Il 4 luglio a immagine di Trump
I 250 anni della Dichiarazione di indipendenza dovevano unire il paese: Trump li ha trasformati in una festa di parte.
Sabato 4 luglio gli Stati Uniti hanno festeggiato i 250 anni dalla Dichiarazione di indipendenza. Una ricorrenza che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto offrire al paese un raro momento di unità, ma che nella pratica ha finito per esacerbare le tensioni e le fratture che caratterizzano l’attuale vita politica americana.
Come è andata la giornata
Proprio in virtù di questa importanza, Donald Trump ha voluto una festa particolarmente in grande, anche se fin da subito la giornata è partita in salita. L’ondata di caldo record, con temperature oltre i 38 gradi e percepite fino a 46, aveva già spinto le autorità ad annullare la tradizionale parata del mattino nella capitale, dopo che il giorno prima Filadelfia aveva cancellato la sua storica Salute to Independence, la sfilata che ogni 4 luglio anima il centro della città in cui sorge l’Independence Hall, l’edificio dove la Dichiarazione fu firmata nel 1776. Non sono mancati i disagi organizzativi: l’apertura dei festeggiamenti sul National Mall è stata rinviata dalle 13 alle 17, e per superare i controlli di sicurezza legati alla presenza del presidente servivano tra le tre e le quattro ore di attesa, senza poter portare cibo, acqua o sedie, ragion per cui diverse persone hanno accusato malori. Poco prima delle 19, con una linea di temporali in avvicinamento e i fulmini all’orizzonte, le autorità hanno ordinato l’evacuazione del Mall, proprio quando lo spettacolo serale doveva cominciare. Migliaia di persone sono state indirizzate verso i musei e gli edifici federali vicini, alcuni dei quali però erano chiusi o già pieni; centinaia di spettatori si sono rifiutati di andarsene, fischiando gli agenti e intonando cori “U.S.A.”, mentre anche Filadelfia e Boston interrompevano le loro celebrazioni. I cancelli hanno riaperto alle 21:45, e chi non aveva rinunciato si è rimesso in coda, questa volta sotto la pioggia. “Non mi importa se saranno le 2 del mattino”, aveva scritto Trump sui social assicurando che il suo discorso si sarebbe tenuto comunque, seguito un’ora dopo da un “SONO QUI!!!”.
Alla fine il presidente è salito sul palco dopo le 23, davanti a una folla dimezzata rispetto a poche ore prima, e ha parlato per circa 35 minuti: nei giorni precedenti aveva promesso un discorso “davvero lungo”, “solo per dimostrare che posso fare qualsiasi cosa”. I fuochi d’artificio sono partiti solo a ridosso della mezzanotte: 850.000 colpi in una quarantina di minuti, presentati dalla Casa Bianca come “il più grande spettacolo pirotecnico nella storia del mondo”. Nel gran finale, il fumo e una pioggia leggera li rendevano a malapena visibili, mentre i fulmini continuavano a illuminare il cielo.
La politicizzazione della festa
Il maltempo, però, è stato solo la cornice: a definire la giornata è stata soprattutto l’impostazione che ha voluto darle Donald Trump. Il giorno dell’indipendenza è, per tradizione, il momento meno politico della vita pubblica americana; l’attuale inquilino della Casa Bianca ha scelto invece la strada opposta, costruendo attorno all’anniversario una serie di commemorazioni modellate sulla sua idea di America: una nazione forte, militarmente dominante, radicata nella fede cristiana e impegnata in una nuova battaglia politica contro il comunismo. La direzione era chiara già venerdì sera, quando dal Mount Rushmore aveva definito i suoi avversari comunisti “senza Dio” e il comunismo “una minaccia mortale per la libertà americana”: “È la più grande minaccia per il nostro paese, comprese la Prima e la Seconda guerra mondiale, Pearl Harbor o perfino l’11 settembre”.
Sul Mall, la sera dopo, Trump ha rincarato la dose. “Non vogliamo comunisti nel nostro Paese”, ha detto. “Non ha mai funzionato e non funzionerà mai”. Il comunismo, ha sostenuto, ha rialzato “la sua brutta testa proprio qui in America” ed “è come un cancro: bisogna tagliarlo via, bisogna tagliarlo via in fretta”. Poi la promessa: “Le stelle e strisce hanno già gettato nell’oblio la falce e il martello e, se necessario, lo faremo di nuovo”. Il bersaglio era piuttosto evidente: i candidati socialisti e progressisti che hanno vinto nelle recenti primarie democratiche, a partire dal sindaco di New York Zohran Mamdani. Molto marcato anche il tono religioso, in linea con l’impronta fondata sulla preghiera che l’amministrazione ha voluto dare alle celebrazioni: “In tutto il mondo cercano di essere come noi, nessuno può essere come noi, e con l’aiuto di Dio lo saremo sempre, o anche di più”, ha dichiarato.
Nel finale, il discorso è scivolato apertamente sulla politica interna, con la richiesta di approvare il SAVE America Act, la riforma elettorale ferma al Congresso che limiterebbe drasticamente il voto per posta, motivo di attrito anche con alcuni alleati repubblicani: “Non dovranno più esserci schede elettorali inviate per posta, salvo nei casi di malattia, disabilità, dispiegamento militare all’estero o viaggio. Così non ci saranno più brogli elettorali”. La campagna a suo sostegno poggia su accuse infondate di frodi di massa: nei giorni scorsi 260 agenti dell’FBI sono stati inviati in Georgia per riesaminare i presunti brogli del 2020, mai dimostrati.
Una festa a immagine del presidente
Per capire quanto l’anniversario sia stato plasmato attorno a Trump bisogna guardare a chi lo ha organizzato. Dal 2016 esisteva una commissione bipartisan istituita dal Congresso proprio per preparare il 250° compleanno, America250. A pochi mesi dalla scadenza, il presidente l’ha di fatto accantonata, sostituendola con Freedom 250, un comitato creato con un ordine esecutivo e composto da suoi alleati politici, che ha firmato gli eventi più visibili dell’estate: un incontro di UFC davanti alla Casa Bianca, la Great American State Fair allestita per oltre due settimane sul
National Mall, i fuochi del 4 luglio aperti da un comizio presidenziale. Man mano che il nuovo organismo veniva percepito come una struttura di parte, artisti ed espositori si sono ritirati dalla fiera, che ha faticato ad attirare visitatori, e alcuni Stati guidati dai democratici hanno rifiutato di partecipare.
Giovedì i Democratici della commissione Risorse naturali della Camera hanno pubblicato un rapporto di 55 pagine che accusa la Casa Bianca di aver trasformato l’anniversario in un “focolaio di corruzione e arricchimento personale”. Dei 150 milioni di dollari stanziati dal Congresso per le celebrazioni, America250 ne avrebbe ricevuti solo 25. Alcuni donatori convinti di finanziare la commissione bipartisan sarebbero stati fuorviati con le coordinate bancarie di Freedom 250, una condotta che secondo il documento potrebbe costituire frode telematica, e l’organizzazione avrebbe venduto accesso al presidente, con pacchetti di sponsorizzazione culminanti in una foto con Trump. Freedom 250 ha respinto le accuse come “categoricamente false”, liquidandole come una diffamazione di parte.
L’impronta personale, del resto, si vede ovunque: il volto di Trump compare su una moneta commemorativa d’oro e sui “passaporti del patriota” in edizione limitata, l’amministrazione spinge per una banconota da 250 dollari con il suo ritratto e questa settimana ha pubblicato lui stesso l’immagine di una banconota da 100 dollari con il suo autografo: è la prima volta che la firma di un presidente in carica compare sulla valuta americana. Nelle settimane precedenti si era autoproclamato “l’attrazione numero uno in qualsiasi parte del mondo”, definendo l’evento di apertura “un comizio di Trump” al quale erano “invitati solo Grandi Patrioti”. Sullo sfondo, un paese che fatica a riconoscersi nella propria festa: secondo un recente sondaggio Gallup, solo il 33 per cento degli americani si dice “estremamente orgoglioso” di esserlo, il dato più basso da quando la rilevazione è iniziata, nel 2001.
Le contraddizioni
L’intervento del Mall ha mescolato celebrazione e propaganda fino a rendere difficile distinguere le due cose, e non sono mancati passaggi in contraddizione con i fatti. o con se stessi. Citando la Dichiarazione di indipendenza, Trump ha detto che “siamo tutti fatti a immagine di un unico Dio onnipotente, e un comunista non lo dirà mai”: ma la Dichiarazione non contiene quella frase. Afferma che “tutti gli uomini sono creati uguali” e che ricevono dal loro “Creatore” alcuni diritti inalienabili; il riferimento all’“immagine di Dio” appartiene alla tradizione biblica, in particolare alla Genesi, non al testo del 1776.
Elencando i valori americani, il presidente ha rivendicato che “in questo Paese abbiamo libertà di parola, libertà di religione, uguale giustizia davanti alla legge... anche se io non sono stato trattato così bene, ma non entriamo nel merito”. Ha scherzato con la tesi infondata delle elezioni
rubate del 2020: “Abbiamo ricostruito il nostro esercito nel mio primo mandato. Lo abbiamo usato un po’ nel nostro... anzi, dovrei dire terzo mandato, ma non lo farò, perché non voglio polemiche”. E ha rivendicato di aver “affondato l’intera marina iraniana” nella guerra cominciata a febbraio, che la sua amministrazione fatica ancora a chiudere del tutto.
La contraddizione più profonda, però, riguarda la natura stessa della ricorrenza. Nel 1976, per il bicentenario, il repubblicano Gerald Ford, pur impegnato nella campagna per la rielezione dopo Watergate e Vietnam, non nominò né la campagna né i suoi sfidanti, limitandosi a ricordare che “a novembre il popolo americano, secondo la Costituzione, darà di nuovo il proprio consenso a essere governato”. John Pitney, ex dirigente repubblicano che oggi insegna scienze politiche al Claremont McKenna College, ha detto al Washington Post che Trump si sta allontanando dalla tradizione dei presidenti che nei grandi momenti nazionali parlavano da americani prima che da uomini di parte, ricordando l’orazione di Ronald Reagan in Normandia nel 1984: “C’è una ragione se quel discorso è ancora ricordato. Non parlava di lui”.
La risposta di Mamdani e dei democratici
Il contraltare più diretto alla retorica presidenziale è arrivato proprio da Mamdani. Il sindaco di New York ha parlato dal municipio, seduto dietro una scrivania appartenuta a George Washington e affiancato da cittadini americani appena naturalizzati. Senza mai nominare Trump, ha descritto l’America come una nazione di contraddizioni “che lavora ogni giorno verso la perfezione nella quale è stata concepita”. “Generazione dopo generazione, ci è stato detto che quando il mondo ha mandato la sua gente sulle nostre coste, non ha mandato il meglio”, ha aggiunto, rovesciando una delle frasi più note del repertorio trumpiano sull’immigrazione. “Quegli ideali su cui è stata costruita la nostra nazione sono abbastanza forti da resistere a qualsiasi regime autoritario, ma solo se li perseguiamo”.
Anche gli altri esponenti democratici di primo piano hanno scelto il 4 luglio per descrivere la presidenza Trump come un tradimento degli ideali americani. “Questo è un uomo solo che cerca di fare al nostro autogoverno americano ciò che nessun re e nessuna potenza straniera sono mai riusciti a fare”, ha detto il governatore della California Gavin Newsom in un discorso diffuso sabato pomeriggio, accusando il presidente di “misurare fino a dove può spingersi” per minare le elezioni e “fare a pezzi” la Costituzione, e annunciando nuove tutele statali contro i sequestri di schede elettorali. Il governatore del Maryland Wes Moore, veterano dell’esercito, ha detto a una platea di ex militari ad Annapolis che “la premessa stessa del patriottismo è sotto attacco” e che “iniziare una guerra senza uno scopo non è patriottico”, un riferimento al conflitto con l’Iran. L’ex presidente Bill Clinton, infine, ha parlato in un comunicato di una “profonda divisione” nel paese, accusando l’amministrazione di averlo portato “vicino al limite” con la stretta sull’immigrazione e con una “guerra incostituzionale”, e ha detto di trovare speranza nelle “persone in fila per votare”.



