Martedì 3 novembre gli Stati Uniti tornano alle urne per le midterm, le elezioni di metà mandato, chiamate così perché cadono appunto a metà dei quattro anni di presidenza, in questo caso quella di Donald Trump. Il presidente non è sulla scheda, eppure è inevitabilmente il protagonista politico di questo voto, visto che la campagna elettorale si è trasformata in un referendum sul suo operato. Dal risultato dipenderà inoltre il margine di manovra di cui disporrà negli ultimi due anni del mandato, perché avere almeno un ramo del Congresso in mano ai Democratici limiterebbe molto le sue possibilità d’azione.
Per che cosa si vota
Il 3 novembre gli elettori americani rinnoveranno l’intera Camera dei Rappresentanti e circa un terzo del Senato, le due camere che insieme formano il Congresso, il parlamento degli Stati Uniti. Dagli esiti del voto dipenderà la possibilità del presidente di portare avanti gran parte della propria agenda, dal momento che ogni provvedimento, per diventare legge, deve essere approvato nello stesso testo da entrambe le camere e passare poi alla Casa Bianca. Il presidente può firmarlo oppure porre il veto, ma anche in questo caso l’ultima parola può tornare al Congresso, che ha la possibilità di superarlo con una maggioranza dei due terzi in ciascuna camera.
Senza il controllo di questi due rami, perciò, il potere di Trump sarebbe molto più limitato. Certo, per attuare il proprio programma, il presidente dispone anche degli executive order, gli ordini esecutivi con cui indirizza l’attività dell’amministrazione federale, ma questi non possono sostituire l’approvazione di nuove leggi. Gli ordini devono infatti rispettare la Costituzione e la legislazione vigente, possono essere bloccati dai tribunali e non consentono di autorizzare autonomamente nuove spese.
Proprio sul denaro pubblico si gioca una parte fondamentale del rapporto tra la Casa Bianca e il Congresso, al quale spetta approvare le leggi che finanziano le attività federali. Per garantire il funzionamento dell’amministrazione serve quindi un’intesa tra il presidente e le due camere, in assenza della quale, alla scadenza dei finanziamenti e senza un accordo provvisorio che li prolunghi, una parte delle attività viene sospesa. È il cosiddetto shutdown, una delle conseguenze più concrete dello scontro politico a Washington.
Oltre a intervenire sulle leggi e sulla spesa, il Congresso può chiedere conto all’amministrazione delle sue decisioni attraverso le indagini delle commissioni parlamentari, che hanno il potere di imporre la consegna di documenti o la comparizione di testimoni, anche se queste richieste possono sfociare in contenziosi giudiziari. Il controllo può arrivare fino alla messa sotto accusa del presidente da parte della Camera, attraverso la procedura di impeachment. Spetta poi al Senato giudicarlo ed eventualmente rimuoverlo con il voto dei due terzi dei senatori presenti, una soglia mai raggiunta nei processi contro un presidente americano. Il ruolo del Senato si estende infine alla scelta delle persone chiamate a ricoprire incarichi di primo piano nell’amministrazione e nella magistratura, perché numerose nomine presidenziali, dai ministri agli ambasciatori fino ai giudici federali e della Corte Suprema, devono ricevere la sua conferma.
È alla luce di questi poteri che il risultato del 3 novembre assume un peso decisivo per il resto del mandato di Trump. Oggi i Repubblicani controllano entrambe le camere e il presidente può contare su una maggioranza che ha sostenuto gran parte della sua agenda. Se i Democratici conquistassero la Camera, invece, potrebbero bloccare le proposte legislative della Casa Bianca e utilizzare le commissioni per aprire inchieste sull’amministrazione, costringendo inoltre il presidente a negoziare sui finanziamenti federali. La conquista anche del Senato consentirebbe loro di intervenire sulle nomine, fino a respingere quella di un eventuale nuovo giudice della Corte Suprema.
Perché la Camera è importante
Delle due camere del Congresso, la Camera dei Rappresentanti è quella che riflette più direttamente il clima politico nazionale. I suoi 435 deputati, ciascuno eletto in un collegio, restano in carica appena due anni e vengono rinnovati tutti insieme. A ogni elezione, quindi, l’intera assemblea è esposta agli orientamenti dell’elettorato.
Negli ultimi decenni, inoltre, il voto per la Camera si è progressivamente nazionalizzato. Sempre più elettori scelgono il partito prima ancora del candidato, e una sfida in un collegio dell’Ohio o della Pennsylvania finisce per dipendere dal giudizio sul presidente e sulla politica di Washington tanto quanto dalle questioni locali. La Camera funziona così come una sorta di termometro nazionale, anche se la distribuzione dei voti nei collegi può alterare il rapporto tra consenso e seggi. Per la maggioranza servono 218 seggi, e quella repubblicana è talmente stretta che ai Democratici basterebbe un guadagno netto di tre seggi per ribaltarla.
Perché le midterm penalizzano chi governa
A favorire l’opposizione c’è una delle regolarità più consolidate della politica americana: alle midterm, il partito che occupa la Casa Bianca perde quasi sempre seggi alla Camera. Nelle venti elezioni di metà mandato tenute dal 1946 al 2022 è successo diciotto volte, con una perdita media nell’ordine dei venticinque seggi. Le due eccezioni maturarono in circostanze particolari. Nel 1998 Bill Clinton godeva di un’elevata popolarità e i Repubblicani pagarono anche la battaglia per il suo impeachment, giudicata eccessiva da una parte degli elettori. Nel 2002 George W. Bush beneficiò del consenso seguito agli attentati dell’11 settembre. In entrambi i casi, comunque, il partito del presidente guadagnò soltanto una manciata di seggi.
In altre occasioni la sconfitta ha assunto le dimensioni di un’ondata, quella che gli americani chiamano wave. Nel 1994 i Democratici di Clinton persero oltre cinquanta seggi, mentre nel 2010 quelli di Barack Obama ne persero 63, il record del dopoguerra. Nel 2018, alle midterm del primo mandato di Trump, furono invece i Repubblicani a cedere la maggioranza. La popolarità del presidente è uno degli indicatori più importanti per capire quanto possa essere pesante la sconfitta. Un’analisi pubblicata da Gallup nel 2018 rilevava una perdita media di 37 seggi quando il gradimento era inferiore al 50 per cento, contro 14 quando superava quella soglia.
Quest’anno i principali indicatori descrivono un contesto sfavorevole ai Repubblicani. Trump arriva al voto con il gradimento più basso del suo secondo mandato, approvato da circa un americano su tre. Anche i sondaggi sulle intenzioni di voto per il Congresso mostrano un vantaggio democratico. Nel cosiddetto generic ballot, che chiede agli elettori se intendano sostenere il candidato democratico o quello repubblicano del proprio collegio, l’opposizione è avanti di otto o nove punti nelle principali medie.
Alcuni segnali arrivano inoltre da territori nei quali Trump aveva vinto nettamente appena due anni fa. Nel quindicesimo distretto del Texas, che comprende parte della valle del Rio Grande, il presidente si era imposto di quasi diciotto punti. Un sondaggio recente vede invece il democratico Bobby Pulido in vantaggio sulla deputata repubblicana Monica De La Cruz. Nel primo distretto del Minnesota, vinto da Trump di dodici punti, un rilevamento di SurveyUSA assegna un lieve vantaggio al democratico Jake Johnson sul repubblicano uscente Brad Finstad. Nel ventunesimo distretto di New York, a lungo rappresentato da Elise Stefanik e vinto dal presidente con oltre venti punti di scarto, la corsa è diventata competitiva.
Sono rilevamenti locali, da leggere tenendo conto dell’incertezza dei sondaggi e delle caratteristiche dei candidati, ma testimoniano comunque le difficoltà dei Repubblicani. Secondo il Cook Political Report, almeno diciotto collegi vinti da Trump con un margine a doppia cifra risultano oggi contendibili. Un segnale, del resto, era già arrivato dalle elezioni suppletive che si sono tenute nel corso dell’ultimo anno per sostituire politici che per vari motivi hanno lasciato il loro incarico. A gennaio il democratico Taylor Rehmet ha conquistato un seggio del Senato statale del Texas nella contea di Tarrant, nell’area di Fort Worth, in un distretto che Trump aveva vinto di diciassette punti. Si tratta sicuramente di una consultazione locale con un’affluenza ridotta, che non anticipa necessariamente l’esito delle midterm, ma può aiutare comunque a cogliere il diverso grado di mobilitazione dei due elettorati e le difficoltà che potrebbe incontrare il Partito Repubblicano.
Quanto contano le mappe elettorali
Sulla corsa per la Camera pesa infine il modo in cui vengono disegnati i collegi. Ogni dieci anni, dopo il censimento, i confini vengono ridefiniti per adeguarli ai cambiamenti della popolazione. In molti Stati il compito spetta ai parlamenti statali, e la maggioranza può tracciare le mappe in modo da favorire il proprio partito. Questa manipolazione dei confini a fini elettorali prende il nome di gerrymandering.
Nell’ultimo anno e mezzo la contesa si è estesa anche alle revisioni di metà decennio. Nell’estate del 2025 Trump ha chiesto ai Repubblicani del Texas di ridisegnare le mappe per conquistare fino a cinque seggi aggiuntivi. La California ha risposto con un referendum che ha consentito ai Democratici di intervenire a loro volta sui collegi, e il confronto si è allargato ad altri Stati, dalla North Carolina all’Ohio fino alla Florida.
Il bilancio complessivo resta favorevole ai Repubblicani, ma il vantaggio dipenderà anche dall’andamento del voto. Le nuove mappe sono state costruite in larga parte sulla base dei risultati del 2024, quando il clima politico era molto più favorevole a Trump. Per creare più collegi conquistabili, un partito può distribuire i propri elettori tra diversi distretti, riducendo però il margine di sicurezza in ciascuno. Se il consenso cala più del previsto, alcuni seggi possono quindi tornare in bilico. Secondo il nostro modello, in presenza di un’ondata democratica il vantaggio netto delle nuove mappe per i Repubblicani potrebbe ridursi a un paio di seggi.
Le sfide per il Senato
Al Senato, invece, la partita è più aperta, e per capire perché bisogna partire da come funziona. Ogni Stato elegge due senatori, che restano in carica sei anni, e le elezioni sono scaglionate: ogni due anni si vota soltanto per circa un terzo dei cento seggi. Di volta in volta, quindi, cambiano gli Stati chiamati al voto, e questo pesa molto sull’esito. Quest’anno, dei 35 seggi in palio, 23 si trovano in Stati vinti da Trump nel 2024: un terreno che in partenza favorisce nettamente i Repubblicani.
Anche i numeri attuali giocano a loro favore. Oggi il partito di Trump ha 53 senatori contro i 47 dei Democratici, che per ottenere la maggioranza devono strappare agli avversari almeno quattro seggi senza perderne di propri: con un pareggio a 50, infatti, il voto decisivo spetterebbe al vicepresidente JD Vance. E poiché i seggi repubblicani in palio si trovano quasi tutti in Stati conservatori, l’unico modo per riuscirci è vincere dove di solito si perde. Per questo, fino a pochi mesi fa, molti osservatori davano per scontata la conferma della maggioranza repubblicana.
Il calo di popolarità di Trump ha però cambiato il quadro. In diversi Stati considerati sicuri per i Repubblicani, dal Texas al Kansas, i sondaggi descrivono oggi sfide aperte, e i Democratici arrivano al voto con possibilità concrete di conquistare la maggioranza. Il margine, però, resta molto più sottile che alla Camera. Diverse corse si decidono su pochi punti, e basterebbe un errore dei sondaggi a favore dei Repubblicani per ribaltare il risultato. Di seguito un breve quadro delle sfide più importanti: le abbiamo approfondite nel dettaglio in Midterm, il podcast di Focus America con cui ci siamo avvicinati alle elezioni. Trovate il link di ogni puntata accanto allo Stato.
Maine
Il Maine è probabilmente la sfida più importante, e anche la più particolare. Susan Collins siede al Senato dal 1997 ed è l’unica repubblicana a rappresentare uno Stato vinto da Kamala Harris nel 2024: negli anni ha costruito un profilo da moderata, capace di smarcarsi dal proprio partito su alcuni voti chiave. Quest’anno i Democratici avevano puntato su Graham Platner, ex marine e allevatore di ostriche diventato il volto dell’ala progressista, ma a luglio la sua candidatura è crollata dopo un’accusa di violenza sessuale, che lui ha respinto. Al suo posto è subentrato Troy Jackson, boscaiolo del nord dello Stato ed ex presidente del Senato statale. Gli ultimi sondaggi lo danno in parità o in leggero vantaggio, ma la prudenza è d’obbligo, perché Collins ha spesso ribaltato i pronostici: nel 2020, per esempio, vinse con ampio margine nonostante i sondaggi la dessero in svantaggio. Ascolta qui la puntata del podcast sul Maine.
Texas
In Texas i Democratici inseguono un risultato che manca da oltre trent’anni: non vincono un’elezione statale dal 1994. A rendere la corsa competitiva è anzitutto il candidato repubblicano. Il procuratore generale Ken Paxton, molto vicino a Trump, ha sconfitto alle primarie il senatore uscente John Cornyn, ma si porta dietro una lunga serie di guai giudiziari e scandali, tra cui un impeachment approvato nel 2023 dal parlamento statale e concluso con un’assoluzione. Il democratico James Talarico, deputato statale, ex insegnante e seminarista presbiteriano che si prepara a diventare pastore, ha impostato la campagna sulla fede e sul costo della vita, nel tentativo di riconquistare i moderati e gli elettori ispanici che negli ultimi anni si erano spostati verso Trump. Nei sondaggi dell’autunno è quasi sempre avanti, ma di pochi punti, e il Texas resta uno Stato in cui i Democratici hanno spesso deluso le aspettative della vigilia. Ascolta qui la puntata del podcast sul Texas.
Ohio
L’Ohio è stato per decenni lo Stato in bilico per eccellenza, ma negli ultimi anni si è spostato nettamente a destra, e nel 2024 Trump lo ha vinto con oltre dieci punti di scarto. Nello stesso anno il democratico Sherrod Brown, senatore dal 2007 e molto popolare tra i lavoratori dell’industria, perse il seggio contro il repubblicano Bernie Moreno. Ora ci riprova nell’elezione suppletiva per il seggio lasciato libero da JD Vance, contro Jon Husted, ex vicegovernatore nominato al Senato all’inizio del 2025. Brown è avanti in quasi tutti i sondaggi di ottobre. Ascolta qui la puntata del podcast sull’Ohio, l’Alaska e l’Iowa.
North Carolina
In North Carolina il seggio è rimasto libero dopo il ritiro di Thom Tillis, il senatore repubblicano che nel 2025 aveva rotto con Trump votando contro la sua grande legge di bilancio. È uno degli Stati più equilibrati del Paese, vinto da Trump di pochi punti, e i Democratici hanno schierato il candidato più forte a loro disposizione: Roy Cooper, governatore per due mandati e abituato a vincere elezioni statali anche negli anni più difficili per il suo partito. Il repubblicano Michael Whatley, ex presidente del Comitato nazionale repubblicano, è stato scelto direttamente da Trump. I sondaggi danno Cooper avanti, e per gli analisti questa è la conquista più probabile per i Democratici. Abbiamo parlato di questo stato nella puntata del podcast dedicata a Kansas e Nebraska.
Alaska
L’Alaska ha una lunga tradizione di voto indipendente, poco incline a seguire le indicazioni di partito. La democratica Mary Peltola, prima nativa dell’Alaska eletta al Congresso, nel 2022 conquistò l’unico seggio dello Stato alla Camera battendo Sarah Palin, per poi perderlo di misura due anni dopo. Ora sfida il senatore repubblicano Dan Sullivan, in carica dal 2015 e in corsa per il terzo mandato. Alle primarie aperte di agosto Peltola è arrivata prima con quasi la metà dei voti, e i sondaggi di ottobre la danno in vantaggio. Sulla scheda, peraltro, compare anche un secondo Dan Sullivan, un omonimo repubblicano che il partito teme possa confondere una parte degli elettori.
Iowa
Le sorprese più grandi arrivano dal cuore agricolo del Paese. In Iowa, uno Stato che Trump ha vinto con oltre dieci punti di margine, il seggio è rimasto libero dopo la rinuncia della repubblicana Joni Ernst. A contenderselo sono Ashley Hinson, deputata ed ex giornalista televisiva sostenuta da Trump, e il democratico Josh Turek, deputato statale e due volte medaglia d’oro paralimpica nel basket in carrozzina. È fra le sfide più incerte di questa tornata, con i sondaggi che si alternano nel dare avanti l’uno o l’altra. Il clima favorevole ai Democratici si vede anche nella sfida per il governatore, dove il democratico Rob Sand è nettamente in vantaggio.
Kansas
In Kansas un democratico non viene eletto al Senato dal 1932. A sfidare il repubblicano uscente Roger Marshall è Adam Hamilton, pastore della più grande chiesa metodista degli Stati Uniti, che inizialmente aveva pensato di candidarsi come indipendente e oggi si presenta come un democratico dallo spirito indipendente. È un profilo pensato per uno Stato conservatore, ma meno monolitico di quanto sembri: negli ultimi anni il Kansas ha eletto due volte una governatrice democratica, Laura Kelly, e nel 2022 ha respinto con un referendum una modifica costituzionale che avrebbe aperto la strada al divieto di aborto. Diversi sondaggi recenti danno Hamilton avanti, tanto che Trump ha deciso di tornare nello Stato nell’ultimo fine settimana di campagna. Ascolta qui la puntata del podcast sul Kansas e sul Nebraska.
Nebraska
Il Nebraska è il caso più insolito. Qui i Democratici hanno rinunciato a presentare un proprio candidato per sostenere l’indipendente Dan Osborn, meccanico industriale diventato noto nel 2021 come leader dello sciopero dei lavoratori della Kellogg’s a Omaha. Già nel 2024 Osborn aveva sfidato la senatrice repubblicana Deb Fischer, perdendo con un margine molto più contenuto di quello con cui Trump vinceva lo Stato. Quest’anno affronta Pete Ricketts, ex governatore ed esponente di una delle famiglie più ricche del Nebraska, e si presenta come un candidato estraneo a entrambi i partiti. L’ultimo sondaggio del New York Times e del Siena College vede Ricketts avanti di sei punti, ma la sfida resta aperta.
Michigan e Georgia
I Democratici, infine, devono difendere due seggi in Stati che Trump ha vinto nel 2024. In Michigan il senatore Gary Peters non si è ricandidato, e alle primarie ha vinto di misura Abdul El-Sayed, medico ed ex dirigente della sanità pubblica sostenuto da Bernie Sanders, contro la candidata più vicina ai vertici del partito, Haley Stevens. Lo sfidante repubblicano è Mike Rogers, ex deputato ed ex agente dell’FBI che nel 2024 aveva perso per pochissimi voti contro Elissa Slotkin; gli ultimi sondaggi vedono El-Sayed in vantaggio. In Georgia, invece, il senatore democratico Jon Ossoff, eletto nel 2021, parte nettamente favorito contro il deputato repubblicano Mike Collins.
Il controllo del Senato, insomma, si deciderà in una manciata di Stati e con ogni probabilità su margini molto stretti. Per arrivare alla maggioranza ai Democratici servono quattro di queste sfide, senza perdere Michigan e Georgia, e le strade possibili sono diverse: la più lineare passa per North Carolina, Ohio, Alaska e Maine, mentre Texas, Iowa e Kansas possono compensare un’eventuale sconfitta altrove. E poiché gli equilibri sono così sottili, non è escluso che per conoscere la nuova maggioranza servano alcuni giorni, il tempo di contare tutti i voti per posta e, in Maine e in Alaska, di calcolare le seconde preferenze. Ascolta qui la puntata del podcast sul Michigan. Della Georgia abbiamo parlato nella puntata su Kansas e Nebraska.
Cosa dice il nostro modello
Secondo il modello di Focus America, aggiornato al 31 ottobre, i Democratici hanno 98 possibilità su 100 di conquistare la maggioranza alla Camera e 77 su 100 di prendere anche il Senato. Nello scenario centrale avrebbero 244 seggi alla Camera, dove ne servono 218, e 53 al Senato, dove ne servono 51.
Il modello mette insieme i sondaggi nazionali, quelli delle singole sfide e i fondamentali, cioè i risultati delle elezioni precedenti in ogni Stato e collegio, e simula il voto 50.000 volte. Il dato nazionale da cui parte è il generic ballot, di cui abbiamo parlato sopra: nella nostra media i Democratici sono al 50,8 per cento e i Repubblicani al 42,4, un vantaggio di circa 8 punti.
Alla Camera 228 seggi sono almeno leggermente favorevoli ai Democratici, 175 ai Repubblicani e 32 sono in bilico. I Democratici superano quindi la soglia della maggioranza anche senza vincere nessuna delle sfide più incerte. In 90 simulazioni su 100 il loro numero di seggi è compreso fra 224 e 265. In 76 casi su 100 i Democratici vincono sia la Camera sia il Senato, in 22 vincono solo la Camera e in 2 i Repubblicani tengono tutti e due i rami del Congresso.
Al Senato 49 seggi pendono verso i Democratici, 44 verso i Repubblicani e 7 sono in bilico. Fra le sfide decisive i Democratici sono favoriti in North Carolina (96 possibilità su 100), New Hampshire (95), Minnesota (92), Michigan (85) e Ohio (81). Nelle sette in bilico sono avanti in Texas (73 su 100), Alaska (69), Maine (62), Iowa (55) e Kansas (54), mentre sono indietro in South Carolina (28). In Nebraska l’indipendente Dan Osborn, che non è un democratico ma potrebbe togliere il seggio ai Repubblicani, ha 26 possibilità su 100. Iowa e Kansas sono le gare più incerte di tutte, con un margine stimato di mezzo punto. Fuori da questo gruppo i Repubblicani sono favoriti in Florida, Louisiana e Mississippi, dove i Democratici hanno fra 7 e 12 possibilità su 100. In 90 simulazioni su 100 i Democratici finiscono fra 48 e 57 seggi.
Queste probabilità tengono già conto del fatto che i sondaggi possono sbagliare e che quando sbagliano tendono a farlo nella stessa direzione in tutto il Paese. Se tutti i margini si spostassero di 3 o 4 punti verso i Repubblicani, come nel 2020, i Democratici perderebbero Texas, Alaska, Maine, Iowa e Kansas e si fermerebbero a 48 o 49 seggi, lasciando il Senato ai Repubblicani. Con un errore di 2 punti arriverebbero invece a 51, la maggioranza più stretta possibile. Alla Camera anche un errore di 4 punti lascerebbe ai Democratici circa 224 seggi. Per riportarli sotto la soglia servirebbe uno spostamento di 6 punti. Nella direzione opposta, con un errore di 3 punti a favore dei Democratici come quello del 2012, vincerebbero anche in South Carolina e arriverebbero a 55 senatori, con Osborn eletto in Nebraska, e a circa 260 deputati.
Come sta andando il voto anticipato
In quasi tutti gli Stati americani si può votare prima del giorno delle elezioni, di persona in seggi aperti per alcune settimane oppure per posta. Al 31 ottobre, secondo i dati degli uffici elettorali statali e dell’Election Lab dell’Università della Florida che raccogliamo ogni giorno, hanno già votato 52,2 milioni di americani. A tre giorni dal voto sono già più dei 45,8 milioni che avevano votato in anticipo in tutta la campagna delle midterm del 2022. Alle presidenziali del 2024 erano stati quasi 86 milioni.
La crescita è concentrata negli Stati del Sud e in quelli dove si vota soprattutto di persona. In Texas le schede sono già 7,4 milioni, contro i 5,5 milioni di tutto il voto anticipato del 2022. Il North Carolina è a 2,6 milioni contro 2,2, la Georgia a 2,8 contro 2,5, il Michigan a 2 milioni contro 1,5 e la Virginia ha già superato del 60 per cento il totale di quattro anni fa. Negli Stati dove si vota soprattutto per posta, come Pennsylvania, Arizona, Florida e Colorado, i numeri sono invece vicini o sotto quelli del 2022.
Dentro gli Stati si vota di più nelle città e nelle loro periferie che nelle campagne. Nell’analisi che abbiamo fatto contea per contea su 15 Stati, le contee rurali erano il 12 per cento sotto il livello che avrebbero raggiunto crescendo come il resto del loro Stato, mentre le grandi città e le periferie erano un paio di punti sopra. Nelle contee che Donald Trump aveva vinto con più di 60 punti di distacco nel 2024 il voto anticipato era il 12 per cento sotto le attese. In Texas, guardando le singole sezioni elettorali, il voto ha tenuto di più dove aveva vinto Kamala Harris e dove vivono più ispanici. Nelle sezioni a larga maggioranza ispanica si è quasi agli stessi livelli delle presidenziali del 2024, mentre in quelle dove Trump aveva vinto con oltre 30 punti di scarto ci si ferma al 72 per cento.
Negli Stati che registrano il partito degli elettori, la composizione di chi ha già votato è più favorevole ai Democratici rispetto al 2022 e soprattutto rispetto al 2024. In North Carolina gli elettori registrati come democratici sono avanti di 13 punti, contro i 6 dello stesso momento del 2022 e un piccolo vantaggio repubblicano nel 2024. Una settimana fa il distacco era di 19 punti e si è ridotto perché negli ultimi giorni votano di più i Repubblicani, come era successo nel 2022. In Florida i Repubblicani sono avanti di meno di 2 punti, contro i 6,5 del 2022, in Kansas sono quasi pari, dopo il vantaggio di circa 10 punti del 2022, in Nevada i Democratici sono avanti di 5 punti dopo il pareggio del 2022. In Arizona la composizione è vicina a quella di quattro anni fa. In Pennsylvania il vantaggio democratico è più basso del 2022 ma molto più alto del 2024, segno che i Repubblicani usano più di prima il voto per posta.
Questi numeri vanno presi con cautela. Il partito è quello con cui l’elettore è iscritto alle liste, non quello che ha votato. I Democratici votano in anticipo più dei Repubblicani, che di solito recuperano il giorno delle elezioni. Il voto anticipato dice soprattutto chi è più motivato ad andare a votare. Per ora la motivazione sembra più alta nelle zone democratiche.
La notte, ora per ora
Fra l’Italia e la costa est degli Stati Uniti ci sono sei ore, quindi quando a New York sono le 18 da noi è mezzanotte. Gli orari che seguono sono italiani e indicano quando chiudono tutti i seggi di uno Stato, non quando arrivano i risultati, come abbiamo spiegato nell’articolo sugli orari di chiusura. Le percentuali di voto scrutinato si riferiscono alle 5 del mattino italiane del 2024 e servono a capire quali Stati contano in fretta e quali no.
Mezzanotte. Chiudono Indiana e Kentucky, tranne le contee occidentali. Arrivano i primi risultati della notte, con due sfide per la Camera. Nel 6° collegio del Kentucky il nostro modello dà ai Democratici 70 possibilità su 100 e nel 5° dell’Indiana i due candidati sono perfettamente in parità. Una vittoria democratica in entrambi indicherebbe una serata molto buona per il partito, ma sono seggi di cui i Democratici non hanno bisogno per la maggioranza.
L’una (le 19 a New York). Chiudono Florida, Georgia, South Carolina, Virginia e Vermont. La Florida è lo Stato più veloce del Paese e mezz’ora dopo la chiusura ha già pubblicato circa due terzi dei voti. Ha anche diverse sfide per la Camera, fra cui il 7°, il 13° e il 27° collegio, quest’ultimo il seggio di María Elvira Salazar a Miami: in tutti e tre i Democratici hanno fra 34 e 38 possibilità su 100, e vincerli sarebbe il segnale di un’ondata. Anche la Georgia conta in fretta, il South Carolina un po’ meno: nel 2024, alle 3 italiane, il South Carolina aveva scrutinato metà dei voti, la Georgia due terzi e la Florida quasi tutti. In South Carolina la sfida per il Senato dipende soprattutto da quanto voteranno gli elettori neri.
L’una e mezza. Chiudono North Carolina, Ohio e West Virginia. North Carolina e Ohio pubblicano entro un’ora il voto anticipato e per posta, che è più democratico, e solo dopo quello del giorno delle elezioni, che è più repubblicano: i primi numeri saranno quindi più favorevoli ai Democratici di quelli finali. Altri Stati, come il Michigan e la California, fanno l’opposto e contano per ultime le schede postali.
Le 2. È l’ondata più grande, con oltre venti Stati fra cui Texas, Pennsylvania, Michigan, Maine e Kansas. Texas e Kansas sono veloci e nel 2024, alle 5, avevano già scrutinato oltre l’80 per cento dei voti. La Pennsylvania sta in mezzo, con due terzi dei voti alla stessa ora. Il suo 1° collegio, dove il repubblicano Brian Fitzpatrick difende un seggio vinto da Harris, dirà quanto è forte l’ondata democratica. Michigan e Maine sono lenti, al 28 e al 18 per cento alle 5. In Michigan le schede postali di Detroit arrivano di solito a notte fonda, quindi un vantaggio repubblicano a metà nottata può sparire. In Maine si vota con il sistema a preferenza ordinata, in cui gli elettori mettono i candidati in ordine di preferenza: se nessuno ha la maggioranza assoluta delle schede, comprese quelle lasciate in bianco, si contano le seconde scelte e il risultato può richiedere giorni. Alle 2 chiudono anche Alabama e Mississippi, dove si vota quasi solo il giorno delle elezioni e lo spoglio è più lento.
Le 3. Chiudono fra gli altri New York, Arizona, Wisconsin, Minnesota, Iowa e Nebraska. L’Iowa è uno degli Stati più rapidi, con tre quarti dei voti alle 5 nel 2024, ed è anche la sfida per il Senato più incerta. Il Wisconsin è un Michigan più veloce, ma le schede postali di Milwaukee arrivano tardi: se non ci sono intoppi, verso le 7 del mattino. L’Arizona non pubblica nulla prima delle 4 e poi impiega giorni a finire lo spoglio. Minnesota e Nebraska sono lenti ma dovrebbero avere quasi tutto entro la mattina italiana.
Le 4 e le 5. Alle 4 chiudono Nevada, Montana, Utah e Idaho, alle 5 la costa del Pacifico. Il Nevada, come l’Arizona, conta lentamente. La California pubblica subito più di metà dei voti, quelli arrivati per posta prima del giorno delle elezioni, ma per il resto servono giorni, perché deve verificare le firme e aprire milioni di buste.
Le 6. Chiudono Hawaii e Alaska, dove si decide una delle sfide per il Senato. L’Alaska è lo Stato più lento di tutti. La notte delle elezioni arrivano circa due terzi dei voti, poi più nulla fino al 10 novembre, quando si contano le schede postali, e solo il 18 novembre si sa se serve il conteggio delle seconde scelte.
Se i sondaggi hanno ragione, chi segue i risultati capirà come è andata la Camera già fra le 3 e le 4 del mattino. Le proiezioni dei vincitori, a cominciare da quelle dell’Associated Press, l’agenzia che annuncia i vincitori per gran parte dei media americani, arriveranno più tardi, perché richiedono una certezza quasi assoluta e molti seggi dipendono dai voti della California. Per il Senato i tempi possono essere molto più lunghi: se i Democratici si fermano a 51 o 52 seggi e Alaska e Maine sono decisivi, il controllo potrebbe restare in sospeso per oltre una settimana. Focus America seguirà la notte in diretta dalle 23 di martedì 3 novembre fino almeno alle 8 del mattino di mercoledì.





