Il ritiro che può cambiare la corsa al Senato in Maine
Il candidato Democratico Platner ha scelto di ritirarsi. E ora che succede?
Tre settimane fa, nella nostra newsletter, ci siamo occupati della corsa al Senato in Maine: una sfida che sulla carta sorrideva ai Democratici, ma che con il tempo stava presentando una serie di rischi. Il candidato, Graham Platner — un veterano diventato allevatore di ostriche —, stava infatti accusando una serie di scandali e polemiche che avevano permesso alla sua sfidante, Susan Collins, di rientrare in partita. In queste settimane, però, la situazione è cambiata, perché Platner ha scelto di fare un passo indietro.
L’8 luglio, infatti, il candidato ha annunciato la sospensione della campagna; il 10 ha depositato il ritiro formale presso il Secretary of State. In mezzo, il crollo quasi totale del sostegno democratico, a partire da quello di Bernie Sanders, che della sua candidatura era stato il primo e più autorevole garante.
Dal Maine rurale alla nomination
Platner è una delle figure più atipiche emerse di recente nella politica americana. Nato e cresciuto sulla costa del Maine, si arruolò nei Marines nel 2003, subito dopo il diploma, benché pochi mesi prima, diciottenne, fosse stato cacciato da un evento di George W. Bush per aver srotolato un cartello contro la guerra e gridato di non attaccare l’Iraq. La contraddizione lo avrebbe accompagnato per sempre: contrario alla guerra, ci finì dentro con tre missioni di combattimento, anche a Ramadi e Falluja, e poi un ulteriore turno in Afghanistan con la Guardia Nazionale del Maryland.
Dopo l’esercito studiò alla George Washington University grazie al G.I. Bill, ma nel 2016 tornò nel Maine per curarsi dal disturbo da stress post-traumatico maturato durante il servizio. Seguì un ultimo periodo in Afghanistan come contractor per il Dipartimento di Stato, quindi il rientro definitivo e una vita nuova: dal 2020 gestisce un’attività di ostricoltura, diventata rapidamente il cuore della sua immagine pubblica. Veterano disabile, allevatore di ostriche, senza alcuna esperienza elettorale, sembrava costruito apposta per incarnare il candidato estraneo alla politica di professione.
Su questa estraneità ha costruito la campagna lanciata nell’agosto 2025. Platner si presentava come un populista progressista vicino a Sanders e ai sindacati, ostile all’oligarchia economica ma altrettanto critico verso i dirigenti del proprio partito. Univa proposte classiche della sinistra — sanità pubblica, sindacati più forti, soldi delle grandi aziende fuori dalla politica — a un linguaggio diretto e senza filtri, capace di parlare tanto agli elettori liberal quanto a una parte di chi nel 2024 aveva votato Trump. Le sale piene, la crescita sui social e i milioni raccolti hanno trasformato in pochi mesi una candidatura che pareva testimoniale in un fenomeno nazionale.
La svolta è arrivata nell’ottobre 2025, quando è entrata in corsa la governatrice Janet Mills, sostenuta dai vertici democratici di Washington. La primaria è così diventata uno scontro quasi perfetto tra due idee di partito: da un lato una candidata istituzionale, moderata, considerata affidabile contro Collins; dall’altro un outsider che accusava proprio quell’establishment di aver perso il contatto con gli elettori. Nonostante l’enorme divario di esperienza, i sondaggi hanno premiato con costanza Platner, in alcuni casi con margini vicini ai quaranta punti. Il 30 aprile Mills ha sospeso la campagna e, rimasto senza avversari veri, il 9 giugno Platner ha conquistato la nomination con circa il 72 per cento dei voti: oltre 150.000 preferenze, più di qualunque altro candidato democratico al Senato nella storia dello Stato.
Era una vittoria pesante, perché il Maine è una delle poche occasioni concrete che i Democratici hanno di strappare un seggio ai Repubblicani. Susan Collins, infatti, siede al Senato dal 1997 ed è ormai l’unica esponente del GOP eletta al Congresso in tutto il New England, sopravvissuta per quasi trent’anni grazie a una reputazione di moderazione e indipendenza. Nel 2020 aveva battuto la democratica Sara Gideon di nove punti mentre Joe Biden vinceva lo stato con un margine quasi identico: migliaia di elettori scelsero il democratico per la Casa Bianca e la repubblicana per il Senato. Nel 2026 ripetere quell’impresa è però molto più difficile: il voto disgiunto si è quasi prosciugato, Collins deve difendersi in una midterm sfavorevole a un presidente repubblicano impopolare ed è l’unica senatrice del GOP in corsa in uno stato vinto dai Democratici alle presidenziali del 2024. Platner sembrava insomma aver ottenuto una nomination che poteva davvero portarlo al Senato. Il problema è che, insieme a quell’entusiasmo, si portava dietro una storia personale già segnata da un numero anomalo di controversie.
Una candidatura accompagnata dalle controversie
Le polemiche, del resto, avevano accompagnato quasi tutta la sua ascesa, senza però impedire agli elettori democratici di premiarlo. Poco dopo l’ingresso di Mills sono riemersi vecchi post su Reddit in cui Platner attaccava la polizia, definiva «stupidi» gli americani delle aree rurali e si diceva «comunista»: commenti che sono costati le dimissioni della sua direttrice politica e a cui Platner ha risposto con un video di scuse. Ancora più clamore ha fatto un tatuaggio sul petto che richiamava il Totenkopf, il teschio delle SS: lui si è difeso dicendo di esserselo fatto anni prima da ubriaco, credendolo un generico simbolo militare, e di averlo poi coperto.
Ai due episodi si sono aggiunte, nel febbraio 2026, la condivisione di un contenuto rilanciato in origine da Stew Peters, figura di area suprematista e antisemita, e la notizia dei messaggi a sfondo sessuale che Platner aveva inviato ad altre donne all’inizio del matrimonio — conversazioni di cui, secondo le ricostruzioni, era stata la moglie ad avvertire lo staff, temendone il danno politico. Il colpo più duro, prima del voto, è arrivato il 4 giugno, con un’inchiesta del New York Times costruita sulle testimonianze di tre ex compagne, che descrivevano relazioni segnate dall’abuso di alcol, dall’infedeltà e da atteggiamenti umilianti. L’accusa più grave era quella di Lyndsey Fifield, secondo cui Platner l’avrebbe afferrata con forza per le spalle, immobilizzata torcendole un braccio e spinta in una stanza. Il candidato ha negato ogni violenza fisica, bollandola come politicamente motivata e ricordando i trascorsi conservatori di una delle accusatrici. Ha ammesso soltanto di essere stato, in un periodo segnato dal disturbo post-traumatico e dall’alcol, «tutt’altro che un fidanzato perfetto». A pesare, però, non era solo il merito: la stessa Fifield ha contestato anche la sua versione sul tatuaggio, sostenendo che ne conoscesse da anni il riferimento nazista.
Nulla di tutto questo è stato però in grado di fermarlo. Sanders ha continuato a difenderne il percorso, i vertici che avevano appoggiato Mills hanno finito per sostenerlo dopo la vittoria, e il voto del 9 giugno è sembrato dire che la base considerava quelle vicende un passato travagliato ma superato, comunque meno importante della promessa politica del candidato. Platner aveva già assorbito scandali che, per un politico più tradizionale, sarebbero bastati a chiudere una campagna. A renderla insostenibile sarebbe stata una nuova accusa, di natura diversa, arrivata meno di un mese dopo la nomination.
Quarantotto ore
L’accusa è uscita il 6 luglio, in un’inchiesta di POLITICO. Jenny Racicot, una donna del Maine di quarantuno anni che aveva avuto con Platner una relazione intermittente durata più di due anni, ha raccontato che alla fine del 2021 lui era entrato senza permesso in casa sua, in stato di forte ubriachezza, costringendola a un rapporto nonostante lei gli ripetesse di fermarsi. Racicot ha spiegato di aver troncato ogni contatto subito dopo e di aver taciuto per anni, anche per non essere identificata come vittima di uno stupro. La sua non era una voce del tutto nuova: era già comparsa, in forma vaga, tra le tre donne dell’inchiesta del New York Times, senza raccontare l’episodio; se aveva deciso di parlare adesso, ha detto, era perché la reazione a quella prima inchiesta si era concentrata su un’altra accusatrice e sulla tesi delle motivazioni politiche. POLITICO ha riferito di aver riscontrato il racconto con una persona a cui si era confidata negli anni e con messaggi precedenti alla discesa in campo di Platner.
Lui ha negato con fermezza, definendo categoricamente false tutte le accuse di comportamenti non consensuali. Il comitato ha rilanciato, parlando di accuse «orchestrate da operativi dell’establishment» da fuori dello Stato e sottolineando come uscissero a una settimana dalla scadenza per le liste, esattamente come le precedenti erano arrivate a ridosso delle primarie. Questa volta, però, la strategia della resistenza non ha tenuto. Nel giro di poche ore il sostegno intorno a Platner si è sgretolato: hanno ritirato l’endorsement figure come Ro Khanna, Ruben Gallego ed Elizabeth Warren, insieme a candidati democratici locali che in precedenza avevano perfino cercato il suo appoggio. Il 7 luglio l’ha mollato Sanders, il primo e più importante dei suoi sostenitori. Il partito del Maine gli ha chiesto pubblicamente di ritirarsi, e il colpo definitivo lo ha dato il braccio elettorale dei senatori democratici, il DSCC, annunciando che non avrebbe investito un dollaro finché lui fosse rimasto in corsa. Senza fondi, senza accesso ai dati degli elettori, senza rete, la campagna era finita.
Platner ha impiegato comunque quasi due giorni ad arrendersi. L’8 luglio ha pubblicato un video di undici minuti, teso e adirato, in cui solo dopo qualche minuto ha annunciato la sospensione. È stato un addio senza contrizione: ha ribadito la propria innocenza, ha precisato che il ritiro non era un’ammissione di colpa e ha attribuito la caduta non alle accuse, ma alle «strutture» che il potere gli stava togliendo, indicando nell’establishment democratico e nei media i veri responsabili. Secondo POLITICO, alcuni collaboratori lo avevano supplicato di scegliere un tono conciliante; lui aveva preteso, come condizione per farsi da parte, di poter attaccare i dirigenti del partito. La reazione è stata quasi ovunque fredda: Emily’s List ha parlato di «undici minuti e zero responsabilità», mentre David Axelrod ha osservato che Platner aveva costruito un movimento notevole ma si era congedato nel modo peggiore, recitando la parte del martire. A difenderlo è rimasto, paradossalmente, Donald Trump, che ha ridotto tutto a una questione di credibilità dell’accusatrice. Il 10 luglio è arrivata la firma sul ritiro formale, poco prima della scadenza fissata dalla legge del Maine.
Che succede ora
Il ritiro apre una fase tanto rapida quanto delicata. La legge del Maine imponeva a Platner di uscire entro il 13 luglio perché il partito potesse sostituirne il nome sulla scheda, e fissa al 27 luglio il termine ultimo per indicarne il successore. Tutto il processo è nelle mani del Maine Democratic Party: non ci sarà una nuova primaria, ma una convention di circa 600 delegati — cinquecento designati dalle sedici contee e un centinaio di membri del comitato statale — chiamati a scegliere il candidato. Per qualificarsi bisogna dichiararsi entro il 15 luglio, raccogliere almeno 500 firme di elettori democratici in non meno di otto contee entro il 20 e spiegare come si intende condurre una campagna «dal basso».
È un meccanismo con un evidente problema di legittimità, e i paragoni con il ribaltone tra Biden e Harris del 2024 si sprecano. Alle primarie di giugno hanno votato più di 200.000 persone; ora decidono poche centinaia di delegati. A restare fuori saranno soprattutto gli indipendenti — circa un terzo dell’elettorato del Maine — che grazie alle primarie semi-aperte hanno potuto sostenere Platner e che sono stati parte non piccola della sua ascesa. Il partito ha promesso trasparenza e ha assicurato che la scelta spetterà solo agli organismi statali, non a Chuck Schumer o al DSCC; ma per una base che ha premiato un candidato anti-establishment, il rischio percepito è quello di una nomina calata dall’alto.
I candidati, nonostante i tempi strettissimi, non mancano. Sul versante progressista il nome più citato è Troy Jackson, ex presidente del Senato statale ed ex taglialegna, sostenuto da Sanders e già in campagna con Platner: ne ha le credenziali operaie e populiste, ma proprio quella vicinanza rischia di pesargli. Sul fronte più istituzionale si muovono Nirav Shah, ex direttore del CDC del Maine, arrivato vicino alla nomination a governatore ma con radici deboli nello Stato; la segretaria di Stato Shenna Bellows, che però contro Collins aveva già perso nettamente nel 2014; e Dan Kleban, fondatore della Maine Beer Company e vicino a Mills. A loro si è aggiunto Jordan Wood, reduce da una candidatura alla Camera, che promette una campagna finanziata dal basso. Resta incerta la posizione della stessa Mills, che potrebbe rientrare, mentre l’attore Patrick Dempsey ha spento in fretta le voci su una sua discesa in campo.
Le altre notizie della settimana
È morto Lindsey Graham. Il senatore repubblicano della South Carolina è morto sabato sera a 71 anni, stroncato da una malattia definita dal suo ufficio «breve e improvvisa»; la sera prima i soccorritori erano intervenuti nella sua abitazione di Capitol Hill per un arresto cardiaco. Al Congresso da oltre trent’anni e tra i più stretti alleati di Trump — con cui si era scontrato alle primarie del 2016 prima di riconciliarsi —, era appena rientrato da Kyiv, dove aveva incontrato Zelensky e annunciato l’intesa con la Casa Bianca sul pacchetto di sanzioni alla Russia rimasto bloccato per oltre un anno. La legge della South Carolina impone ora primarie speciali repubblicane per scegliere chi lo sostituirà sulla scheda di novembre.
Specie a rischio più esposte a trivelle e miniere. Venerdì i Dipartimenti dell’Interno e del Commercio hanno riscritto la definizione di «danno» nell’Endangered Species Act del 1973 — la legge cui si deve la sopravvivenza di quasi tutte le specie protette, dall’aquila calva in giù: distruggere l’habitat dove un animale vive e si riproduce non conterà più come nuocergli. La mossa apre quei territori a estrazioni, disboscamento e sviluppo immobiliare. Le associazioni ambientaliste e i procuratori di sedici Stati hanno già annunciato ricorsi, bollando la decisione come arbitraria e priva di basi scientifiche.
L’aeroporto di Palm Beach diventa il «Donald J. Trump International Airport». Giovedì lo scalo della Florida, a pochi chilometri da Mar-a-Lago, ha cambiato ufficialmente nome, e il primo aereo ad atterrare è stato il Boeing 757 privato di Trump, con a bordo i figli Eric e Donald Jr. Il codice passerà da PBI a DJT il 18 agosto e la nuova segnaletica costerà fino a 5,5 milioni di dollari. Il cambio, approvato a febbraio dal parlamento statale repubblicano e firmato da DeSantis, era stato contestato dai democratici locali per costi e tempi.
Bocciata la legge anti-woke di DeSantis sulle università. La corte d’appello federale dell’undicesimo circuito ha stabilito, con due voti a uno, che la parte dello Stop WOKE Act relativa agli atenei viola il Primo Emendamento. A firmare la sentenza è stata Britt Grant, giudice nominata da Trump, che ha respinto la tesi della Florida secondo cui lo Stato, pagando lo stipendio ai docenti, avrebbe il diritto di dettare cosa insegnano. La legge resta sospesa: la Florida può ora chiedere il riesame dell’intera corte o rivolgersi alla Corte Suprema.
Trump dichiara finita la tregua con l’Iran. Dal vertice NATO di Ankara, dopo una nuova ondata di raid americani seguita agli attacchi iraniani alle navi nello Stretto di Hormuz, il presidente ha definito conclusa l’intesa firmata tre settimane prima e ha giudicato ogni ulteriore trattativa «una perdita di tempo». Il Brent è risalito di circa il 6%, oltre i 79 dollari al barile, tornando ai livelli precedenti alla guerra. Nella stessa giornata Trump ha annunciato lo stop ai rapporti commerciali con la Spagna di Sánchez, accusata di spendere troppo poco per la difesa — mossa di dubbia attuabilità, visto che la politica commerciale è competenza dell’UE.


