Il Mondiale nell'America di Trump
Mancano pochi giorni all'inizio del Mondiale organizzato da USA, Canada e Messico. Anche in questo caso, le scelte dell'amministrazione Trump hanno portato all'intreccio fra temi politici e sportivi
Il Mondiale di calcio organizzato da Stati Uniti, Canada e Messico è alle porte: giovedì sera ci sarà il fischio d’inizio di Messico-Sudafrica, la gara inaugurale di un’edizione che sarà storica sotto più di un aspetto. Mancherà ancora una volta l’Italia, ma l’allargamento della griglia da 32 a 48 squadre ha aperto le porte a nazionali che fino a ieri avevano poche possibilità di qualificarsi — Curaçao, Giordania, Capo Verde, solo per citarne alcune. È un cambiamento che rischia di abbassare il livello tecnico della fase a gironi, ma che difficilmente toglierà pathos a un torneo dagli equilibri insolitamente livellati, in cui indicare una favorita è più difficile del solito.
Questo Mondiale, però, farà parlare di sé soprattutto per ciò che accade fuori dal campo. A cominciare dalla cornice dello spettacolo: l’half-time show previsto per la finale, il nuovo ingresso scenografico delle squadre e l’enfasi posta su ogni singolo passaggio sembrano pensati a misura del pubblico americano, in una direzione lontana dalle abitudini degli appassionati storici — al punto da far storcere il naso a molti. C’è poi il nodo del caldo: per venire incontro anche alle esigenze televisive europee, diverse partite prenderanno il via nel primissimo pomeriggio, sotto temperature elevatissime, come già successo al Mondiale per club della scorsa estate. In Florida e in altri Stati, inoltre, è obbligatorio sospendere le partite all’aperto in caso di allerta fulmini, con interruzioni potenzialmente lunghe.
Il versante più pesante di tutti, però, è quello politico, che mai come stavolta si è insinuato così a fondo in un Mondiale ancor prima del suo inizio. Le restrizioni sui visti e il travel ban dell’amministrazione Trump che complicano l’arrivo di una parte dei tifosi stranieri, la guerra con l’Iran che condiziona la presenza di una delle nazionali qualificate, il rapporto sempre più stretto tra il presidente americano e quello della FIFA Gianni Infantino, un sistema di prezzi che rischia di rendere questo il Mondiale più caro di sempre: sono tutti aspetti finiti al centro della scena mediatica nelle settimane che precedono l’evento.
La politica dei visti e il caso Iran
Il caso iraniano è per certi versi senza precedenti: mai, ai Mondiali passati, era capitato che la nazione ospitante fosse in conflitto con una delle squadre partecipanti. Questa volta è andata diversamente. Lo scorso febbraio Stati Uniti e Israele hanno aperto le ostilità contro l’Iran, e da allora la tregua raggiunta non è mai stata del tutto rispettata. In un quadro simile, per mesi si è discusso apertamente di un possibile ritiro della nazionale iraniana, o addirittura di un divieto d’ingresso sul suolo americano. Solo nelle ultime settimane l’amministrazione ha chiarito la propria linea: i giocatori e lo staff sportivo sono i benvenuti, ma non sarà consentito l’ingresso a individui legati ai Guardiani della Rivoluzione — il corpo militare d’élite del regime, che gli Stati Uniti considerano un’organizzazione terroristica — ed estranei all’attività sportiva, nel timore che la delegazione possa servire da copertura a loro operativi.
La distinzione, in apparenza netta, rischiava però di travolgere anche il campo. In Iran il servizio militare è obbligatorio, e i coscritti vengono assegnati per sorteggio all’esercito regolare o, appunto, all’IRGC. Diversi giocatori della nazionale hanno svolto la leva proprio in reparti dei Guardiani, a partire dal centravanti simbolo della squadra, Mehdi Taremi, in servizio alla base navale di Bushehr tra il 2010 e il 2012. È bastato questo per far temere a lungo che potesse vedersi negare il visto — poi comunque concesso. Che la posta non fosse soltanto sportiva del resto, lo si era capito già a dicembre, al momento del sorteggio dei gironi, avvenuto a Washington. La delegazione iraniana minacciò di disertarlo: dei nove visti richiesti ne erano stati concessi appena quattro, e al presidente della federazione Mehdi Taj l’ingresso era stato negato del tutto. La squadra, in ogni caso, ha rinunciato al ritiro che aveva programmato a Tucson, in Arizona, spostandolo oltre confine, a Tijuana, in Messico: entrerà negli Stati Uniti solo nei giorni delle partite — che giocherà comunque tutte in territorio americano — per ripartire subito dopo. I visti ai calciatori sono arrivati a pochi giorni dall’esordio. A una parte dei dirigenti e dello staff tecnico, invece, sono stati negati.
Il caso iraniano, per quanto eclatante, non è isolato: è la punta di una politica migratoria che tocca buona parte delle nazionali in gara. Nel suo secondo mandato Trump ha esteso il cosiddetto travel ban fino a coprire trentanove Paesi, con gradi diversi di severità. Per diciannove di essi il Dipartimento di Stato ha sospeso del tutto il rilascio dei visti; per gli altri ha imposto restrizioni parziali. La motivazione ufficiale è sempre la stessa: «garantire che gli individui approvati per un visto non mettano in pericolo la sicurezza nazionale o la pubblica incolumità». Quattro delle quarantotto nazionali qualificate arrivano da Paesi colpiti dal bando: Iran e Haiti, soggette al divieto totale, e Costa d’Avorio e Senegal, a quello parziale. Per le squadre, come si è visto, vale un’esenzione; per i loro tifosi no. Un sostenitore iraniano o haitiano, salvo che non risieda già negli Stati Uniti o abbia un altro passaporto, non potrà assistere dal vivo alle partite della propria nazionale. A questi si aggiunge una terza categoria, meno appariscente ma altrettanto concreta: i Paesi — tra cui Egitto, Ghana, Giordania, Marocco, Uruguay e Uzbekistan — per cui è sospeso il rilascio dei soli visti di immigrazione. In teoria i loro tifosi restano liberi di richiedere un normale visto turistico; in pratica, come ha spiegato l’esperto di immigrazione del Council on Foreign Relations Edward Alden, chi proviene da quei Paesi va incontro a «un livello di controllo extra» che scoraggia molti e, in diversi casi, finisce per bloccarli.
L’esenzione concessa agli atleti, peraltro, non funziona in automatico, come dimostra la storia di Woodensky Pierre. Pierre, ventuno anni, è il centrocampista del Violette AC e l’unico dei ventisei convocati di Haiti a vivere ancora nel Paese (tutti gli altri giocano in Europa o negli Stati Uniti, ed erano già in ritiro in Florida da una settimana mentre lui attendeva ancora il documento). Il suo visto è arrivato solo il 2 giugno, molto in ritardo rispetto ai compagni, fattore che l’ha costretto ad allenarsi a lungo da solo per preparare la competizione. Sui tifosi, infine, ha pesato anche il portafoglio. A cinque nazionali africane — Algeria, Capo Verde, Costa d’Avorio, Senegal e Tunisia — l’amministrazione aveva imposto una cauzione fino a 15.000 dollari come condizione per ottenere il visto: una somma che i critici hanno letto come un filtro economico travestito da misura di sicurezza, capace di escludere di fatto chiunque non potesse anticiparla. La misura è stata poi ammorbidita — esentati i tifosi con un biglietto valido acquistato prima dell’ingresso nel paese — ma soltanto nelle settimane precedenti al via.
L’asse Trump-Infantino
L’uomo che ha creato le condizioni affinché l’appuntamento assumesse questi contorni è ovviamente Donald Trump, anche grazie al suo legame con il presidente della FIFA Gianni Infantino. Dalla sua elezione nel 2016, del resto, la traiettoria di quest’ultimo non ha mai cambiato direzione, all’insegna di una costante adulazione dei leader forti di tutto il mondo. Con Vladimir Putin elogiò la Russia padrona di casa, definendo quello del 2018 «il miglior Mondiale di sempre»: una dichiarazione che gli valse l’Ordine dell’Amicizia, l’onorificenza che Mosca riserva agli stranieri benemeriti verso la Federazione. Lo stesso copione si è ripetuto in Qatar, dove ha trascorso lunghi periodi alla vigilia dell’edizione 2022, e infine con Trump, con cui si è presentato regolarmente alla Casa Bianca e nelle altre sedi dell’orbita presidenziale, fino a impegnare la FIFA, lo scorso febbraio, in una partnership strategica con il «Board of Peace», l’organismo costruito dall’amministrazione americana in aperta alternativa alle Nazioni Unite.
Il momento più clamoroso, però, era arrivato qualche settimana prima: al sorteggio dei gironi a Washington, nel dicembre 2025, Infantino ha consegnato al presidente un «Premio FIFA per la Pace», un riconoscimento inventato per l’occasione, senza precedenti né criteri dichiarati, attribuito al leader di uno dei tre Paesi ospitanti a pochi mesi dal via. Quella stessa deferenza si era vista anche sul campo. Durante la finale della FIFA Club World Cup del luglio 2025, al MetLife Stadium di East Rutherford, Infantino ha assistito con quasi paterna indulgenza alla scena in cui Trump si è piazzato al centro dei festeggiamenti del Chelsea, rifiutandosi di lasciare il palco nonostante i suoi segnali per farlo spostare e i giocatori dei Blues, visibilmente disorientati, costretti a issare il trofeo con il presidente degli Stati Uniti in mezzo a loro.
Il prezzo del Mondiale
Un altro tema di discussione è quello dei prezzi. Per la prima volta nella storia della competizione la FIFA ha adottato il dynamic pricing: un meccanismo, già diffuso per le tariffe aeree e per i biglietti dei concerti, in cui il prezzo non è fisso ma sale e scende in tempo reale a seconda della domanda, senza un tetto prefissato. Applicato all’evento sportivo più seguito del pianeta, ha prodotto cifre mai viste. Un biglietto per la finale al MetLife Stadium ha toccato, al valore nominale, gli undici-tredicimila dollari. Lo stesso posto, per fare un confronto, a Qatar 2022 ne valeva circa milleseicento. Sul mercato di rivendita ufficiale alcuni tagliandi per la finale hanno addirittura sfiorato i due milioni. Tra ottobre e aprile, secondo un’analisi di The Athletic, le tre principali categorie di biglietti sono rincarate in media del trentaquattro per cento.
A guadagnarci, sulla rivendita, è la stessa FIFA, e per due volte: sulla propria piattaforma ufficiale trattiene infatti una commissione del quindici per cento da chi vende e di un altro quindici per cento da chi compra, così che il trenta per cento del valore di ogni biglietto rivenduto finisce nelle sue casse. Più i prezzi salgono e più i tagliandi cambiano di mano, più la federazione incassa. Per di più, il parcheggio negli impianti statunitensi costa in media 175 dollari ad automobile, con tariffe per le partite di Los Angeles che toccano i 300. La New Jersey Transit aveva fissato il biglietto andata e ritorno dalla Penn Station al MetLife a 150 dollari nei giorni di gara — quasi dodici volte la tariffa ordinaria di 12,90 — prima di ritirare parzialmente la misura sotto la pressione delle proteste, scendendo prima a 105 e poi a 98 dollari. La candidatura originaria di United 2026, va ricordato, prometteva ai tifosi «trasporto pubblico gratuito da e per gli stadi nei giorni delle partite»: una delle diverse promesse di quel dossier che non sono sopravvissute all’impatto con la realtà.
Lo scarto tra gli impegni e la realtà ha ormai un risvolto giudiziario. I procuratori generali di New York e del New Jersey hanno notificato alla FIFA un mandato di comparizione nell’ambito di un’indagine sulle sue pratiche di biglietteria, contestando tra l’altro l’assegnazione ad alcuni tifosi di posti di categoria inferiore a quella pagata e prezzi gonfiati attraverso rilasci calibrati nel tempo. Sul fronte opposto, l’unico tentativo di garantire un accesso popolare è venuto dal sindaco di New York Zohran Mamdani, da tempo critico verso il dynamic pricing: è riuscito a strappare una concessione simbolica, mille biglietti a cinquanta dollari l’uno, distribuiti per sorteggio ai soli residenti della città su sette partite al MetLife, finale esclusa.
Le speranze della nazionale americana
E in tutto questo, come ci arriva la Nazionale di casa? Gli Stati Uniti, guidati da Mauricio Pochettino, vengono dal secondo posto alla CONCACAF Gold Cup del 2025 — il campionato continentale nordamericano, l’equivalente dei nostri Europei — persa in finale per 2-1 contro il Messico. Si presentano in netta crescita rispetto a trent’anni fa, anche se il piazzamento dello scorso anno va preso con cautela: in Gold Cup Pochettino aveva schierato una squadra giovane e rimaneggiata, priva di gran parte dei titolari. Inseriti nel Gruppo D con Paraguay, Australia e Turchia, gli statunitensi esordiranno il 12 giugno contro la compagine sudamericana al SoFi Stadium di Los Angeles, da favoriti del raggruppamento e con il vantaggio non da poco di giocare un Mondiale in casa per la prima volta dal 1994. L’obiettivo, tutt’altro che semplice, è far meglio delle ultime edizioni, considerando che dal 2006 in poi non hanno mai superato gli ottavi di finale e in una tornata (quella del 2018) gli States hanno addirittura mancato la qualificazione al torneo.
Le aspettative, del resto, restano alte, anche in virtù di una generazione di talenti che gli Stati Uniti non sempre hanno avuto in passato. Lo stesso Pochettino, alla prima esperienza sulla panchina di una nazionale e con un contratto in scadenza dopo il torneo (il suo nome è già accostato a diversi club europei, Milan compreso), ha alzato l’asticella. Negli ultimi mesi ha rivoluzionato l’assetto passando alla difesa a tre, una mossa che ha coinciso con una ripresa di risultati dopo i pesanti ko amichevoli di marzo contro Belgio (5-2) e Portogallo (2-0), culminata nella vittoria di fine maggio sul Senegal e in un ultimo test di prestigio contro la Germania. Il dubbio principale riguarda la condizione di Christian Pulisic, l’ala del Milan reduce da una seconda parte di stagione in tono minore e a secco di gol ormai da diversi mesi. Non mancano comunque altri elementi di valore, dal centravanti Folarin Balogun al terzino del Fulham Antonee Robinson, fino al centrocampista della Juventus Weston McKennie.



