Mancano meno di due mesi alle prossime midterm e il Partito Repubblicano arriva alla fase decisiva della campagna elettorale in un momento tutt’altro che favorevole. Il gradimento di Donald Trump è sceso a livelli particolarmente bassi, il costo della vita continua a pesare sugli elettori e la guerra con l’Iran, iniziata a febbraio e ancora lontana da una conclusione, ha contribuito alla crescita dei prezzi dell’energia. Anche il dato storico, del resto, non aiuta il partito che controlla la Casa Bianca, che nelle elezioni di metà mandato ha quasi sempre perso terreno e spesso lasciato all’opposizione diversi seggi al Congresso.
Anche per questo motivo, in settimana Trump ha provato a fare quello che generalmente ha sempre tentato nelle situazioni di difficoltà, rimettendo sé stesso al centro della scena. Il 9 e 10 settembre, all’American Airlines Center di Dallas, si è tenuta infatti un’insolita convention repubblicana organizzata in vista delle midterm. Appuntamenti di questo tipo sono normalmente riservati alle elezioni presidenziali e servono anzitutto a formalizzare la candidatura alla Casa Bianca e a presentare al paese il messaggio con cui il partito affronterà la campagna. A Dallas non c’era invece nessun candidato da nominare. Sul palco si sono alternati dirigenti, esponenti dell’amministrazione e candidati al Congresso, ma per due giorni tutto ha continuato a ruotare soprattutto attorno al presidente.
Il New York Times ha ricostruito come dietro l’idea della convention ci sia anche una convinzione maturata attorno a Trump negli ultimi anni. Una parte degli elettori che compongono la sua coalizione vota con molta meno regolarità quando il suo nome non compare direttamente sulla scheda e la presenza del presidente potrebbe quindi aiutare i Repubblicani a portarli alle urne anche in un’elezione di metà mandato. NPR ha indicato proprio nella scarsa mobilitazione della base uno dei problemi del partito in questa fase della campagna. Trump stesso ha spiegato con poche parole quello che si aspettava dai propri sostenitori, chiedendo durante la prima serata di «fare finta che io sia sulla scheda». Il giorno successivo ha scherzato sul fatto che chi non fosse andato a votare sarebbe «andato all’inferno».
Una base da riportare alle urne
Negli ultimi mesi i segnali arrivati dalle urne sono stati spesso più favorevoli ai democratici. Dopo la sconfitta del 2024, il partito ha mostrato un entusiasmo maggiore nelle elezioni speciali e locali e in molte consultazioni ha migliorato i propri margini rispetto alle presidenziali. Allo stesso tempo sono emerse alcune divisioni anche nella coalizione che aveva riportato Trump alla Casa Bianca, dalla gestione dei file Epstein alla guerra con l’Iran, fino all’aumento del prezzo della benzina e alle conseguenze dei dazi sul costo di alcuni beni.
Trump resta però di gran lunga la figura più capace di mobilitare questo elettorato. Per questo motivo il suo volto compariva sui pass distribuiti ai partecipanti e nelle immagini all’interno dell’arena, mentre molti degli interventi lo hanno presentato come uno dei più importanti presidenti della storia americana. Quasi nessuno, però, ha utilizzato la convention per provare ad allargare il messaggio oltre la base repubblicana. Il New York Times ha osservato come un partito di governo in difficoltà alle midterm cerchi generalmente di recuperare terreno anche tra gli indipendenti e gli elettori moderati. A Dallas questo tentativo si è visto molto poco. Solo alcuni degli esponenti intervenuti, tra cui il deputato newyorkese Mike Lawler, hanno utilizzato un linguaggio chiaramente rivolto a quella parte dell’elettorato. Per buona parte delle due giornate l’attenzione si è concentrata invece sui sostenitori di Trump e, soprattutto, sui democratici.
La campagna contro i democratici
Nel giro di due giorni sono tornate continuamente parole come comunismo, socialismo e marxismo, insieme alla Sharia, al terrorismo e ad alcuni dei principali temi delle guerre culturali americane. Uno dei bersagli più frequenti è stato Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan e sostenuto dall’ala progressista del partito. Il repubblicano Mike Rogers lo ha accusato di circondarsi di persone che «disprezzano l’America» e di essere troppo vicino agli ambienti estremisti. «Abdul El-Sayed può sentirsi a suo agio con quella gente. Io certamente no», ha detto, contrapponendo poi il proprio passato nelle forze dell’ordine al profilo dell’avversario.
Il tono è stato simile in molte delle altre corse più importanti. Michael Whatley, candidato repubblicano al Senato in North Carolina, ha definito Roy Cooper il peggior governatore nella storia dello Stato per quanto riguarda la sicurezza dei bambini. In Ohio Jon Husted ha accusato l’ex senatore Sherrod Brown di aver messo «Shanghai davanti a Steubenville e Pechino davanti a Brunswick», mentre il deputato della Pennsylvania Ryan Mackenzie ha definito il proprio avversario Bob Brooks un «pazzo di estrema sinistra».
Uno dei nomi tornati più spesso è stato però quello di James Talarico. La corsa al Senato in Texas, che all’inizio dell’anno appariva nettamente favorevole ai Repubblicani, si è fatta progressivamente più competitiva e il candidato democratico è diventato quasi una presenza fissa nei discorsi della convention. Il suo avversario Ken Paxton ha scherzato sulla necessità di «mandare via dal Texas lui e le sue idee folli», mentre Ted Cruz lo ha accomunato a Zohran Mamdani e allo stesso El-Sayed. Durante l’intervento del senatore texano, dalla folla si è sentita più volte una voce che sembrava gridare che uno dei politici democratici citati «dovrebbe essere ucciso».
Proprio Paxton ha ricevuto una particolare attenzione da Trump. Pochi giorni prima della convention il super PAC del presidente aveva destinato dieci milioni di dollari alla sua campagna e Trump ha promesso di tornare in Texas anche «due o tre volte», se necessario, per aiutarlo. Il sostegno non gli ha impedito di riprendere le critiche rivolte nei giorni precedenti all’aspetto del candidato. «Forse non è l’uomo più bello che abbia mai visto», ha scherzato, prima di definirlo «il più grande attorney general d’America».
Trump e il problema dell’economia
Il costo della vita era uno dei temi più delicati con cui Trump arrivava a Dallas. Da mesi alcuni collaboratori della Casa Bianca cercano di convincerlo a parlarne maggiormente e Reuters ha sottolineato come anche alla convention il presidente abbia preferito soprattutto contestare il modo in cui il problema viene descritto. Nel primo dei suoi due interventi, durato circa un’ora e tre quarti, Trump ha iniziato leggendo una serie di risultati dell’amministrazione prima di tornare al modo di parlare molto più libero che caratterizza ormai i suoi comizi. Ha imitato Emmanuel Macron con un accento francese, ipotizzato di cambiare il nome del New Mexico in «New America» e attaccato in anticipo i giornalisti che avrebbero raccontato i posti vuoti nell’arena e le persone che lasciavano l’evento prima della fine.
Quando è arrivato all’economia, ha nuovamente definito «falsa» la parola affordable, diventata centrale nella campagna democratica sul costo della vita, e ha sostenuto che i prezzi stiano già diminuendo. Reuters ha osservato come l’affermazione contrasti con i dati economici del governo. I Repubblicani hanno insistito soprattutto sui tagli fiscali approvati nel 2025, che quest’anno hanno permesso a molte famiglie di ricevere rimborsi più elevati, e sulle misure adottate per ridurre il prezzo di alcuni farmaci.
Trump ha aggiunto anche una nuova promessa. Se i Repubblicani manterranno il controllo sia della Camera sia del Senato, ogni adulto americano dovrebbe ricevere un pagamento di 5.000 dollari. Il presidente lo ha chiamato «Trump dividend», senza però spiegare nel dettaglio come intenda finanziarlo. Un programma di queste dimensioni richiederebbe l’intervento del Congresso e avrebbe un costo superiore al trilione di dollari, con il rischio di produrre nuove pressioni sull’inflazione. Non sarebbe neppure la prima proposta di questo tipo rimasta senza seguito. All’inizio del secondo mandato Trump aveva parlato di un dividendo finanziato con i risparmi ottenuti dal DOGE di Elon Musk. Successivamente era arrivata l’ipotesi di utilizzare i proventi dei dazi per distribuire un rimborso agli americani. Nessuna delle due si è concretizzata.
La guerra con l’Iran è entrata nel discorso soprattutto attraverso il prezzo dell’energia. Trump ha promesso che il petrolio scenderà «appena vinceremo la guerra» e ha previsto che il conflitto si concluderà subito dopo l’Election Day del 3 novembre. Dopo oltre sei mesi di combattimenti, però, non ci sono ancora segnali chiari di una conclusione vicina. Nella seconda serata il presidente è tornato invece sulla partecipazione. Ha chiesto ai presenti di alzare la mano e impegnarsi ad andare a votare insieme a familiari e amici. Poco prima di salire sul palco, parlando con Laura Ingraham su Fox News, aveva però mostrato un atteggiamento molto meno allarmato. Alla domanda se intendesse impegnarsi nella campagna più di quanto avesse mai fatto, ha risposto semplicemente «no». Se i democratici dovessero conquistare il Congresso, ha aggiunto, per due anni potrebbe comunque «bloccare tutte le loro cose cattive».
Gli ascolti
Sul piano televisivo la convention non ha prodotto un particolare aumento dell’attenzione. Secondo i dati preliminari Nielsen, circa 2,5 milioni di persone hanno seguito su Fox News il discorso del mercoledì. L’emittente conservatrice è stata una delle poche grandi reti a trasmetterlo integralmente e il risultato è rimasto sostanzialmente nella media della normale programmazione serale del canale, risultando inferiore a quello di alcuni programmi trasmessi abitualmente nella stessa fascia.
Anche la concorrenza ha avuto probabilmente un peso. Nella prima serata il discorso di Trump si è sovrapposto all’inizio della stagione NFL, mentre una seconda partita è andata in onda il giorno successivo durante gli interventi di JD Vance e dello stesso presidente.
La sorpresa Fetterman
Una delle presenze più inattese delle due giornate è arrivata dall’altro partito. Poco prima dell’intervento di Trump, sugli schermi dell’arena è apparso un breve video del senatore democratico della Pennsylvania John Fetterman, incaricato di introdurre il collega repubblicano David McCormick.
Fetterman ha ricordato due volte nel giro di circa un minuto di essere democratico e si è presentato come un esponente di «buon senso», contrario agli estremismi e al socialismo. Ha elogiato McCormick e spiegato di voler collaborare con lui e con Trump per difendere l’industria siderurgica della Pennsylvania.
Negli ultimi anni il senatore si è progressivamente allontanato da una parte dei democratici su diversi temi, mantenendo posizioni molto più vicine ai repubblicani soprattutto su Israele e, più recentemente, sulla guerra con l’Iran e sull’immigrazione. Continua però a votare nella grande maggioranza dei casi con il proprio partito e dopo la convention ha nuovamente escluso qualsiasi cambio di schieramento.
Vance e il 2028
L’ultima parte della convention ha aperto anche uno sguardo sulle prossime presidenziali. JD Vance è arrivato a Dallas considerato il principale favorito, almeno per il momento, per la nomination repubblicana del 2028. Una sconfitta alle midterm renderebbe probabilmente ancora più intenso il dibattito sulla successione a Trump e il discorso del vicepresidente ha offerto qualche prima indicazione sul modo in cui potrebbe provare a presentarsi.
Vance è stato accolto dai cori «48, 48», un riferimento alla possibilità che possa diventare il 48° presidente degli Stati Uniti dopo Trump, il 47°. Non ha respinto l’ipotesi, limitandosi a rimandare la discussione. «Dobbiamo occuparci di novembre, poi penseremo a quello che viene dopo», ha detto.
Il suo discorso è rimasto pienamente inserito nella politica trumpiana, dagli attacchi ai democratici alla difesa dell’azione dell’amministrazione, ma ha mostrato anche alcune differenze. Vance ha dedicato molto più spazio alla famiglia, alla religione e al futuro dei bambini, insistendo soprattutto sulla necessità di restituire centralità alla famiglia nucleare tradizionale e presentando le elezioni come una battaglia per difendere quello che ha definito il «diritto di nascita» degli americani.
Ha evitato quasi completamente, invece, uno dei temi più problematici per la Casa Bianca. La guerra con l’Iran è particolarmente delicata per Vance, che prima dell’ingresso nell’amministrazione era stato uno degli esponenti più scettici del mondo MAGA verso nuovi interventi militari americani. Da febbraio ha difeso pubblicamente l’operazione, pur manifestando privatamente alcune preoccupazioni, ma a Dallas non ne ha parlato direttamente. Più in generale, il conflitto è rimasto ai margini della convention nonostante sia ancora in corso e abbia contribuito alla crescita dei prezzi dell’energia.
Vance ha preferito rivolgersi ai conservatori che non condividono tutte le decisioni della Casa Bianca. «Non buttate via il bambino con l’acqua sporca», ha detto, chiedendo loro di non consegnare il paese ai democratici per il disaccordo su una singola politica. Non pretendeva, ha spiegato, che gli elettori fossero d’accordo con l’amministrazione su ogni questione, ma che giudicassero nel complesso i risultati ottenuti nei primi diciotto mesi.
Il momento nel quale la folla si è accesa maggiormente è arrivato quando un manifestante ha interrotto il discorso mostrando bandiere palestinesi e messicane. Vance ha reagito immediatamente. «Se ami così tanto il Messico, vattene lì. Ti compro io il biglietto aereo», gli ha risposto tra gli applausi. Reuters ha letto l’intervento anche come una prima indicazione del profilo con cui Vance potrebbe presentarsi nel 2028, più disciplinato rispetto a Trump e maggiormente concentrato su famiglia, fede e identità. A Dallas, però, il vicepresidente non è riuscito a mantenere per tutto il discorso lo stesso livello di partecipazione che aveva accompagnato gli interventi del presidente.


