trump ha più volte sostenuto, ma l’importatore americano, che poi può scegliere se assorbire il costo o scaricarlo sui consumatori alzando i prezzi. Le ricerche della Federal Reserve Bank of New York hanno stimato che circa il 90 per cento del costo dei dazi è ricaduto sulle imprese e sui consumatori americani.
La reazione di Trump è stata immediata. Raggiunto dalla notizia mentre incontrava i governatori degli stati alla Casa Bianca, ha lasciato la stanza subito dopo aver commentato “è una vergogna”. Nella conferenza stampa successiva, ha attaccato i giudici che hanno votato contro di lui definendoli “sciocchi e cagnolini”, accusandoli di essere “antipatriottici e sleali alla Costituzione” e lasciando intendere, senza fornire prove, che la corte sarebbe stata influenzata da “interessi stranieri”. Ha riservato elogi, invece, ai tre dissidenti, definendo Kavanaugh un “genio” e invitandolo al suo discorso sullo stato dell’Unione della settimana successiva. Degli altri: “sono appena invitati. Onestamente, non potrei fregarmene di meno se vengono”. Gli attacchi personali più aspri erano rivolti a Gorsuch e Barrett, i due giudici da lui nominati che hanno votato contro. Il presidente ha definito la loro scelta “un’imbarazzo per le loro famiglie”.
Trump reagisce con nuovi dazi
Poche ore dopo la sentenza della Corte Suprema, venerdì sera, Trump ha firmato un decreto che impone un dazio del 10% su tutte le importazioni in arrivo da qualsiasi paese del mondo, invocando la Section 122 del Trade Act del 1974, una norma mai usata prima da nessun presidente in cinquant’anni di storia. Ieri mattina, in un post su Truth Social, ha annunciato di aver già portato quella cifra al 15%, il massimo consentito dalla stessa legge. Il post, scritto in maiuscolo con tono trionfalistico, non conteneva alcun riferimento alle ragioni giuridiche del rialzo né ai dettagli applicativi: solo l’annuncio della decisione e la promessa che nei prossimi mesi l’amministrazione avrebbe pubblicato “nuovi dazi conformi alla legge” che avrebbero continuato, a suo dire, il processo di rendere l’America di nuovo grande.
La Section 122 è una disposizione del Trade Act del 1974 che permette al presidente di imporre dazi fino al 15% per un massimo di 150 giorni, per far fronte a un “grande e serio deficit della bilancia dei pagamenti”, cioè una situazione in cui il paese spende molto più di quanto incassi nei rapporti economici con l’estero. Trascorsi i 150 giorni, i dazi decadono automaticamente a meno che il Congresso non ne approvi la proroga. La norma è nata sull’onda della crisi del 1971, quando il presidente Nixon impose un dazio del 10% su tutte le importazioni per stabilizzare il sistema finanziario internazionale. Da allora non era più stata usata. Nessun tribunale ne ha mai stabilito i limiti precisi, e non esiste quindi alcun precedente giudiziario che ne definisca la portata.
Il nuovo dazio globale al 15%, che sostituisce quello al 10% firmato il giorno prima, entrerà in vigore il 24 febbraio alle 00:01, ora di Washington, lo stesso giorno in cui Trump terrà il suo discorso sullo stato dell’Unione. L’ordine esecutivo prevede una serie di esenzioni parzialmente sovrapponibili a quelle già presenti nei dazi IEEPA colpiti dalla sentenza: restano esclusi alcuni prodotti agricoli come carne bovina e pomodori, certi minerali critici, i farmaci, e i beni che entrano negli Stati Uniti nell’ambito dell’accordo di libero scambio tra Usa, Canada e Messico, noto come USMCA. La norma, a differenza dell’IEEPA, è “non discriminatoria” per legge, il che significa che in linea di principio il presidente non può dare a singoli paesi un trattamento diverso da quello applicato agli altri. Questo crea una complicazione concreta: i paesi che avevano già firmato accordi commerciali con Washington, come l’Unione europea, il Giappone, il Regno Unito e la Corea del Sud, si trovano ora a dover pagare lo stesso dazio del 15% senza che quei trattamenti preferenziali siano più garantiti. Un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato alla CNBC che l’amministrazione si aspetta comunque che questi paesi rispettino le concessioni già concordate, ma non ha spiegato come ciò sarebbe possibile con una norma che vieta per legge la discriminazione tra partner commerciali.
In parallelo ai dazi della Section 122, Trump ha avviato una serie di indagini ai sensi della Section 301 dello stesso Trade Act, lo strumento usato dal suo governo fin dal primo mandato, soprattutto contro la Cina, per colpire paesi accusati di pratiche commerciali sleali. L’Ufficio del rappresentante commerciale americano, guidato da Jamieson Greer, ha comunicato che le nuove indagini copriranno “la maggior parte dei principali partner commerciali” degli Stati Uniti e si concentreranno su eccesso di capacità produttiva industriale, lavoro forzato, prezzi farmaceutici, discriminazione nei confronti delle aziende tecnologiche americane, tasse sui servizi digitali, inquinamento oceanico e pratiche legate al commercio di pesce, riso e altri prodotti agricoli. Greer ha assicurato che le indagini seguiranno “tempi accelerati”, senza specificare cosa ciò significhi in pratica. Per legge, le indagini ai sensi della Section 301 richiedono audizioni pubbliche, raccolta di prove e la possibilità per i paesi e le aziende coinvolte di presentare osservazioni. Solo al termine di questo processo è possibile imporre dazi, il che rende la procedura incompatibile con i tempi rapidissimi a cui Trump si era abituato con l’IEEPA.
Lo stesso presidente ha riconosciuto implicitamente questa difficoltà. “Ci vuole un po’ più di tempo”, ha ammesso durante la conferenza stampa del venerdì, aggiungendo però che le indagini della Section 301 potrebbero essere completate mentre i dazi della Section 122 sono in vigore e poi sostituirli con aliquote più alte. Trump ha dichiarato alla stampa che il livello finale dei dazi sarà “potenzialmente più alto” di quello attuale, e che dipenderà da “come ci hanno trattato” i singoli paesi. Per quelli che “ci hanno trattato molto male per anni”, i dazi saranno elevati; per altri, “sarà molto ragionevole”. Ha anche lasciato intendere di stare valutando dazi sulle automobili straniere compresi tra il 15% e il 30%.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent, intervenuto venerdì sera all’Economic Club di Dallas, ha cercato di rassicurare i mercati sul fronte delle entrate federali. Combinando la Section 122 con eventuali aumenti dei dazi già in vigore ai sensi della Section 232 (sicurezza nazionale) e della Section 301, le entrate doganali nel 2026 rimarranno “praticamente invariate”, ha affermato. Su Fox News, Bessent ha però riconosciuto che la sentenza ha ridotto la leva negoziale del presidente: “La Corte Suprema ha tolto al presidente la sua leva. Ma in un certo senso l’ha resa più pesante, perché ha confermato che ha il diritto a un embargo completo.” La precisazione non è un dettaglio secondario: la sentenza ha sì eliminato il potere di imporre dazi tramite IEEPA, ma ha confermato che il presidente conserva poteri molto ampi per bloccare, vietare o condizionare in altri modi il commercio con paesi stranieri. Bessent ha anche messo in guardia i paesi che avevano firmato accordi commerciali con Washington: “Chiedo a tutti i paesi di rispettare i loro accordi e di andare avanti.”
Sul fronte dei rimborsi, sia Trump sia Bessent hanno dipinto uno scenario di incertezza prolungata. Il presidente ha detto durante la conferenza stampa di aspettarsi anni di contenziosi, aggiungendo di essere irritato per il fatto che la Corte Suprema non abbia fornito alcuna indicazione su come gestire i rimborsi: “Ci vuole solo una frase: tenete i soldi o restituiteli.” Bessent ha previsto che il processo potrebbe richiedere “settimane, mesi, anni”, e ha detto apertamente: “Ho la sensazione che gli americani non lo vedranno mai”. Secondo le stime degli economisti, l’ammontare soggetto a potenziali rimborsi è di circa 175 miliardi di dollari. Una coalizione di oltre 800 piccole imprese ha chiesto al governo di istituire “un processo di rimborso rapido, efficiente e automatico”, avvertendo che “una vittoria legale è priva di significato senza un effettivo ristoro per le aziende che hanno pagato questi dazi.”
“Qualsiasi spinta all’economia derivante da dazi più bassi nel breve termine sarà probabilmente compensata in parte da un prolungato periodo di incertezza”, ha detto Michael Pearce, capo economista do Oxford Economics. Le stime del Yale Budget Lab indicano che, con la Section 122 al 15%, l’aliquota media effettiva sui dazi si attesterebbe al 16,1%, solo leggermente al di sotto del 16,9% che vigeva prima della sentenza.
Cosa succede adesso con i rimborsi e gli accordi commerciali
Il percorso per ottenere i rimborsi sarà lungo, tecnicamente complesso e probabilmente osteggiato dall’amministrazione. Il processo sarà gestito dalla U.S. Court of International Trade di New York, con il coordinamento dell’agenzia doganale americana, il Customs and Border Protection. Joyce Adetutu, avvocata dello studio Vinson & Elkins specializzata in commercio internazionale, ha detto a CNBC che il rimborso non avverrà “premendo un bottone”, ma attraverso un processo in cui le aziende dovranno dimostrare di aver pagato i dazi e di aver preservato il proprio diritto al rimborso. Chi non ha presentato ricorso preventivo potrebbe aver già perso quel diritto. Timothy Keeler, partner dello studio Mayer Brown ed ex capo di gabinetto dell’Ufficio del rappresentante commerciale americano, ha confermato a CNBC che i rimborsi arriveranno, ma “non è chiaro se le aziende dovranno presentare ricorso individuale o se si stabilirà una procedura amministrativa.” Le stime di TD Securities indicano un arco temporale tra i 12 e i 18 mesi nella migliore delle ipotesi, ma molti avvocati commerciali prevedono anni di contenziosi in giurisdizioni multiple. Greg Tompsett, vicepresidente della logistica Kuehne+Nagel, ha dichiarato a CNBC che i tempi potrebbero essere così lunghi da generare ulteriori ricorsi che tornerebbero alla Corte Suprema.
Le piccole imprese, che non hanno le risorse per avviare un contenzioso, rischiano di non ricevere nulla. I consumatori finali quasi certamente non vedranno un centesimo: dimostrare di aver subito un danno direttamente attribuibile a un dazio specifico è praticamente impossibile sul piano legale. La senatrice Elizabeth Warren, democratica del Massachusetts, ha avvertito che “le grandi aziende con i loro eserciti di avvocati e lobbisti possono fare causa per i rimborsi e poi tenersi i soldi”, chiedendo che il governo garantisca che il denaro torni alle famiglie e alle piccole imprese danneggiate. Non è chiaro se l’amministrazione istituirà una procedura semplificata o se invece cercherà di rallentare i pagamenti il più possibile. L’ex segretario al Commercio Wilbur Ross, del primo mandato Trump, ha detto in un’intervista che “l’amministrazione combatterà l’idea dei rimborsi, e quella sarà la prossima cosa che finirà nei tribunali.”
Il problema non riguarda solo le imprese. Migliaia di importatori avevano dovuto aumentare il valore delle loro polizze doganali, i cosiddetti customs bond, garanzie assicurative che il governo esige per garantire il pagamento dei dazi. Con aliquote schizzate dal 10% al 25% o più su certi prodotti, molte aziende avevano dovuto fornire garanzie aggiuntive. Secondo i dati forniti dal Customs and Border Protection, l’agenzia ha identificato oltre 24.000 casi di polizze insufficienti per un valore complessivo di quasi 3,6 miliardi di dollari, il doppio rispetto al 2019. Anche il recupero di queste somme richiederà tempo: le compagnie assicurative dovranno verificare e controllare tutta la documentazione prima di rilasciare il denaro, un processo che può richiedere da 30 a 60 giorni per ogni singola pratica.
Sul fronte degli accordi commerciali, l’incertezza è altrettanto profonda. Molti dei patti firmati negli ultimi mesi contenevano clausole risolutive e impegni di investimento ancora da ratificare formalmente. Trump ha detto che “la maggior parte” degli accordi rimarrà in piedi, ma non ha specificato quali. Il Parlamento europeo si stava preparando a un voto per approvare la propria parte dell’intesa con Washington, che prevedeva dazi al 15% in cambio di 750 miliardi di dollari in acquisti di energia americana e 600 miliardi in investimenti. Bernd Lange, presidente della commissione parlamentare che segue il negoziato, ha convocato una riunione straordinaria per analizzarne le conseguenze alla luce della sentenza. Per la Corea del Sud, che aveva concordato dazi al 15% in cambio di 350 miliardi di investimenti negli Stati Uniti, la situazione si complica ulteriormente: Trump aveva già minacciato di riportare le aliquote al 25% per i ritardi nella ratifica dell’accordo. Per il Giappone, che aveva impegnato 550 miliardi di dollari in progetti americani in cambio di dazi al 15%, la preoccupazione principale è che l’accordo appaia ora squilibrato rispetto a quello sudcoreano, e che Tokyo abbia pagato troppo per un risultato che la sentenza ha reso provvisorio.
La sfida più urgente sul fronte nordamericano è la revisione dell’USMCA, con una scadenza al 1° luglio. I negoziati tra Washington e Ottawa sono fermi da ottobre, quando Trump li aveva interrotti per protestare contro una pubblicità anti-dazi dell’Ontario trasmessa durante la World Series di baseball. Il ministro canadese LeBlanc ha detto che incontrerà il rappresentante commerciale Greer nelle prossime settimane per riprendere i colloqui, ma l’atmosfera rimane tesa.
Forse la perdita più difficile da compensare, per Trump, non è economica ma geopolitica. Michael Froman, presidente del Council on Foreign Relations, ha scritto che “la conseguenza più rilevante della sentenza è che dovrebbe limitare la minaccia o l’uso dei dazi come forma preferita di pressione al di fuori dell’ambito commerciale”: dazi usati contro paesi europei per la questione della Groenlandia, o contro il Brasile per le vicende giudiziarie dell’ex presidente Bolsonaro, non sarebbero più possibili con la stessa rapidità. Edward Fishman, ex funzionario del Dipartimento di Stato e direttore del Center for Geoeconomic Studies del Council on Foreign Relations, ha dichiarato al New York Times che Trump “non sarà più in grado di minacciare credibilmente dazi per raggiungere obiettivi di politica estera”, un cambiamento che definisce “enorme.” La sentenza arriva in un momento particolarmente delicato: il presidente è atteso a Pechino per un incontro con Xi Jinping a fine marzo, e si presenterà con una leva negoziale sensibilmente ridotta rispetto a un mese fa.
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