Il Texas che fa sognare i Democratici
Trent'anni dopo l'ultimo senatore democratico, una combinazione di fattori strutturali e congiunturali riapre la corsa al Senato del 2026
L’attenzione mediatica, in questi giorni, è quasi interamente concentrata sulle conseguenze del secondo mandato di Donald Trump e sulle continue scosse che il presidente sta imprimendo alla politica internazionale, dal vertice di Pechino alla crisi iraniana, passando per le tensioni sempre più aperte con il Vaticano. Sullo sfondo, però, inizia a crescere il peso mediatico delle elezioni di metà mandato che si terranno il prossimo novembre, e che secondo gli ultimi sondaggi rischiano di trasformarsi in un appuntamento particolarmente complicato per i Repubblicani, in linea con il classico fenomeno per cui il partito del presidente in carica tende quasi sempre a perdere terreno al primo voto nazionale successivo.
Fra i vari scenari da attenzionare, c’è sicuramente uno che merita particolare centralità: il Texas, lo stato repubblicano più popoloso degli Stati Uniti, potrebbe tornare a essere considerato, almeno potenzialmente e specificatamente per quanto riguarda il Senato, contendibile dai Democratici. Questa, d’altro canto, è un’ipotesi che ciclicamente riemerge nel dibattito americano, e che altrettanto ciclicamente viene smentita dai risultati elettorali. Eppure, in vista del voto di novembre e in particolare della corsa per il Senato, una serie di fattori convergenti, dal calo di popolarità di Trump nello stato al rimbalzo del voto latino in direzione democratica, dalla maturazione delle grandi aree metropolitane texane fino all’esito sorprendente delle primarie dello scorso marzo, sta riportando il tema al centro del dibattito politico nazionale.
La storia politica del Texas: dal “Solid South” all’egemonia repubblicana
Per circa un secolo, dal periodo successivo alla Ricostruzione fino agli anni Novanta, il Texas fu parte integrante del cosiddetto “Solid South”, il blocco di stati meridionali dominati in modo praticamente monolitico dal Partito Democratico. Quelle etichette politiche, però, avevano in quell’epoca un significato molto diverso rispetto a oggi: i Democratici del Sud erano spesso conservatori, segregazionisti e favorevoli al mantenimento dell’ordine sociale tradizionale, mentre i Repubblicani erano storicamente il partito di Abraham Lincoln, dell’Unione e dell’abolizionismo. Dopo la Guerra Civile e la Ricostruzione, il GOP divenne quindi rapidamente non competitivo in tutto il Sud, e le élite democratiche meridionali ripresero il controllo politico costruendo un sistema destinato a durare per generazioni. In Texas, come negli altri stati ex confederati, questo dominio si consolidò soprattutto attraverso una serie di strumenti di esclusione politica, dalla poll tax (una vera e propria tassa sul voto) alle white primaries (primarie riservate ai soli bianchi), che tra il 1902 e il 1965 privarono di fatto del diritto di voto gran parte della popolazione nera, molti latinoamericani e numerosi bianchi poveri. L’effetto fu enorme: l’affluenza elettorale nello stato precipitò ben al di sotto della media nazionale e la popolazione nera, che all’inizio del Novecento rappresentava circa il 20% del Texas, venne quasi completamente esclusa dalla politica formale.
Tra il 1848 e il 1952, di conseguenza, il Texas votò quasi sempre per il candidato democratico alla presidenza, con l’unica eccezione significativa del 1928, quando molti texani rifiutarono di sostenere Al Smith perché cattolico. Definire “progressista” il Texas di quel periodo, però, sarebbe profondamente fuorviante: lo stato rimaneva conservatore nei valori, nella cultura politica e nella struttura sociale, e più che una competizione tra Democratici e Repubblicani esisteva piuttosto una competizione interna al solo Partito Democratico, tra le sue componenti conservatrici, moderate e liberali. Per decenni votare democratico fu insomma semplicemente la norma sociale del Sud, trasmessa di generazione in generazione all’interno delle famiglie. Fu del resto proprio in questo contesto che emersero alcune delle figure politiche più importanti del Novecento americano, tutte texane e tutte democratiche, dal presidente Lyndon B. Johnson al vicepresidente John Nance Garner, dallo Speaker della Camera Sam Rayburn al senatore Ralph Yarborough.
Il punto di svolta arrivò negli anni Sessanta, quando il Partito Democratico nazionale iniziò a sostenere apertamente il movimento per i diritti civili. L’approvazione del Civil Rights Act del 1964 e del Voting Rights Act del 1965 cambiò radicalmente il panorama politico americano, ma nel Sud molti leader democratici locali si opposero duramente alla desegregazione e all’espansione del diritto di voto per i neri, e una parte consistente dell’elettorato bianco meridionale iniziò progressivamente a spostarsi verso il Partito Repubblicano. Il Texas si comportò in questo senso in modo leggermente diverso rispetto ad altri stati del Sud, e nel 1968 fu addirittura l’unico ex stato confederato a votare per il democratico Hubert Humphrey, ma il riallineamento era ormai iniziato. Dalla fine degli anni Sessanta in poi, infatti, il GOP texano cominciò a crescere soprattutto nelle aree suburbane benestanti attorno a Dallas e Houston, i cosiddetti country club suburbs, e le elezioni di figure come John Tower al Senato nel 1961, il primo repubblicano texano eletto a una carica statale dai tempi della Ricostruzione, e di George H. W. Bush al Congresso nel 1966 furono i primi segnali concreti di un cambiamento destinato a diventare strutturale. Negli anni Ottanta il processo accelerò ulteriormente, con il passaggio ufficiale al GOP di molti democratici conservatori, da Phil Gramm a Kent Hance fino a Rick Perry, e con una strategia repubblicana di lungo periodo che mirava esplicitamente a convincere imprenditori e politici moderati a cambiare schieramento.
La transizione, però, non fu immediata, e i Democratici continuarono a controllare gran parte della politica texana fino agli anni Novanta, mantenendo la maggioranza nella legislatura statale, molte cariche locali e perfino il controllo del processo di ridefinizione dei distretti elettorali. Il passaggio simbolico fondamentale arrivò nel 1994, quando la governatrice democratica Ann Richards perse contro George W. Bush, segnando di fatto la fine dell’epoca democratica nello stato. Nel 1996 i Repubblicani conquistarono il Senato statale per la prima volta dalla Ricostruzione; nel 1998 Bush venne rieletto con ampio margine e il GOP vinse tutte le principali cariche statali; nel 2002 i repubblicani ottennero anche il controllo della Camera del Texas, completando l’egemonia che dura ancora oggi. Attualmente, infatti, i Repubblicani controllano il governatorato, entrambe le camere legislative, la Corte Suprema del Texas, tutti i principali incarichi statali ed entrambi i seggi texani al Senato federale. È in questo quadro di lungo, apparentemente inattaccabile dominio repubblicano che vanno lette le speranze democratiche per il 2026, e soprattutto i segnali, sempre più numerosi, che qualcosa, nello stato, stia iniziando lentamente a cambiare.
Perché il Texas è di nuovo in bilico?
Per capire perché il Texas stia diventando, almeno potenzialmente, uno stato contendibile, è utile partire da cosa è diventato negli ultimi decenni, e soprattutto da come è cresciuto. Si tratta di uno stato che ha attratto persone: non le ha formate, non ha sviluppato in modo particolarmente significativo industrie ad alto valore aggiunto né aumentato la produttività per lavoratore, ma ha offerto spazio, accessibilità e costi bassi in un momento in cui altre grandi economie americane diventavano proibitive. Comprare casa nell’area metropolitana di New York costa oggi quasi il doppio rispetto a Dallas, mentre nella Bay Area di San Francisco i prezzi sono più che raddoppiati rispetto al Texas. È questa accessibilità, molto più che la retorica delle basse tasse cara ai Repubblicani locali, ad aver spiegato l’afflusso costante di nuovi residenti negli ultimi vent’anni.
Questa crescita, chiaramente, non significa che nello stato stia prendendo forma un trend destinato a trasformarlo in qualcosa di vicino alla California o al Massachusetts, per diversi motivi. In primo luogo, ancora oggi il livello di istruzione texano si colloca a metà strada tra gli stati Democratici e quelli Repubblicani, e il suo orientamento politico riflette in fondo esattamente questa posizione intermedia. L’entusiasmo intorno ad Austin come nuova Silicon Valley, molto vivace qualche anno fa, si è del resto in gran parte sgonfiato: il Texas non ha attratto in misura significativa quelle industrie ad alto valore aggiunto che nei grandi stati costieri hanno prodotto una classe di lavoratori altamente qualificati, tendenzialmente più istruiti e tendenzialmente più vicini ai Democratici. In secondo luogo, come sottolinea Paul Krugman, la crescita texana è rimasta “estensiva”, più persone e più posti di lavoro, senza tradursi in un aumento reale del reddito pro capite. Il Texas è uno stato più grande rispetto al resto del paese, non uno stato più ricco, fattore che lo rende diverso dalle caratteristiche degli altri stati democratici, tendenzialmente formati da una popolazione più acculturata e benestante. Eppure qualcosa sta cambiando, ed è reale: va però cercato altrove.
Il vero motore del cambiamento: le metropoli
Il vero elemento di trasformazione strutturale non è la crescita economica in sé, ma una delle sue conseguenze più visibili: la maturazione di Houston e Dallas come grandi aree metropolitane di livello mondiale. Decenni di afflusso costante di persone, capitali e servizi hanno prodotto due hub urbani che hanno reso lo stato culturalmente e professionalmente più sofisticato di quanto non fosse anche solo trent’anni fa, ed è qui che entra in gioco la politica, perché negli Stati Uniti contemporanei urbanizzazione e spostamento verso i Democratici tendono a muoversi insieme. Il parallelo più utile per capire dove il Texas potrebbe arrivare è in questo senso quello con la Georgia: i due stati condividono livelli di istruzione simili, una storia politica analoga di lungo dominio repubblicano e una stessa dinamica di fondo, ovvero la crescita di una grande area metropolitana che ha progressivamente eroso il vantaggio del GOP, fino a rendere la Georgia uno swing state autentico a partire dal 2020. C’è però una differenza strutturale importante, ed è che Atlanta esercita sulla Georgia una forza gravitazionale che non ha equivalenti in Texas: quando una sola metropoli supera la metà della popolazione di uno stato, quel peso demografico tende a orientarne l’esito elettorale in modo più stabile e prevedibile. Il Texas, avendo due grandi metropoli invece di una, non ha un baricentro altrettanto netto, il che rende la competizione interna più frammentata e l’esito politico più incerto.
A guidare questi movimenti è del resto un meccanismo che si manifesta a livello nazionale da almeno un decennio, ovvero la cosiddetta polarizzazione educativa: i bianchi con una laurea, che nei sobborghi delle grandi città texane rappresentano una fetta crescente dell’elettorato, si stanno spostando progressivamente verso i Democratici, mentre i bianchi senza laurea si muovono con la stessa forza in direzione opposta. È una traiettoria di lungo periodo che non ha mostrato finora segni di inversione strutturale, anche se il 2024 ha segnato un parziale rimbalzo verso i Repubblicani, alimentato da dinamiche nazionali che hanno temporaneamente invertito la tendenza anche in contesti dove i democratici avevano guadagnato terreno negli anni precedenti.
Il voto latino, una variabile imponderabile
Se la crescita metropolitana è il fattore di lungo periodo, il voto latino è la variabile che può accelerare o rallentare il cambiamento nel breve termine, e nell’ultimo ciclo elettorale ha fatto entrambe le cose, a distanza di pochi mesi. Per decenni i latinos texani avevano rappresentato un blocco democratico solido, con margini che oscillavano stabilmente intorno ai venticinque-trenta punti di vantaggio, ma negli ultimi due cicli quel vantaggio si è progressivamente eroso fino a sparire del tutto nel 2024, quando Trump ha addirittura superato Harris tra gli elettori ispanici, portandosi a casa trenta delle trentaquattro contee a sud di San Antonio. Molti commentatori repubblicani si affrettarono a proclamare un riallineamento strutturale e permanente, ma quella lettura aveva un difetto di fondo che i dati mostravano già nel 2024 stesso: Ted Cruz, il cui nome compariva sul ballot subito dopo quello di Trump, vinse i latinos texani di soli tre punti, raccogliendo centinaia di migliaia di voti in meno del presidente a livello statale. Il boom latino di Trump, in altre parole, era profondamente personale e non partitico. E quando l’amministrazione, una volta tornata alla Casa Bianca, ha iniziato a tradurre la retorica in politiche concrete, con retate nei luoghi di lavoro e deportazioni di persone integrate da anni nelle comunità locali, il rimbalzo è stato rapido: lo scorso 31 gennaio, ad esempio, la democratica Taylor Rehmet ha ribaltato un seggio repubblicano in una special election in un distretto che Trump aveva vinto di diciassette punti appena quattordici mesi prima, con un’oscillazione che nelle aree a maggioranza ispanica è stata ancora più marcata della media. Inserito nel trend più ampio dei sondaggi, che hanno mostrato l’approvazione di Trump tra i latinos texani in calo costante nel corso del 2025, è un segnale che difficilmente si può liquidare come un’anomalia, e che lascia intendere come il voto latino in Texas resti tutt’altro che acquisito da parte repubblicana.
Le elezioni per il Senato del 2026
È in questo contesto, fatto di traiettorie di lungo periodo ancora incompiute e di segnali di breve termine particolarmente promettenti per i Democratici, che vanno lette le elezioni senatoriali in programma a novembre. Si tratta della corsa per il seggio attualmente occupato dal repubblicano John Cornyn, in carica dal 2002 e oggi al suo quarto mandato, in uno stato che non elegge un senatore democratico da oltre trent’anni: l’ultimo fu Bob Krueger, che lasciò il seggio nel 1993. È un dato che racconta meglio di qualsiasi sondaggio quanto sia ambiziosa la sfida che attende i Democratici, ma anche quanto sia significativo il fatto che, per la prima volta da decenni, la corsa al Senato texano venga considerata, almeno potenzialmente, in bilico. Le principali agenzie di analisi elettorale americane, dal Cook Political Report a Sabato’s Crystal Ball, continuano a classificare la sfida come “likely Republican”, ma nessuna la considera ormai sicura, e diversi analisti hanno iniziato a sostenere che, in uno scenario nazionale sempre più sfavorevole al partito di governo, il Texas potrebbe diventare uno dei terreni dove i Democratici sono costretti a tentare il colpo, vista la scarsità di alternative più ovvie.
A rendere la corsa particolarmente interessante, però, è soprattutto quello che è successo nelle primarie dei due partiti. Sul fronte democratico, dopo il ritiro a sorpresa dell’ex deputato Colin Allred lo scorso dicembre, la corsa si è ridotta a un confronto tra due figure molto diverse del partito: la deputata federale Jasmine Crockett, di Dallas, considerata una delle voci più progressiste e mediatiche del nuovo corso democratico, e James Talarico, deputato statale di Austin, ex insegnante delle scuole medie e figura più moderata, ma capace di parlare con un linguaggio insolitamente trasversale grazie anche al suo background religioso, di formazione cristiana, che ha utilizzato spesso per inquadrare in chiave morale le sue posizioni economiche. Lo scorso 3 marzo, Talarico ha vinto le primarie con il 53,2% dei voti contro il 45,5% di Crockett, un margine più netto di quanto i sondaggi avessero previsto, e in particolare grazie a una coalizione che secondo gli ultimi exit poll lo ha visto in vantaggio sia tra gli elettori bianchi (71-29) sia tra quelli ispanici (60-39). È un profilo che gli analisti hanno descritto fin da subito come molto più adatto a una elezione generale in uno stato come il Texas, dove i Democratici hanno bisogno di vincere con margini ampi nei sobborghi mantenendo al contempo la competitività con i latinos.
Sul fronte repubblicano la situazione è invece molto più complicata, e racconta bene tutte le tensioni interne al partito di Trump in questa fase. Cornyn, considerato il favorito naturale per la nomination, si è infatti trovato sfidato da una figura come Ken Paxton, il procuratore generale dello stato, esponente dell’ala più radicale e trumpiana del partito, e già al centro di una serie pressoché infinita di scandali personali e giudiziari, dalla incriminazione per frode finanziaria nel 2015, archiviata solo nel 2024 in cambio di servizi sociali e centinaia di migliaia di dollari di restituzione, fino all’impeachment statale del 2023 per abuso d’ufficio, dal quale fu salvato per pochi voti dal Senato del Texas, passando per un divorzio molto pubblico e caratterizzato da reciproche accuse di infedeltà. Le primarie del 3 marzo si sono chiuse con un risultato sostanzialmente in equilibrio, con Cornyn al 42,5% e Paxton al 40,8%, costringendo i due candidati al ballottaggio che si terrà il prossimo 26 maggio, ovvero in pochissimi giorni. A complicare ulteriormente lo scenario è arrivata, lo scorso 19 maggio, l’endorsement di Donald Trump in favore di Paxton, motivato in un post su Truth Social con il fatto che Cornyn, pur essendo “un brav’uomo”, non sarebbe stato sufficientemente leale “nei momenti difficili”.
L’endorsement di Trump rappresenta in questo senso il vero spartiacque della corsa, e potrebbe avere conseguenze rilevanti non soltanto sulla nomination repubblicana ma sull’intera elezione generale di novembre. Diversi sondaggi pubblicati negli ultimi mesi hanno infatti mostrato in modo piuttosto chiaro che Paxton, a causa proprio del peso dei suoi scandali, è un candidato significativamente più debole di Cornyn in vista del confronto con Talarico. Una rilevazione di Slingshot Strategies pubblicata ad aprile, ad esempio, ha mostrato Talarico avanti di cinque punti su Paxton (46 contro 41) e di tre punti su Cornyn (44 contro 41), con percentuali che, pur dentro il margine d’errore, indicano una corsa effettivamente contendibile. Anche sul piano finanziario, il distacco è evidente: a inizio maggio, Cornyn aveva raccolto 13,6 milioni di dollari contro i 7,6 di Paxton, e la sua campagna, sommata ai gruppi satellite a lui collegati, aveva speso oltre cinquantasette milioni in pubblicità contro i quattro e mezzo del rivale. È un divario che racconta meglio di ogni altra cosa quanto l’establishment repubblicano nazionale veda in Cornyn la scelta più sicura per evitare di trasformare un seggio considerato safe in un terreno di battaglia da decine di milioni di dollari di spesa difensiva.
I segnali che arrivano dal voto, in ogni caso, suggeriscono che il clima politico del 2026 stia già lavorando a favore dei Democratici molto più di quanto si pensasse. Durante il periodo di voto anticipato per le primarie di marzo, i democratici hanno espresso circa il 53% delle schede contro il 47% dei repubblicani, con un’affluenza alle primarie democratiche aumentata del 274% rispetto al 2022, contro il +106% di quella repubblicana. Nella sola contea di Dallas, quasi 188.000 elettori hanno votato alla primaria democratica contro 64.000 alla repubblicana, un rapporto di tre a uno che non si vedeva dai tempi della corsa di Obama del 2008; e perfino a Tarrant, la contea-bellwether storicamente repubblicana, i democratici hanno superato i repubblicani nel voto anticipato. Un’analisi pubblicata dal sondaggista Derek Ryan ha inoltre evidenziato come il 28% degli elettori democratici al voto anticipato fosse composto da persone che in precedenza avevano partecipato solo alle elezioni generali di novembre, contro appena il 13% sul fronte repubblicano: un dato che lascia intendere come i democratici stiano riuscendo ad attivare il proprio elettorato potenziale a un ritmo doppio rispetto agli avversari. Sono numeri che, presi singolarmente, non bastano certo a ribaltare i pronostici, ma che inseriti nel quadro più ampio descritto fin qui, il rimbalzo latino, il crollo dell’approvazione di Trump in Texas, la crescita delle metropoli, il profilo moderato di Talarico, raccontano una corsa che, per la prima volta dopo molti anni, non è più scontata in partenza.



