L'Europa può diventare davvero indipendente dagli Stati Uniti?
Il discorso di Rubio a Monaco ha ammorbidito i toni ma non la sostanza: l'alleanza transatlantica è al punto più basso dalla Seconda guerra mondiale e l'Europa cerca un'autonomia che non ha mai avuto
Quattro anni fa i funzionari americani arrivarono alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco con le foto satellitari delle truppe russe ammassate al confine ucraino, cercando di convincere gli alleati europei che l’invasione era imminente. I leader europei non ci credettero. La guerra iniziò pochi giorni dopo. Quest’anno i ruoli si sono ribaltati: i pochi rappresentanti americani presenti, guidati dal segretario di Stato Marco Rubio, hanno parlato solo di negoziati per fermare il conflitto, senza mai nominare la Russia. Gli europei, al contrario, hanno avvertito che nemmeno un cessate il fuoco fermerà le ambizioni territoriali di Vladimir Putin oltre i confini dell’Ucraina, e hanno citato i sabotaggi sempre più audaci sul territorio NATO, esplosioni nei depositi ferroviari, cavi sottomarini in fibra ottica tagliati, attacchi informatici, droni sui cieli polacchi, come prove di una guerra ombra già in corso.
Il discorso di Rubio, sabato, ha segnato un cambio di tono rispetto a quello del vicepresidente JD Vance un anno fa dallo stesso palco. Vance aveva accusato i governi europei di censurare l’opposizione e reprimere la libertà di espressione, sostenendo che la minaccia più grave per l’Europa non fossero i missili russi ma i suoi stessi leader. Quest’anno Rubio ha scelto parole più morbide: “Saremo sempre figli dell’Europa”, ha detto, e “apparteniamo gli uni agli altri”. Ha ricevuto un’ovazione in piedi. Ma diversi diplomatici europei hanno notato, come ha scritto Politico, che dietro il tono conciliante il messaggio restava identico: unitevi alla campagna di Trump per rimodellare il mondo a vantaggio di Washington, oppure toglietevi di mezzo.
Le accuse di Vance del 2025, il declino civile europeo e la repressione del dissenso, non sono rimaste parole: sono diventate dottrina ufficiale nella strategia di sicurezza nazionale pubblicata dalla Casa Bianca a dicembre. Il documento accusa l’Unione Europea di soffocare la libertà politica, avverte che alcuni paesi NATO rischiano di diventare “a maggioranza non europea” e invita gli Stati Uniti ad allinearsi con i “partiti patriottici” del continente, un riferimento ai movimenti di estrema destra. Come ha scritto il New York Times, il disprezzo di Trump per l’Europa è ora stampato su carta intestata della Casa Bianca. Il primo ministro finlandese Alexander Stubb, considerato uno dei leader europei con il miglior rapporto con Trump, lo ha detto senza giri di parole a Politico: “MAGA significa anti-UE, anti-ordine liberale, anti-cambiamento climatico. Questa è la corrente ideologica che guida la politica estera americana”.
Il deterioramento non si è limitato alla retorica. Nel corso dell’ultimo anno Washington ha minacciato di annettere la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca e alleato NATO, spingendo i danesi sull’orlo di un confronto militare con gli Stati Uniti tra dicembre e gennaio. Trump ha usato la minaccia di dazi punitivi contro la Danimarca e altri sette alleati NATO che avevano difeso la sovranità di Copenaghen. Ha imposto un accordo commerciale sbilanciato, il cosiddetto accordo di Turnberry, che secondo diversi analisti danneggerà l’economia europea. Ha ridotto il sostegno all’Ucraina, razionando persino le forniture già pagate, e ha più volte portato avanti posizioni vicine a quelle del Cremlino. Ha interrotto temporaneamente l’accesso ucraino all’intelligence americana, accecando non solo l’esercito di Kiev ma anche gli europei che dipendevano da quei dati. E a porte chiuse, alla stessa conferenza di Monaco, il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby ha detto ai presenti che Stati Uniti ed Europa condividono interessi, ma non valori.
I numeri confermano la frattura. Secondo un sondaggio dello European Council on Foreign Relations, condotto a novembre, solo il 16 per cento degli europei considera gli Stati Uniti un alleato che condivide gli stessi valori, in calo rispetto al 21 per cento del 2024. Un dato ancora più significativo: il 20 per cento degli europei vede ormai Washington come un rivale o un nemico. In Germania, il 66 per cento degli intervistati giudica gli Stati Uniti meno affidabili come membro NATO rispetto a sei mesi prima. L’ex presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha dichiarato alla CNBC che i rapporti tra Europa e Stati Uniti attraversano il “momento più basso” da quando la NATO esiste. L’ex presidente del Consiglio europeo Charles Michel è andato oltre, dicendo alla CNN che il rapporto transatlantico “come lo abbiamo conosciuto per decenni è morto”.
È in questo contesto che gli europei hanno iniziato a usare un termine finora riservato alla Cina e alla Russia: “de-risking”, riduzione del rischio. La parola che descriveva la strategia per evitare la dipendenza eccessiva da Pechino o dalle forniture russe di petrolio ora si applica agli Stati Uniti. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha rimproverato i colleghi europei per la loro eccessiva dipendenza da Washington. Il presidente ceco Petr Pavel ha avvertito che “una pace troppo rapida” in Ucraina non porterà a un Nobel ma a “un’altra aggressione”. La premier danese Mette Frederiksen ha detto che “un cattivo accordo di pace aprirà la porta ad altri attacchi russi”. Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “fondamentalmente inaccettabili” i dazi usati come arma geopolitica. E il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, accolto a Monaco con un applauso che un tempo risuonava solo a Washington, ha osservato che gli americani tornano troppo spesso sul tema delle concessioni, “e troppo spesso queste concessioni sono discusse solo nel contesto dell’Ucraina, non della Russia”.
Rubio stesso, pur mantenendo il tono disteso, ha lasciato intendere di non condividere l’ottimismo del presidente. “Non sappiamo se i russi siano seriamente intenzionati a porre fine alla guerra”, ha ammesso. Ma il suo itinerario dopo Monaco, domenica e lunedì in Ungheria e Slovacchia, due paesi NATO che hanno assunto posizioni filorusse e nazionaliste, manda un segnale chiaro.
La domanda che ora ci si fa è una sola: l’Europa è davvero in grado di fare da sola? Può costruire una difesa autonoma, sviluppare una base tecnologica indipendente, ridurre la dipendenza strategica da un alleato che la tratta apertamente come un peso? Il dibattito non è più teorico. Come ha scritto Stefan Lehne della Carnegie Endowment, dopo un anno di tentativi di accomodare Washington in ogni modo possibile, è evidente che la sottomissione non funziona: l’amministrazione Trump la considera un segno di debolezza.
Ma passare dalle parole ai fatti richiede capacità che l’Europa oggi non ha. E le lacune sono enormi, a partire da quella militare.
L'Europa vuole spendere come mai prima per la difesa, ma non basta
L’Europa ha oggi 1,47 milioni di militari in servizio attivo, distribuiti tra 27 eserciti nazionali che operano con 172 diversi tipi di sistemi d’arma principali, aerei, veicoli, navi da combattimento, contro i 32 degli Stati Uniti. È un dato che Kaja Kallas, alta rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera, ha citato per descrivere il problema centrale della difesa europea: la frammentazione gonfia i costi, ostacola l’interoperabilità e crea problemi logistici. Come ha detto il primo ministro britannico Keir Starmer alla conferenza di Monaco, “l’Europa è un gigante addormentato”, le cui capacità di difesa valgono meno della somma delle loro parti.
Le economie europee, complessivamente, sono dieci volte più grandi di quella russa. Eppure nessuno dei singoli eserciti del continente è in grado di sostenere da solo un conflitto ad alta intensità. La ragione è semplice: dopo la fine della Guerra fredda, la spesa militare è crollata ovunque. La Germania, la più grande economia europea, ha raggiunto per la prima volta nel 2024 l’obiettivo NATO del 2 per cento del PIL, dopo decenni in cui aveva speso attorno all’1 per cento. Le sue forze di terra sono operative solo al 50 per cento, e a un certo punto, nel 2018, solo quattro dei 128 caccia Eurofighter Typhoon della Luftwaffe erano pronti al combattimento.
La risposta europea, accelerata dalla guerra in Ucraina e dalla perdita di fiducia negli Stati Uniti, è stata una corsa al riarmo senza precedenti in tempo di pace. La Germania è al centro di questa trasformazione. Il cancelliere Merz, cinque giorni dopo l’umiliazione inflitta da Trump a Zelensky nello Studio Ovale nel febbraio 2025, ha concordato con il predecessore Olaf Scholz una riforma costituzionale per sospendere il freno al debito e finanziare un prestito da mille miliardi di euro destinato alla difesa, circa il 25 per cento del PIL tedesco. Il bilancio militare è passato da 48 miliardi di euro nel 2021 a 108 miliardi previsti per il 2026. Il ministero della Difesa ha redatto un piano di approvvigionamento da 377 miliardi di euro. Tra il 2023 e il 2025, il parlamento tedesco ha approvato 255 grandi progetti di approvvigionamento militare per un valore di 188,4 miliardi, quasi il doppio degli otto anni precedenti. L’obiettivo dichiarato da Merz è costruire “il più forte esercito convenzionale d’Europa”: portare il personale dagli attuali 184 mila a 460 mila unità, contando militari attivi e riservisti, e raggiungere il 3,5 per cento del PIL in spesa per la difesa entro il 2030.
Non è solo la Germania. La Danimarca prevede di spendere il 3,5 per cento del PIL per la difesa quest’anno. Al vertice NATO dell’Aia, i paesi membri si sono impegnati a raggiungere il 5 per cento del PIL per difesa e sicurezza entro il 2035. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha chiesto a Monaco di “dare vita” alla clausola di difesa reciproca dell’Unione Europea, l’articolo 42.7 del trattato, che obbliga gli Stati membri a fornire aiuto e assistenza se un membro subisce un’aggressione armata. Finora era rimasta lettera morta, invocata una sola volta, dalla Francia dopo gli attacchi terroristici di Parigi nel 2015, perché quasi tutti i paesi dell’Unione sono anche membri NATO. Ma la presidente della Commissione l’ha presentata come un’alternativa credibile: “La difesa reciproca non è un compito opzionale per l’Unione Europea. È un obbligo”. Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha rincarato la dose, proponendo una forza di reazione rapida europea fino a 100 mila soldati, capace di sostituire i militari americani se venissero richiamati in patria.
Ma tra le dichiarazioni e la realtà operativa c’è un abisso che richiederà anni, forse decenni, per essere colmato. Secondo le stime del think tank Bruegel, perché l’Europa possa costituire un deterrente credibile senza il supporto americano servirebbero almeno 1.400 carri armati, 2.000 veicoli da combattimento per la fanteria, 700 pezzi di artiglieria, un milione di proiettili da 155 millimetri per i primi tre mesi di combattimento ad alta intensità, e 300 mila soldati aggiuntivi. Il budget europeo per la difesa dovrebbe aumentare di circa 250 miliardi di euro l’anno. L’International Institute for Strategic Studies aveva stimato nel 2019 che, in uno scenario di ritiro completo delle forze americane, il reinvestimento necessario richiederebbe fino a vent’anni, “con progressi significativi attorno al decimo e al quindicesimo anno”.
Il problema non è solo di soldi: è industriale. A differenza degli Stati Uniti, dove il settore della difesa si è consolidato dopo la Guerra fredda attraverso fusioni e acquisizioni, l’industria europea è rimasta frammentata in campioni nazionali. L’Europa ha 30 delle cento più grandi aziende di difesa al mondo, ma solo tre sono consorzi multinazionali: Airbus per l’aeronautica, MBDA per i missili, KNDS per i mezzi terrestri. Come ha spiegato Le Monde, ogni grande paese europeo ha uno o due costruttori navali con capacità produttive limitate. I tentativi di cooperazione si scontrano con due ostacoli: i paesi hanno esigenze diverse, e ciascuno pretende un ritorno industriale proporzionale al proprio investimento, il che non sempre porta a scegliere le competenze migliori.
Anche dove si spende, emergono contraddizioni. Il piano tedesco riserva il 90 per cento degli acquisti a fornitori nazionali o europei, segnalando una chiara volontà di ridurre la dipendenza da Washington. Ma quel restante 10 per cento riguarda capacità critiche: 15 caccia Lockheed Martin F-35 capaci di trasportare bombe nucleari, 400 missili da crociera Tomahawk, sistemi di difesa antimissile Patriot, aerei da pattugliamento marittimo Boeing P-8A Poseidon. In questo modo la Germania resta dipendente dagli Stati Uniti nelle aree decisive, capacità nucleare, attacco a lungo raggio, intelligence, sorveglianza e difesa antimissile, proprio quelle che la guerra in Ucraina ha dimostrato essere centrali. Il simbolo più evidente di questa dipendenza tecnologica è il caccia F-35, acquistato da 13 paesi europei, che dipende da aggiornamenti software americani distribuiti ogni 30 giorni. Se Washington decidesse di bloccarli, quegli aerei diventerebbero inutilizzabili.
C’è poi la questione nucleare, forse la più delicata. Il 60 per cento dei tedeschi, secondo i sondaggi, non si fida più della deterrenza nucleare americana, e tre quarti vorrebbero vederla sostituita da un ombrello nucleare franco-britannico. Il cancelliere Merz da mesi discute con Macron la possibilità che l’arsenale nucleare francese copra anche la Germania e, eventualmente, la Polonia. Ma come ha scritto il New York Times, non è affatto certo che la piccola forza nucleare indipendente francese sia sufficiente a proteggere altri paesi, né che la Francia sarebbe disposta a rischiare Parigi per difendere Berlino.
L’intelligence europea e il segretario generale della NATO Mark Rutte hanno avvertito che la Russia potrebbe essere pronta ad attaccare il territorio NATO entro il 2029. Ma il sistema di attacco a lungo raggio europeo ELSA non sarà operativo prima del 2035. La Germania sta ancora reclutando, addestrando e equipaggiando la brigata corazzata promessa per difendere il corridoio di Suwalki, la striscia di terra lituana tra la Bielorussia e Kaliningrad. Il generale Carsten Breuer, il più alto in grado della Bundeswehr, ha ammesso che la Russia produce circa 1.500 carri armati l’anno, contro i 300 della Germania. E come ha notato il segretario generale della NATO, se l’Europa volesse davvero “fare da sola” in materia di difesa, dovrebbe spendere il 10 per cento del PIL e dotarsi di un proprio arsenale nucleare.
La realtà, dunque, è che l’Europa non può sostituire gli Stati Uniti nel breve e medio termine. Può costruire una NATO più europea, può aumentare la spesa, può avviare processi di integrazione militare che un anno fa sarebbero stati impensabili. Ma la dipendenza strategica da Washington resterà un fatto strutturale per almeno un decennio. E questa dipendenza non si limita al settore militare.
L'Europa funziona con tecnologia americana e non sa come smettere
Sul fronte tecnologico e digitale, il divario è ancora più profondo e più difficile da colmare. Tre aziende americane, Amazon, Microsoft e Google, forniscono oltre il 70 per cento dell’infrastruttura europea di cloud computing, l’impalcatura su cui si reggono servizi sanitari, sistemi bancari, pubblica amministrazione e difesa nazionale. Le più grandi aziende europee del settore, SAP e Deutsche Telekom, controllano ciascuna il 2 per cento del mercato continentale. La quota complessiva dei fornitori europei è scesa dal 29 per cento nel 2017 al 15 per cento nel 2025. I sistemi operativi dei telefoni sono americani. I social network sono americani. Le reti di pagamento, Mastercard e Visa, sono americane. Il chatbot di intelligenza artificiale più usato in Europa, ChatGPT di OpenAI, è americano. Il satellite internet dominante, Starlink di SpaceX, è americano. Secondo un rapporto del Cigref, l’Unione dipende da paesi extra-UE per oltre l’80 per cento di prodotti, servizi, infrastrutture e proprietà intellettuale digitali.
Questa dipendenza, a lungo considerata un problema di politica industriale e antitrust, è diventata una vulnerabilità geopolitica. L’episodio che ha fatto scattare l’allarme nelle cancellerie europee risale al maggio 2025: Karim Khan, procuratore capo della Corte penale internazionale con sede all’Aia, perse l’accesso alla sua email Microsoft dopo essere stato colpito dalle sanzioni della Casa Bianca per aver emesso un mandato d’arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il caso ha reso concreta una paura fino ad allora teorica: quella di un “interruttore” americano capace di spegnere i servizi digitali europei. Come ha raccontato la BBC, il direttore di Microsoft Francia ha ammesso sotto giuramento davanti al Senato francese che l’azienda non può garantire di poter rifiutare richieste dell’amministrazione Trump sui dati custoditi nei suoi server in Europa.
La minaccia non è solo ipotetica. Il Cloud Act del 2018 conferisce alle autorità americane il potere di richiedere dati conservati nel cloud anche quando i server si trovano all’estero. In Ucraina, funzionari americani hanno minacciato di tagliare l’accesso a Starlink durante i negoziati su un accordo sui minerali critici. Lo stesso Elon Musk ha dichiarato che questo avrebbe potuto causare il collasso dell’intero fronte ucraino. Quando il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha replicato suggerendo di cercare un fornitore alternativo, Musk ha risposto: “Stai zitto, ometto. Non esiste un sostituto di Starlink”.
La Finlandia ha rivelato a Politico di aver recentemente simulato lo scenario di uno spegnimento tecnologico americano. La conclusione: le conseguenze sarebbero “di vasta portata”, anche se l’ipotesi resta “altamente eccezionale”. La città svedese di Helsingborg ha avviato un progetto di un anno per testare come i servizi pubblici reagirebbero a un blackout digitale completo, dalle prescrizioni mediche per gli anziani ai sussidi dei servizi sociali. In Germania, lo Stato dello Schleswig-Holstein ha migrato 44 mila caselle email da Microsoft a un programma open source e punta a eliminare quasi interamente i prodotti delle grandi aziende tecnologiche americane entro la fine del decennio. La Francia ha annunciato che 2,5 milioni di dipendenti pubblici abbandoneranno Zoom, Microsoft Teams e altri strumenti di videoconferenza americani entro il 2027, sostituendoli con Visio, una piattaforma francese. L’esercito austriaco è passato a LibreOffice. La Danimarca sta sperimentando software open source. Amsterdam ha fissato il 2035 come data limite.
Ma quando Politico ha interpellato tutti i 27 governi dell’Unione sulla loro preparazione, le risposte sono state unanimi: l’Europa funziona con tecnologia americana e questo non cambierà per anni. Il ministro dell’Economia lituano Edvinas Grikšas ha dichiarato che un “disaccoppiamento tecnologico completo dagli Stati Uniti non è un obiettivo realistico”. La Lettonia ha avvertito che marginalizzare la tecnologia americana sarebbe un atto di autolesionismo, dato che il supporto digitale statunitense è essenziale per difendersi dalla guerra ibrida russa. Il responsabile informatico del governo finlandese Jarkko Levasma ha ammesso che le alternative realistiche sono possibili solo “nel medio-lungo termine”. Lo stesso portavoce del ministero digitale tedesco ha riconosciuto un “quadro chiaro di dipendenze critiche”, aggiungendo però che “nel breve e medio termine, una sostituzione completa dei servizi digitali stranieri non è né realistica né necessaria”.
Il problema non riguarda solo il cloud. L’Europa è indietro su ogni livello di quella che gli esperti chiamano la “pila tecnologica”. Nei semiconduttori, il continente possiede capacità a monte grazie all’olandese ASML, leader mondiale nelle macchine per la fabbricazione di chip. Ma nella progettazione e nella produzione dei chip più avanzati non ha quasi nessuna presenza: solo l’1 per cento del design globale è europeo, e meno del 10 per cento della produzione mondiale avviene nell’Unione. L’obiettivo del Chips Act europeo, raggiungere il 20 per cento della produzione globale entro il 2030, sarà quasi certamente mancato: la Corte dei conti europea prevede una quota dell’11,3 per cento. Nell’intelligenza artificiale, Mistral AI, la speranza francese, rappresenta il 2 per cento del mercato globale dei modelli e si colloca in fondo alle classifiche di capacità rispetto ai concorrenti americani. L’intera potenza di calcolo per l’intelligenza artificiale che l’Europa prevede di costruire entro il 2027, sommando le gigafactory dell’Unione e le ambizioni francesi, rappresenterà solo il 2 per cento del totale mondiale. Nel settore spaziale, SpaceX domina con 8 mila satelliti; la risposta europea, il progetto IRIS2, prevede 290 satelliti e non sarà operativo prima del 2031.
La risposta politica più ambiziosa si chiama EuroStack: un’iniziativa per costruire un’infrastruttura tecnologica europea su tutti i livelli, dai chip al cloud, dall’intelligenza artificiale ai servizi digitali. Il progetto, sostenuto da circa 200 aziende e menzionato esplicitamente nell’accordo di coalizione del governo tedesco, chiede regole di acquisto europeo negli appalti pubblici e un fondo dedicato da 300 miliardi di euro. Ma il gruppo americano Chamber of Progress, i cui partner includono Amazon, Apple, Google e Nvidia, stima che il costo reale supererebbe i 5 mila miliardi di euro, più dell’intero PIL tedesco. Uno studio dello European Centre for International Political Economy ha calcolato che per colmare il divario di investimenti tra Unione Europea e Stati Uniti nelle tecnologie digitali e nel cloud entro il 2030, le aziende europee dovrebbero aumentare gli investimenti annuali di una cifra compresa tra 157 miliardi e 1.200 miliardi di dollari, pari a un intervallo tra lo 0,8 e il 6,4 per cento del PIL dell’Unione. E quello studio risale al 2024, prima del boom dei data center per l’intelligenza artificiale: oggi il divario è ancora più ampio.
La stessa Commissione europea ha ammesso che un distacco completo dalle aziende americane è “irrealistico”. Henna Virkkunen, commissaria europea con il titolo esplicito di “sovranità tecnologica”, ha riconosciuto la portata del problema: “Nell’ultimo anno tutti hanno capito quanto sia importante non dipendere da un solo paese o da una sola azienda nelle tecnologie critiche. In questi tempi le dipendenze possono essere usate come armi contro di noi”. Ma anche lei sa che la transizione richiederà anni.
Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività europea del 2024, ha fotografato la situazione con precisione: solo quattro delle cinquanta maggiori aziende tecnologiche al mondo sono europee, e il divario di produttività con gli Stati Uniti si è allargato soprattutto per l’incapacità dell’Europa di capitalizzare la rivoluzione digitale. Draghi ha chiesto che l’Unione diventi una “federazione” per evitare di essere “conquistata una alla volta” da Cina e Stati Uniti. Ha sostenuto che dove l’Europa ha federalizzato le proprie competenze, nel commercio, nella concorrenza e nella politica monetaria, è rispettata come potenza. Dove non lo ha fatto, come nella difesa, nella politica industriale, negli affari esteri, è trattata come un insieme di Stati di media taglia, da dividere e gestire di conseguenza. Ma il passaggio da una confederazione di 27 Stati con diritto di veto a una federazione capace di agire con decisione resta un obiettivo lontano.
L’Europa si trova così intrappolata in un paradosso. Vuole ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, ma nel breve e medio termine non ha alternative credibili, né militari, né tecnologiche, né industriali. Può aumentare la spesa per la difesa, investire nel cloud sovrano, promuovere il software open source, costruire chip e lanciare satelliti. Ma ciascuno di questi passi richiede tempo, denaro e un livello di coordinamento politico che i 27 paesi dell’Unione faticano a raggiungere. Nel frattempo, ogni giorno che passa consolida le dipendenze esistenti. La risposta alla domanda che dà il titolo a questa newsletter è dunque semplice nella formulazione e complessa nelle implicazioni: no, l’Europa non può diventare indipendente dagli Stati Uniti, non oggi e non nel prossimo futuro. Può però iniziare a costruire le condizioni perché quella dipendenza non sia più totale. Il problema è che il tempo a disposizione potrebbe essere meno di quello che serve.



