A meno di due mesi dalle prossime midterm, e come accade ormai regolarmente negli ultimi anni quando si avvicina una tornata elettorale, il voto via posta è tornato al centro dello scontro politico americano. L’amministrazione Trump sta infatti cercando di introdurre nuove regole sul modo in cui lo United States Postal Service gestisce le schede elettorali, mentre diversi stati si sono rivolti ai tribunali per bloccarle. La battaglia è ancora aperta e arriva proprio mentre le prime schede per il voto di novembre hanno già cominciato a essere spedite. Per capire quanto questo scontro possa incidere sulla corsa per il controllo di Camera e Senato, conviene partire da due elementi: come funziona il voto via posta e quanto viene utilizzato nelle elezioni americane.
Come funziona il voto via posta
Negli Stati Uniti esistono diversi modi per votare senza recarsi nel proprio seggio nell’Election Day. C’è l’early voting, che permette di votare di persona nei giorni precedenti, e c’è l’absentee voting, sviluppatosi storicamente per consentire di partecipare alle elezioni a chi si trovava lontano dal proprio luogo di voto e successivamente esteso a categorie sempre più ampie di elettori. Nel corso del tempo i termini absentee voting e mail voting hanno così finito spesso per sovrapporsi: la stessa Election Assistance Commission li considera sinonimi ai fini delle proprie statistiche. Una scheda ricevuta per votare a distanza viene compilata fuori dal seggio e può essere restituita in diversi modi: attraverso il servizio postale federale, depositandola in una drop box oppure consegnandola personalmente a un ufficio elettorale, secondo le regole previste dai singoli stati.
È soprattutto il modo in cui si ottiene la scheda a cambiare. In 29 stati è previsto il cosiddetto no-excuse absentee voting: qualsiasi elettore registrato può richiedere una scheda senza dover fornire una particolare giustificazione, come essere malato, trovarsi fuori città o essere impossibilitato a raggiungere il seggio. In genere è necessario presentare la domanda entro una scadenza stabilita dallo stato, con tempi e modalità che possono variare sensibilmente. Alcuni stati hanno esteso ulteriormente il sistema attraverso liste permanenti, alle quali l’elettore può iscriversi per ricevere automaticamente la scheda anche nelle elezioni successive. In California, Colorado, Hawaii, Nevada, Oregon, Utah, Vermont e Washington, oltre al District of Columbia, il sistema è ancora più esteso. Le autorità elettorali inviano automaticamente una scheda agli elettori attivi registrati, senza che sia necessaria una richiesta. È un modello particolarmente radicato in diversi stati dell’Ovest, dove il voto per posta rappresenta ormai da anni una delle principali modalità di partecipazione elettorale.
Restano invece 13 stati nei quali, per ricevere una absentee ballot, bisogna rientrare in una delle condizioni indicate dalla legge. Le regole cambiano da stato a stato, ma comprendono generalmente l’assenza dalla propria contea o giurisdizione elettorale nell’Election Day e l’impossibilità di raggiungere il seggio a causa di malattia o disabilità. Alcuni stati prevedono poi ulteriori categorie: in Texas, per esempio, possono richiedere una scheda anche gli elettori che hanno almeno 65 anni, mentre in Tennessee la soglia è fissata a 60.
Una volta restituita, la scheda deve essere verificata dai funzionari elettorali. Il sistema più diffuso è il controllo della firma apposta sulla busta esterna: 32 stati effettuano una vera e propria verifica confrontandola con quelle conservate nei registri, mentre altri utilizzano procedure differenti e possono richiedere informazioni identificative, la firma di uno o più testimoni o, in pochi casi, una certificazione notarile. Cambiano anche le scadenze. In molti stati la scheda deve arrivare entro la chiusura dei seggi nell’Election Day; altri accettano quelle ricevute nei giorni successivi, purché risultino spedite entro il termine previsto. In Pennsylvania, per esempio, la scheda deve essere ricevuta entro le 20 del giorno delle elezioni; in California può invece arrivare fino a sette giorni dopo, a condizione che sia stata spedita entro l’Election Day. È anche per questo che in alcuni stati il conteggio dei voti postali può proseguire nei giorni successivi alla notte elettorale.
I numeri
L’utilizzo del voto via posta è cresciuto notevolmente nel corso degli ultimi decenni: nel 1996 riguardava circa l’8% degli elettori americani, mentre nel 2016 la quota era arrivata al 21%. Il 2020 ha segnato però un’accelerazione senza precedenti. Con l’emergenza Covid e l’ampliamento delle possibilità di votare a distanza in molti stati, il dato è salito fino al 43%. Una crescita in parte riassorbita negli anni successivi, senza però riportare il voto postale ai livelli precedenti, attestandosi intorno al 30%.
Fonte del grafico: https://electionlab.mit.edu/sites/default/files/2023-10/vote-by-mail.pdf
Il peso del voto via posta cambia però radicalmente attraversando il paese. Nel 2024 ha rappresentato il 99,3% dei voti in Oregon e il 98,5% nello stato di Washington; Hawaii, Utah e Colorado hanno superato il 90%, mentre in California la quota è stata dell’80,8%. Sono stati nei quali il voto postale è radicato da tempo e, in molti casi, le schede vengono inviate automaticamente agli elettori registrati. La situazione è quasi opposta in Arkansas, dove lo ha utilizzato appena il 2,1% degli elettori, così come in Tennessee (2,8%), West Virginia (2,9%) e Texas (3,3%).
Fonte del grafico: https://www.governing.com/map-of-the-day/map-the-states-with-the-highest-rates-of-mail-voting
Lo stesso quadro molto differenziato si ritrova negli stati più contesi. In Arizona, dove il voto a distanza è ormai consolidato, nel 2024 ha votato per posta il 74,7% degli elettori; in Nevada la quota è stata del 44,1%, in Michigan del 35,4%, in Pennsylvania del 27,3% e in Wisconsin del 16,6%. Molto più bassi i dati di Georgia e North Carolina, entrambi poco sopra il 5%. Il peso di eventuali modifiche alle regole sul voto postale può quindi cambiare sensibilmente da uno stato all’altro, interessando una modalità residuale in alcuni territori e una parte molto ampia dell’elettorato in altri. Negli ultimi anni si è inoltre consolidata una differenza significativa tra i due principali elettorati. Nel 2020, secondo Pew Research Center, aveva votato per posta o con una absentee ballot il 58% degli elettori di Joe Biden, contro il 32% di quelli di Donald Trump. Con la fine dell’emergenza pandemica il ricorso a questa modalità è diminuito, ma la distanza è rimasta: nel 2024 ha votato in questo modo il 44% degli elettori democratici contro il 26% dei repubblicani. Tra questi ultimi resta invece più comune presentarsi di persona nell’Election Day. È una frattura relativamente recente e costituisce uno dei passaggi centrali per capire perché il voto via posta sia diventato un tema così rilevante nello scontro politico americano.
La svolta del 2020
Questa distanza tra i due elettorati, molto meno marcata fino agli anni precedenti, si accentuò soprattutto nel 2020, quando agli effetti della pandemia si aggiunse la battaglia portata avanti da Donald Trump contro il voto via posta. Nei mesi precedenti alle presidenziali, mentre molti stati ampliavano il ricorso al voto a distanza, Trump iniziò infatti a sostenere con sempre maggiore insistenza che un utilizzo massiccio delle schede postali avrebbe favorito frodi e irregolarità. Il tema divenne rapidamente uno dei più polarizzati della campagna: nell’estate del 2020 il 58% degli elettori di Biden dichiarava di preferire il voto per posta, contro appena il 17% di quelli di Trump. Anche le modalità effettivamente scelte dai due elettorati finirono così per divergere nettamente.
Questa divisione ebbe conseguenze molto visibili durante lo scrutinio. In alcuni degli stati decisivi, tra cui Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, le regole limitavano la possibilità di lavorare le schede postali prima dell’Election Day. Questi voti richiedevano inoltre alcuni passaggi preliminari — dalla verifica della busta e della firma all’apertura e alla preparazione della scheda — prima di poter essere conteggiati. I risultati del voto espresso di persona entrarono quindi più rapidamente nei conteggi della notte elettorale, mentre restava ancora da scrutinare una parte consistente delle schede postali. E poiché il primo era molto più favorevole a Trump e le seconde nettamente più favorevoli a Biden, nelle prime ore il presidente apparve in vantaggio in diversi stati poi conquistati dal democratico.
Il caso più evidente fu quello della Pennsylvania. Intorno alle due del mattino Trump aveva un vantaggio di oltre 700 mila voti tra quelli già conteggiati, ma restavano ancora moltissime schede postali da scrutinare, in particolare nelle aree urbane e più favorevoli ai democratici. Con il procedere del conteggio il margine si ridusse progressivamente, fino al sorpasso di Biden, che avrebbe poi conquistato lo stato con circa 81 mila voti di vantaggio. Dinamiche simili si verificarono anche in Michigan e Wisconsin. Era il cosiddetto blue shift: i voti conteggiati più tardi risultavano mediamente più favorevoli ai democratici di quelli entrati per primi nei risultati. Un fenomeno già conosciuto dagli studiosi e diventato particolarmente visibile in alcuni degli stati decisivi del 2020, anche per la crescita del voto postale e la forte polarizzazione nel modo di votare.
Trump trasformò questa dinamica in uno degli argomenti centrali della contestazione del risultato. Nelle prime ore del 4 novembre, mentre milioni di voti dovevano ancora essere conteggiati, si dichiarò vincitore e parlò già di una «major fraud», sostenendo che il conteggio dovesse fermarsi. Nei giorni successivi accusò ripetutamente gli stati ancora impegnati nello scrutinio di aver fatto comparire voti illegittimi a favore di Biden e concentrò molte delle proprie accuse sulle schede postali. Il progressivo assottigliarsi dei suoi vantaggi iniziali venne così presentato come il segnale di un’anomalia, anche se rifletteva in larga parte l’ordine con cui venivano conteggiati voti espressi con modalità utilizzate in proporzioni molto diverse dai due elettorati.
Da quelle accuse nacque una lunga battaglia giudiziaria. Trump, la sua campagna e i suoi alleati promossero più di sessanta ricorsi contro procedure, conteggi e risultati in diversi stati. Alcune cause riguardavano direttamente le schede postali, altre le modalità di osservazione dello scrutinio, le macchine per il voto o più generiche accuse di irregolarità. Nessuna riuscì però a dimostrare l’esistenza di una frode diffusa capace di modificare il risultato delle presidenziali o a ribaltare l’esito dell’elezione. Molte furono respinte per l’assenza di prove sufficienti, altre per ragioni procedurali o di legittimazione e alcune furono ritirate. Anche William Barr, procuratore generale scelto dallo stesso Trump, dichiarò il 1° dicembre che il Dipartimento di Giustizia non aveva trovato frodi «su una scala tale da poter produrre un risultato diverso».
Le verifiche successive hanno restituito numeri molto lontani dalle dimensioni denunciate da Trump. Un’indagine dell’Associated Press condotta in Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, Pennsylvania e Wisconsin individuò 473 potenziali casi di frode su 25,5 milioni di voti espressi. Anche nell’ipotesi estrema che tutti fossero risultati realmente fraudolenti e tutti avessero favorito Biden, avrebbero rappresentato appena lo 0,15% del margine complessivo con cui il democratico aveva conquistato quei sei stati. L’indagine individuò soprattutto episodi isolati e non trovò elementi che indicassero un tentativo coordinato di alterare il risultato. Anche le analisi concentrate specificamente sul voto postale restituiscono percentuali molto basse. Nel 2020 il Washington Post esaminò i dati di cinque elezioni tenute tra il 2016 e il 2018 in Colorado, Oregon e Washington, tre stati nei quali il voto via posta era già largamente diffuso. Su circa 14,6 milioni di schede, le autorità avevano individuato 372 possibili casi di doppio voto o di voto espresso a nome di persone decedute: lo 0,0025% del totale. Si trattava, anche in questo caso, di casi potenziali e non necessariamente di frodi poi accertate.
Perché se ne riparla oggi
La battaglia sul voto via posta è tornata d’attualità negli ultimi mesi, dopo che Trump ha cercato di trasformare in un intervento concreto una delle sue contestazioni più ricorrenti sulle elezioni americane. Il 31 marzo 2026 il presidente ha firmato un ordine esecutivo che, tra le altre misure, incaricava lo United States Postal Service di elaborare nuove regole per le schede delle elezioni federali trasmesse attraverso il servizio postale. La norma messa a punto dall’USPS introduce nuovi requisiti per le buste, che devono essere approvate dal servizio postale e dotate di codici a barre univoci, e prevede che gli uffici elettorali registrino in un nuovo portale i dati dei destinatari e i codici associati alle schede. Prima di accettare le spedizioni di schede dirette dagli uffici elettorali agli elettori, USPS dovrebbe verificare il rispetto di questi requisiti e potrebbe rifiutare le spedizioni non conformi. Il Postal Service sostiene che la disciplina riguardi esclusivamente la gestione della posta e non attribuisca all’agenzia alcun potere di decidere chi possa votare; gli stati che l’hanno contestata ritengono invece che il governo federale stia intervenendo indirettamente sull’amministrazione delle elezioni.
Lo scontro è arrivato rapidamente nei tribunali. A giugno la giudice federale Indira Talwani aveva bloccato diverse disposizioni dell’ordine di Trump, ma il 24 agosto la Corte Suprema ha sospeso la sua decisione con un voto di 6-3. Per quanto riguardava il Postal Service, i giudici hanno ritenuto prematuro il ricorso: l’ordine presidenziale aveva soltanto imposto all’USPS di avviare il procedimento per elaborare una nuova regola e, quando gli stati avevano fatto causa, una norma definitiva non esisteva ancora. La Corte non si è quindi pronunciata sulla legittimità della successiva disciplina e ha lasciato esplicitamente aperta la possibilità di contestarla una volta adottata. Nel frattempo USPS aveva finalizzato la nuova regola: gli stati sono tornati così davanti a Talwani, che il giorno successivo ne ha temporaneamente bloccato le parti principali. Questa volta al problema dell’autorità del governo federale si è aggiunto quello dei tempi, visto che, per adeguarsi, migliaia di uffici elettorali dovrebbero modificare buste, sistemi informatici e procedure quando ormai mancano poche settimane alle midterm.
Il 3 settembre l’amministrazione Trump si è quindi rivolta nuovamente alla Corte Suprema, chiedendo in via d’emergenza di consentire l’applicazione delle nuove regole già per le elezioni di novembre. Il giorno successivo Talwani ha trasformato il blocco temporaneo in un’ingiunzione preliminare valida per le prossime elezioni, sostenendo che introdurre il nuovo sistema a meno di settanta giorni dal voto rischierebbe di impedire a elettori legittimi di ricevere la propria scheda. Nel frattempo le pratiche di voto sono materialmente iniziate: il 4 settembre la North Carolina ha cominciato a spedire le prime schede. Al momento la nuova disciplina resta quindi bloccata, mentre la richiesta dell’amministrazione è davanti alla Corte Suprema. La giudice Ketanji Brown Jackson, che gestisce le richieste d’emergenza provenienti da quel circuito giudiziario, ha fissato alle 10 del mattino dell’8 settembre il termine per la risposta degli stati e degli altri ricorrenti.




