La parabola cinese di Donald Trump
Dietro la coreografia del vertice fra Trump e Xi, la questione di Taiwan è tornata al centro di tutto
Per quasi nove anni nessun presidente degli Stati Uniti aveva messo piede in Cina. L’ultimo era stato lo stesso Donald Trump, durante il primo mandato, nel novembre del 2017. Da allora, sulla scena internazionale, tutto è cambiato: una guerra commerciale fra le due principali economie del mondo, una pandemia globale, il ritiro americano dall’Afghanistan, l’invasione russa dell’Ucraina, la guerra a Gaza e infine il conflitto in Iran tuttora in corso. Anche per questo, la visita di Trump a Pechino, avvenuta questa settimana, era particolarmente attesa. Si trattava del primo vertice in territorio cinese del secondo mandato, dopo l’incontro fra i due leader avvenuto a margine del summit di Busan, in Corea del Sud, nell’ottobre del 2025, durante il quale Washington e Pechino avevano trovato un primo punto di equilibrio sulla tregua commerciale. Le aspettative erano alte, soprattutto in Cina: Xi Jinping ha accolto Trump con una cerimonia di benvenuto sfarzosa, un saluto di ventuno colpi di cannone in piazza Tiananmen, una cena di stato alla Grande Sala del Popolo e perfino l’inusuale invito a Zhongnanhai, il compound recintato in cui vive e lavora la leadership del Partito Comunista, dove di norma non vengono ammessi neppure i diplomatici stranieri.
Trump, dal canto suo, è arrivato a Pechino con la sua delegazione politica più importante, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario al Tesoro Scott Bessent, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, e con una rappresentanza di amministratori delegati delle principali aziende americane, fra cui Tim Cook di Apple, Elon Musk di Tesla, Jensen Huang di Nvidia e Kelly Ortberg di Boeing. Una scelta dal forte valore simbolico, che il presidente americano ha rivendicato pubblicamente, sostenendo di aver chiesto ai trenta più importanti imprenditori del Paese di accompagnarlo e che “ognuno di loro ha detto di sì”. Sui contenuti effettivi del vertice, però, le novità sono state assai meno spettacolari delle premesse. I due leader si sono incontrati per oltre due ore il primo giorno, hanno pranzato insieme il secondo e hanno discusso, secondo i comunicati ufficiali, di commercio, Taiwan, Iran, fentanyl e investimenti, senza arrivare però ad annunci concreti su nessuno dei dossier principali. Trump ha definito la visita “un grandissimo successo” e ha invitato Xi alla Casa Bianca per il prossimo 24 settembre, ma, come hanno sottolineato fin da subito molti analisti americani, il vero esito politico del vertice si è giocato soprattutto sul piano narrativo.
Per capire fino in fondo il significato di questo incontro è però utile fare un passo indietro, e ricostruire brevemente come si è arrivati al punto in cui siamo oggi. Le relazioni fra Stati Uniti e Cina, infatti, hanno una storia lunga, complessa e a tratti contraddittoria, che spiega perché alcuni dei nodi affrontati a Pechino in questi giorni, Taiwan in primis, siano ancora oggi così difficili da sciogliere.
La storia delle relazioni fra USA e Cina
Il rapporto fra Stati Uniti e Cina nacque all’insegna di una contrapposizione frontale che, per oltre vent’anni, non lasciò praticamente alcun margine al dialogo. Quando Mao Zedong proclamò la nascita della Repubblica Popolare il 1° ottobre 1949 e il governo nazionalista di Chiang Kai-shek si ritirò a Taiwan, Washington rifiutò di riconoscere il nuovo regime comunista. Poco dopo, il 19 ottobre del 1950, le forze cinesi attraversarono il fiume Yalu ed
entrarono nel conflitto di Corea, schierandosi a fianco di Pyongyang contro le truppe ONU guidate dagli americani: fu il primo, e fino ad oggi unico, scontro militare diretto su larga scala fra gli eserciti dei due paesi, e fu un episodio destinato a segnare in modo profondo le decadi successive. Non a caso, fra il 1949 e il 1971, USA e RPC non ebbero relazioni diplomatiche formali, gli americani imposero un durissimo embargo commerciale e la Casa Bianca lavorò attivamente per impedire alla Cina comunista di ottenere il seggio all’ONU, occupato da Taiwan. Le tensioni raggiunsero il culmine quando il paese asiatico accelerò il percorso per dotarsi a sua volta di un arsenale atomico, con un programma nucleare che portò al primo test cinese nel 1964.
La svolta nelle relazioni arrivò all’inizio degli anni Settanta, a partire dal calcolo strategico convergente di due figure improbabili. Da una parte la Cina, politicamente isolata e uscita traumatizzata dal conflitto di frontiera con l’Unione Sovietica del 1969, cerca un contrappeso alla minaccia di Mosca. Dall’altra Richard Nixon, fra i politici americani con la storia anticomunista più solida, che comprese come un riavvicinamento a Pechino potesse essere uno strumento decisivo per uscire dalla guerra in Vietnam e riequilibrare la competizione strategica con i sovietici. Nel febbraio del 1972 il presidente americano (anticipato dalla mediazione del Segretario di Stato Henri Kissinger) divenne così il primo capo della Casa Bianca a visitare la Cina comunista, e il Comunicato di Shanghai che chiuse l’incontro stabilì un principio destinato a definire per decenni la politica statunitense sull’isola: l’accettazione del fatto che esista “una sola Cina” e che Taipei ne faccia parte. La normalizzazione piena arrivò sette anni più tardi, il 1° gennaio del 1979, quando l’amministrazione di Jimmy Carter trasferì formalmente il riconoscimento diplomatico dalla Repubblica di Cina alla Repubblica Popolare. Era l’inizio di una fase del tutto inedita, fondata su una scommessa precisa da parte americana: l’idea che il progressivo inserimento di Pechino nell’economia globale ne avrebbe prodotto, nel lungo periodo, anche una trasformazione politica in senso più liberale.
Quella scommessa ha attraversato indenne tre decenni, sopravvivendo persino alla rottura traumatica del giugno 1989, quando i carri armati di Pechino entrarono in piazza Tiananmen per disperdere le proteste studentesche. Sebbene Washington sospese le vendite di armi e i contatti militari ad alto livello, una decisione che, a distanza di trentasei anni, non è mai stata formalmente revocata, la logica dell’engagement continua a guidare le scelte americane. Bill Clinton, che da candidato aveva attaccato duramente George H. W. Bush per aver privilegiato gli interessi commerciali sui diritti umani, impiegò meno di due anni da presidente a sganciare lo status commerciale della Cina dalla questione delle libertà fondamentali, visitando Pechino nel 1998 e arrivando a definire, in un intervento all’Università di Pechino, il XXI secolo come “il vostro secolo”. Nel 2001 il gigante asiatico entrò nell’Organizzazione Mondiale del Commercio: fu il punto di arrivo logico di quel paradigma. Gli attentati dell’11 settembre, intanto, ridisegnarono le priorità americane in politica estera, e per oltre un decennio la guerra al terrore spostò altrove l’attenzione della superpotenza. Fu in questi anni che Pechino compì il proprio balzo decisivo, crescendo a tassi che nessuno aveva previsto, costruendo isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale, diventando il principale detentore straniero di debito pubblico statunitense. Soltanto verso la fine del primo mandato di Barack Obama, con l’annuncio del “pivot to Asia” nel 2012, la Casa Bianca iniziò ad ammettere apertamente quello che molti analisti sostenevano da tempo: la promessa dell’integrazione pacifica non ha prodotto la trasformazione politica che si aspettava, e la Cina è ormai un attore abbastanza forte da ridisegnare gli equilibri regionali in modo autonomo.
Il primo mandato di Donald Trump (2017-2021) diede finalmente un nome politico a quella constatazione: la Cina fu formalmente definita un “competitor strategico”, non più un partner economico. Fu una rottura tanto retorica quanto operativa, perché i dazi che l’amministrazione introdusse a partire dal 2018 costituirono la prima guerra commerciale aperta fra le due economie più grandi del mondo, a cui si aggiunsero la pressione su Huawei, le chiusure incrociate dei consolati, le espulsioni reciproche di giornalisti e infine la frattura quasi totale generata dalla pandemia. Quando Joe Biden arrivò alla Casa Bianca nel 2021, in molti si aspettavano una correzione di rotta significativa: in realtà l’amministrazione democratica ha confermato gran parte delle scelte trumpiane, mantenendo le tariffe, inasprendo le restrizioni sull’esportazione di semiconduttori avanzati e costruendo nuove alleanze nell’Indo-Pacifico. Su nessun altro dossier, oggi, il consenso bipartisan è così solido come sulla necessità di contenere l’ascesa di Pechino.
Taiwan, nodo storico e problema geopolitico dell’incontro
Non si può davvero comprendere il rapporto fra Stati Uniti e Cina, né tantomeno le tensioni che caratterizzano anche il secondo mandato, senza partire dalla questione che ancora ne rappresenta il nodo più delicato: il futuro di Taiwan. L’isola, ufficialmente nota come Repubblica di Cina, ospita circa ventitré milioni di abitanti e dal 1996 elegge democraticamente il proprio presidente. Pechino la considera una provincia ribelle da riportare sotto la sovranità centrale “preferibilmente con mezzi pacifici, ma se necessario con la forza”, pur non avendola mai governata. Le radici della divisione, del resto, risalgono alla guerra civile cinese: nel 1949, dopo la vittoria di Mao sulla terraferma, Chiang Kai-shek si ritirò proprio a Taiwan, dove stabilì un governo in esilio mantenendo la pretesa sulla Cina continentale. Dopo una lunga fase caratterizzata dalla legge marziale e dal privilegio politico riservato a chi era arrivato dopo la guerra civile, dal 1996 l’isola è governata in modo democratico con l’alternanza al potere dei due principali partiti, il Kuomintang (KMT) e il Democratic Progressive Party (DPP).
La cornice diplomatica di riferimento risale a una inteda del 1992, sul cui contenuto però le parti non hanno mai davvero concordato. Per Pechino significa che “le due sponde appartengono a un’unica Cina” da riunificare; per il Kuomintang taiwanese significa invece “una sola Cina, ma con interpretazioni diverse”, dove la “Cina” in questione è la Repubblica di Cina con sede a Taipei. Il Partito Democratico Progressista, oggi al governo dell’isola con il presidente Lai Ching-te, rifiuta del tutto quel consenso, sostenendo che Taiwan sia già di fatto un paese sovrano. Anche la formula “un paese, due sistemi” proposta da Xi Jinping nel 2019, lo stesso modello applicato a Hong Kong, risulta oggi profondamente impopolare a Taipei, soprattutto dopo la stretta autoritaria imposta da Pechino sull’ex colonia britannica, che ha di fatto svuotato di significato la promessa di autonomia. Non a caso, sul piano internazionale, l’isola occupa una posizione paradossale: pur essendo membro di oltre quaranta organizzazioni multilaterali, fra cui l’Organizzazione Mondiale del Commercio, non fa parte delle Nazioni Unite, e soltanto undici stati al mondo mantengono rapporti diplomatici formali con Taipei.
La posizione americana, dal canto suo, si muove dal 1979 sul filo di un equilibrio delicatissimo, fondato sul principio della cosiddetta “ambiguità strategica”. Gli Stati Uniti continuano a vendere armamenti a Taiwan, mantengono rapporti commerciali e culturali attraverso l’American Institute in Taiwan, una organizzazione no profit che opera grazie a un contratto con il Dipartimento di Stato, e si riservano la possibilità di intervenire militarmente in caso di attacco cinese, senza però impegnarsi mai esplicitamente a farlo. È un equilibrio costruito a tavolino per scoraggiare Pechino senza spingere Taipei a una dichiarazione formale di indipendenza, e per oltre quarant’anni ha tenuto. Il problema, oggi, è che quell’equilibrio sta diventando sempre più difficile da mantenere. Negli ultimi dieci anni la Cina ha intensificato in modo significativo le tattiche di pressione, ricorrendo a quella che gli analisti americani chiamano “coercizione in zona grigia”: esercitazioni navali sempre più ravvicinate, attacchi informatici contro le agenzie governative di Taipei, ritorsioni economiche contro paesi terzi che osano stabilire relazioni con Taiwan. È una dinamica che ha fatto crescere le tensioni e, nel corso degli ultimi anni, anche l’attenzione americana alla vicenda, sia con l’amministrazione Biden sia durante il secondo mandato di Trump. La National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre del 2025 ha definito esplicitamente la deterrenza di un conflitto sullo Stretto come “una priorità”, da perseguire idealmente “preservando una superiorità militare schiacciante”.
Eppure, proprio quel documento ha contenuto un dettaglio lessicale che gli analisti più attenti hanno colto subito, e che racconta molto della direzione in cui si sta muovendo la politica trumpiana sull’isola. Mentre la versione firmata da Joe Biden nel 2022 affermava che gli Stati Uniti si “opponevano” ai cambi unilaterali dello status quo, quella del 2025 ha sostituito il verbo con un più tenue “non sosteniamo”. Come ha sottolineato lo studioso Ghulam Ali in una analisi pubblicata dal Global Taiwan Institute, “opporsi” implica una resistenza attiva e potenziali conseguenze, mentre “non sostenere” indica una forma di disapprovazione molto più passiva. Una sfumatura che, letta insieme alle altre mosse dell’amministrazione, va nella stessa direzione. Trump, del resto, è un presidente che parla di tutto, ma sulla domanda diretta, gli Stati Uniti interverrebbero militarmente in caso di invasione cinese?, ha mantenuto un silenzio sistematico, in netto contrasto con i suoi predecessori. Biden si era esposto in quattro diverse occasioni affermando che l’America sarebbe intervenuta; persino George W. Bush, interrogato sullo stesso punto, aveva risposto “sì, lo faremmo, e i cinesi devono capirlo”. Le risposte di Trump, invece, sono state di tutt’altro tenore: “non commento perché non voglio mai mettermi in quella posizione”, oppure “lo scoprirete se accade, e Xi conosce la risposta”. È un silenzio carico di significato, che Ali ha definito una vera e propria “ambiguità strategica composta”: una doppia ambiguità che lascia tanto Pechino quanto Taipei nell’incertezza sulle reali intenzioni americane.
Già in passato, del resto, il presidente americano aveva ripetutamente accusato Taiwan di aver “rubato” agli Stati Uniti l’industria dei semiconduttori, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent, parlando a Davos nel gennaio del 2026, ha descritto la concentrazione della produzione mondiale di chip avanzati sull’isola come “la più grande singola minaccia per l’economia globale”. L’isola produce infatti oltre il 90% dei chip più avanzati al mondo attraverso un’unica azienda, Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, fornitore principale di Apple, Nvidia e di gran parte dell’industria tecnologica e militare statunitense. Non a caso, a partire dall’aprile del 2025, Washington ha imposto su Taipei una serie di dazi che ha portato a un accordo commerciale concluso a gennaio del 2026: tariffe al 15% sui prodotti taiwanesi, in cambio di un impegno di Taipei a investire cinquecento miliardi di dollari nell’economia americana, di cui almeno duecentocinquanta direttamente da parte di TSMC e delle altre principali aziende tecnologiche dell’isola. Nel luglio del 2025 l’amministrazione Trump ha inoltre negato al presidente Lai una sosta di transito a New York durante un viaggio in America Latina, e nel dicembre dello stesso anno il Dipartimento di Stato ha annunciato il più grande pacchetto di vendite di armi a Taiwan mai approvato, per un valore di undici miliardi di dollari, salvo poi rinviare l’annuncio di un secondo pacchetto da quattordici miliardi per non disturbare la preparazione del vertice con Xi.
Tutto questo aiuta a leggere meglio quello che è successo davvero a Pechino in questi giorni, dove proprio Taiwan è stato, al di là delle aspettative, il vero dossier centrale dell’incontro. Xi Jinping ha aperto i colloqui consegnando a Trump un messaggio che non lasciava margini interpretativi: se la questione “viene gestita male”, ha detto secondo il resoconto ufficiale diramato dall’agenzia Xinhua, i due paesi rischiano di “scontrarsi o addirittura entrare in conflitto”, portando l’intera relazione bilaterale “in una situazione estremamente pericolosa”. Il leader cinese ha anche evocato la cosiddetta “trappola di Tucidide”, la teoria popolarizzata dal politologo Graham Allison secondo cui lo scontro fra una potenza dominante e una emergente sarebbe storicamente quasi inevitabile, chiedendo retoricamente se Stati Uniti e Cina potranno “evitare la trappola e costruire un nuovo paradigma per le relazioni fra grandi potenze”. Trump, durante i tre giorni di visita, non ha mai risposto pubblicamente sul punto: ha mantenuto il silenzio totale su Taiwan davanti alle telecamere, lasciando che fosse Marco Rubio a ribadire che “nulla è cambiato” nella posizione americana.
Il presidente americano, però, si è scatenato non appena è salito sull’Air Force One per il viaggio di ritorno. Parlando con i giornalisti al seguito, Trump ha rivelato di aver discusso con Xi delle vendite di armi a Taiwan “in grande dettaglio”, e di aver ascoltato le obiezioni del leader cinese sul pacchetto da quattordici miliardi che il Congresso aveva approvato a gennaio. “Cosa avrei dovuto fare”, ha detto, “dirgli che non voglio parlarne perché esiste un accordo del 1982? Gli anni Ottanta sono lontani, è tanto tempo fa”. Il riferimento è alle Six Assurances, il pacchetto di garanzie che Ronald Reagan trasmise a Taiwan nel 1982 e che includeva l’impegno americano a non consultare Pechino sulle vendite di armi all’isola. Come ha osservato Bonnie Glaser, direttrice del programma Indo-Pacifico del German Marshall Fund, “Xi ha visto un’opportunità per ottenere dagli Stati Uniti non solo un rinvio delle armi, ma forse anche una riduzione, e magari uno stop alle vendite per un periodo lungo”. Trump non si è impegnato in alcun senso, ma ha aggiunto una frase destinata a far discutere a lungo: “non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza, perché significherebbe percorrere quindicimila chilometri per andare in guerra. Non voglio quello. Voglio che la Cina si calmi, voglio che si calmino”. È una formulazione che si avvicina pericolosamente al lessico richiesto da Pechino, che da mesi chiede a Washington di passare dal “non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan” all’”ci opponiamo all’indipendenza di Taiwan”. Non è ancora quel cambio lessicale, ma è qualcosa che gli analisti della CNN hanno descritto, senza giri di parole, come “una vittoria per la Cina”.




