La fedeltà MAGA alla prova delle bombe
Sondaggi, defezioni e malcontento: come il conflitto in Iran sta ridisegnando le fratture interne al Partito Repubblicano.
Il Partito Repubblicano, almeno dal secondo dopoguerra in poi, cova al suo interno una serie di fratture per quanto riguarda la politica estera, diviso com’è fra un’ala più interventista e una maggiormente isolazionista. Queste tensioni erano già evidenti all’inizio della Guerra fredda nello scontro tra l’isolazionismo del senatore Robert Taft e l’internazionalismo di figure come Arthur Vandenberg e Dwight Eisenhower, e si sono ripresentate ciclicamente nei decenni successivi, dal dibattito sulla distensione di Nixon fino alle fratture nate attorno alla guerra in Iraq. Tradizionalmente Donald Trump e l’ala del partito che più gli è vicina ricadevano in quest’ultima categoria: anche durante l’ultima campagna elettorale, il tycoon aveva più volte promesso di evitare nuovi conflitti militari e di mettere fine alle cosiddette “forever wars” che hanno segnato la politica estera americana dopo l’11 settembre.
Proprio per questo, osservare come quest’area del GOP abbia reagito al nuovo conflitto lanciato da Trump contro l’Iran è un modo particolarmente utile per valutare lo stato di salute del trumpismo all’interno del partito. I dati disponibili confermano un andamento che si vede anche su altri temi: il presidente resta fortemente impopolare tra Democratici e Indipendenti, ma continua a godere di un sostegno significativo tra gli elettori Repubblicani. Anzi, su molte questioni di politica interna parte di questi ultimi sta manifestando un certo scetticismo, mentre sulla guerra il consenso appare decisamente più solido.
Cosa dicono i sondaggi
Secondo diversi sondaggi citati dalla stampa americana, circa nove sostenitori MAGA (l’acronimo dello slogan Make America Great Again, è l’etichetta con cui si identificano gli elettori più fedeli al presidente) su dieci approvano l’intervento, mentre tra i Repubblicani nel loro complesso il sostegno si colloca su livelli leggermente inferiori ma comunque elevati. Un sondaggio della CNN rileva che il 77% degli elettori Repubblicani sostenga l’azione militare, contro il 32% degli Indipendenti e appena il 18% dei Democratici.
Questo dato, tendenzialmente, è in controtendenza rispetto al passato, in cui l’ala conservatore è sempre stata più isolazionista e contraria ad inserirsi negli affari di altri paesi. Quali sono, dunque, le ragioni di questo consenso? L’aspetto principale, ovviamente, è la fiducia e l’ammirazione nei confronti del presidente. Diversi sondaggi indicano che una quota significativa degli elettori trumpiani sostiene l’intervento soprattutto perché ritiene che Trump sia in grado di controllarne l’escalation e di impedirne una deriva in una nuova guerra senza fine.
Pesa poi la percezione della minaccia iraniana: molti elettori conservatori interpretano l’operazione come un’azione preventiva volta a impedire a Teheran di sviluppare capacità nucleari o di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente, non come una missione di nation-building simile a quelle che hanno caratterizzato la fase successiva all’11 settembre. Questa interpretazione rende l’intervento compatibile con la diffidenza, diffusa tra i Repubblicani, verso i conflitti lunghi e costosi.
Il vero elemento discriminante sembra essere la natura e la durata del conflitto. Secondo la BBC, il consenso Repubblicano diminuisce sensibilmente quando si prende in considerazione l’ipotesi di un impiego di truppe terrestri: pur sostenendo gli attacchi, oltre la metà degli elettori del partito si opporrebbe a un intervento con boots on the ground, ovvero con soldati sul terreno. Inoltre, i costi economici potrebbero incidere in modo significativo, visto che un aumento dei prezzi dell’energia o della spesa pubblica per la guerra rischierebbe di erodere il sostegno, soprattutto tra gli elettori meno ideologizzati.
Le voci contrarie e le divergenze interne
Anche nel mondo conservatore, tuttavia, non sono mancate prese di posizione critiche. Tra le prime a rompere con la linea della Casa Bianca è stata Marjorie Taylor Greene (dimessa da poco dal Congresso), in passato tra le sostenitrici più fedeli di Trump, che ha accusato l’amministrazione di aver tradito la promessa elettorale di porre fine alle guerre all’estero. In un lungo messaggio pubblicato sui social, Greene ha ricordato come la campagna repubblicana fosse stata costruita sullo slogan “No More Foreign Wars” e ha definito l’intervento una scelta incoerente con la dottrina America First. Pur riconoscendo la natura ostile del regime iraniano, anche altri esponenti conservatori hanno espresso scetticismo sull’efficacia di un cambio di regime, sottolineando come interventi simili in Medio Oriente abbiano spesso prodotto instabilità piuttosto che risultati duraturi.
Il dissenso si è manifestato anche nell’ecosistema mediatico della destra americana. Il commentatore Tucker Carlson ha definito gli attacchi contro l’Iran “disgustosi e malvagi”, mentre altre figure legate all’area trumpiana hanno ricordato che Trump e il suo vicepresidente avevano condotto la campagna su una piattaforma esplicitamente pacifista in politica estera. Messaggi di frustrazione e delusione sono emersi anche tra elettori e attivisti conservatori, segnalando un malcontento diffuso soprattutto tra chi aveva sostenuto il presidente proprio in virtù della sua opposizione alle cosiddette “forever wars”.
Le tensioni non si limitano però alla sfera mediatica. Il direttore del National Counterterrorism Center Joe Kent, si è dimesso criticando apertamente la decisione di intervenire contro Teheran, definendo i conflitti mediorientali una “trappola” strategica e sostenendo che l’Iran non rappresentasse una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Le sue dimissioni hanno portato alla luce divisioni anche ai livelli più alti dell’amministrazione e del movimento conservatore.
Nonostante queste fratture, tuttavia, il dissenso non si è tradotto finora in una mobilitazione capace di erodere significativamente il sostegno della base repubblicana. Le critiche esistono e attraversano diversi segmenti del mondo conservatore, dall’ala populista ai commentatori mediatici fino ad alcuni funzionari, ma rimangono minoritarie rispetto al consenso complessivo che il presidente continua a mantenere tra i suoi elettori.
La questione sta creando più di un grattacapo anche al vicepresidente JD Vance, che ha costruito gran parte della propria identità politica sulla critica alle “guerre senza fine” ma oggi si trova a difendere un intervento che in passato aveva esplicitamente sconsigliato. Pur mantenendo pubblicamente una linea di piena lealtà al presidente, Vance è consapevole che un conflitto prolungato — soprattutto con vittime americane o costi economici elevati — potrebbe rivelarsi politicamente devastante per il Partito Repubblicano e compromettere le sue ambizioni presidenziali per il 2028.
Le altre notizie della settimana
.● È morto a 81 anni l’ex direttore dell’FBI e procuratore speciale del Russiagate, Robert Mueller, figura centrale nelle indagini sull’interferenza russa nelle elezioni del 2016. La sua inchiesta portò a decine di incriminazioni ma non stabilì un coordinamento tra la campagna Trump e Mosca. Il presidente ha reagito con parole durissime, dichiarando su Truth Social di essere “contento” della sua morte.
● Secondo indiscrezioni, il presidente starebbe ridimensionando la strategia di deportazioni su larga scala, ritenuta politicamente costosa in vista delle elezioni di metà mandato. Il nuovo orientamento punterebbe a concentrarsi sui “criminali” e a ridurre le operazioni ad alta visibilità nelle grandi città, anche alla luce di sondaggi che indicano un calo del consenso su questo tema.
● Un tribunale federale ha ordinato la ripresa delle trasmissioni di Voice of America e il reintegro di oltre mille dipendenti sospesi, giudicando illegale lo smantellamento dell’emittente internazionale deciso dall’amministrazione Trump. La sentenza impone anche la presentazione di un piano per ripristinare le attività globali dell’agenzia.
● La vicegovernatrice dell’Illinois Juliana Stratton ha vinto le primarie democratiche per il seggio al Senato lasciato vacante (per approfondire rimandiamo a un articolo uscito in settimana), diventando la favorita in uno Stato saldamente democratico. La campagna è stata una delle più costose del ciclo elettorale: gruppi esterni, in particolare legati alla lobby pro-Israele e all’industria delle criptovalute, hanno investito oltre 40 milioni di dollari nel tentativo di influenzare l’esito.
● Un giudice federale ha bloccato le modifiche al calendario vaccinale promosse dal segretario alla Sanità Robert F. Kennedy Jr., che prevedevano una riduzione delle vaccinazioni pediatriche raccomandate. Il tribunale ha ritenuto che le decisioni fossero state prese ignorando le procedure scientifiche consolidate e ha ripristinato di fatto l’impianto precedente.


