La svolta a sinistra dei Dem americani
Dopo le vittorie dei candidati sostenuti da Mamdani a New York, i socialisti raddoppieranno i seggi al Congresso, mentre nel partito c’è chi evoca un nuovo Tea Party.
Martedì 23 giugno, alle primarie democratiche di New York, i tre candidati alla Camera dei Rappresentanti sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani hanno vinto tutti, battendo due deputati in carica e l’erede designato di una parlamentare in pensione. Negli Stati Uniti ogni partito sceglie i suoi candidati attraverso le primarie, elezioni aperte ai propri elettori, e nulla vieta a uno sfidante di correre contro un parlamentare uscente del suo stesso schieramento. È proprio sfidando i propri eletti che i socialisti democratici cercano da anni di spostare a sinistra il Partito Democratico e a New York ci sono riusciti in pieno.
Mamdani ha 34 anni, è sindaco di New York da meno di sei mesi dopo aver battuto Andrew Cuomo nel 2025 ed è il punto di riferimento di questo movimento. Le sue vittorie lo hanno trasformato in quello che la stampa americana chiama un kingmaker, colui che decide le sorti dei candidati. “Un anno fa non è stata la fine di un movimento politico. Era l’inizio”, ha detto alla festa per la vittoria a Brooklyn, dove i sostenitori scandivano “Free, free Palestine”. Dopo le elezioni di novembre, il numero di parlamentari dichiaratamente socialisti alla Camera dei rappresentanti salirà da due a quattro.
Brad Lander, 56 anni, ex revisore dei conti della città e già candidato sindaco, ha aperto la serie battendo con trenta punti di scarto il deputato uscente Dan Goldman, erede della famiglia Levi Strauss e vicino all’AIPAC, la principale lobby filo-israeliana del paese. Claire Valdez, 36 anni, deputata dell’assemblea statale ed ex organizzatrice sindacale, ha conquistato un seggio lasciato libero in un’area tra Brooklyn e il Queens così a sinistra da essere soprannominata il “Commie Corridor”, il corridoio comunista. Darializa Avila Chevalier, 32 anni, attivista e dottoranda, ha firmato la sorpresa più grande estromettendo Adriano Espaillat, deputato al quinto mandato e presidente del gruppo dei parlamentari ispanici al Congresso.
Oggi gli unici due parlamentari che si dichiarano socialisti sono Alexandria Ocasio-Cortez, deputata di New York eletta nel 2018, e Rashida Tlaib, deputata del Michigan. Entrambe fanno parte dei Democratic Socialists of America, l’organizzazione nota con la sigla DSA. Lo stesso martedì candidati del DSA hanno tolto il seggio anche ad alcuni deputati dell’assemblea statale di New York. Non tutti i candidati di Mamdani sono iscritti al DSA, Lander per esempio si definisce socialista ma non è iscritto, eppure condividono la stessa piattaforma economica e si appoggiano alla rete di militanti dell’organizzazione, che mobilita centinaia di volontari per il porta a porta.
Il tratto che unisce i socialisti democratici americani è la convinzione che a risolvere i problemi quotidiani, dal costo della sanità a quello della casa, debba pensare l’intervento diretto dello Stato e non il libero mercato. Nella versione statunitense del movimento le proposte tendono a operare dentro il sistema capitalista più che ad abolirlo, anche se una parte dei militanti dichiara di voler superare il capitalismo nel lungo periodo perché lo giudica ingiusto e fondato sullo sfruttamento. Bernie Sanders, il senatore del Vermont che ha riportato in auge questa parola con la sua corsa presidenziale del 2016, la lega alla propria storia personale: “Lo stress economico è qualcosa con cui ho vissuto da bambino e lo sento nelle viscere. È questo che mi rende un socialista democratico”, ha detto al New York Times.
Marc Farinella, consulente politico ed esperto dell’Università di Chicago, colloca il movimento a metà strada tra due modelli. Non è il socialismo dell’ex Unione Sovietica, un sistema autoritario che aveva eliminato il mercato mettendo tutta l’industria sotto il controllo centrale dello Stato, perché i socialisti democratici non vogliono né l’autocrazia né la statalizzazione delle grandi imprese. E non è nemmeno la socialdemocrazia scandinava, che tiene insieme il libero mercato con tasse alte per finanziare sanità e istruzione. L’obiettivo dichiarato è spostare il potere economico dalle grandi aziende ai lavoratori e ai cittadini comuni attraverso processi democratici, così che le decisioni su come usare le risorse non siano guidate solo dal profitto.
Il DSA, il motore organizzativo del movimento, è un’associazione di iscritti che pagano una quota e non un partito vero e proprio. Nato negli anni Ottanta come gruppo di sinistra marginale, è cresciuto dopo la candidatura di Sanders nel 2016 e dopo la vittoria del presidente Trump quello stesso anno, che secondo i suoi dirigenti spinse migliaia di persone a iscriversi. Ashik Siddique, co-presidente nazionale, dice che gli iscritti sono passati da circa 5.000 di un decennio fa a oltre 100 mila, distribuiti in 200 sezioni locali. La base è fatta soprattutto di giovani tra i venti e i trent’anni, in larga parte laureati e in affitto.
Mamdani si definisce un “sewer socialist”, socialista delle fognature, espressione che negli Stati Uniti indica gli amministratori socialisti di inizio Novecento che puntavano sulla competenza nei servizi di base, dalla nettezza urbana alla sanità, più che sulle grandi battaglie ideologiche. È in questa chiave che vanno lette le promesse della campagna che lo ha portato in municipio: congelamento degli affitti, asili nido gratuiti, autobus pubblici gratis e una rete di negozi di alimentari di proprietà comunale.
Il programma economico del movimento va però oltre la singola città. Al centro c’è il Medicare for All, un sistema sanitario unico gestito dallo Stato che coprirebbe tutti, al posto dell’attuale sistema in cui cittadini e datori di lavoro pagano premi alle assicurazioni private. Su questo punto i socialisti si dividono tra chi vuole cancellare del tutto le assicurazioni private e chi lascerebbe la possibilità di mantenerle. Al sistema sanitario si aggiungono l’università pubblica gratuita, il congedo familiare retribuito per tutti, l’aumento del salario minimo a un livello che permetta di vivere e una settimana lavorativa di 32 ore senza tagli di stipendio, con tasse più alte sui redditi elevati e sulle imprese a coprirne i costi.
Sul fronte dell’ordine pubblico, il DSA è diffidente verso la polizia e il sistema carcerario, tanto che chiede di definanziare le forze dell’ordine rifiutando ogni aumento dei loro budget. È una posizione che la maggioranza degli americani respinge e che ha provocato uno strappo proprio con Mamdani quando il sindaco ha annunciato l’assunzione di 580 nuovi agenti. Il movimento sostiene poi il Green New Deal, il pacchetto di riforme ambientali ed economiche di cui Ocasio-Cortez è stata la principale promotrice, e una riforma del sistema elettorale che tolga peso al denaro di aziende e miliardari.
Il tema che ha definito le primarie di New York è stato il sostegno americano a Israele. Tutti e tre i candidati di Mamdani hanno costruito la campagna sulla richiesta di porre fine agli aiuti militari americani a Israele, segno di quanto l’opinione pubblica si sia spostata sulla questione anche in una città con una forte presenza ebraica. La posizione ufficiale del DSA, fissata in un documento intitolato Until Palestinian Liberation, chiede “la fine della colonizzazione e dell’occupazione israeliana di tutte le terre arabe, l’uguaglianza e il diritto al ritorno di tutti i rifugiati”. Sanders racconta che ogni volta che parla di Gaza nei suoi comizi riceve un’ovazione. Siddique attribuisce in parte la sconfitta di Kamala Harris nel 2024 al fatto che la campagna avesse parlato troppo poco di quello che lui definisce “il genocidio a Gaza”. Goldman, il deputato sconfitto da Lander, era invece tra i più vicini all’AIPAC.
Le reazioni del partito
Due giorni dopo il voto un gruppo di deputati moderati ha diffuso una lettera intitolata The Promise to America, la promessa all’America, che si apre con una frase netta: “Siamo capitalisti, non socialisti”. Il documento impegna chi lo firma a una serie di principi, il capitalismo, la disciplina dei conti pubblici, confini sicuri e orgoglio per gli Stati Uniti, e prende le distanze tanto dalla sinistra socialista quanto dal movimento MAGA, la destra che fa capo a Trump. A guidarlo è Tom Suozzi, deputato di New York che due anni fa ha riconquistato un collegio in bilico a Long Island.
Suozzi riconosce ai socialisti il merito di intercettare un’ansia economica reale e di essere ben organizzati, ma sostiene che il loro messaggio non funziona nei collegi in bilico. “Non siamo d’accordo con MAGA. Non siamo d’accordo con i socialisti. Vogliamo la corrente principale”, ha detto al Washington Post. Sulla stessa linea il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, considerato un possibile candidato alla Casa Bianca nel 2028, secondo cui il partito deve trovare “candidati che sappiano davvero ottenere risultati per la gente”. Matt Bennett, cofondatore del think tank centrista Third Way, ha definito gli esiti di New York “pericolosi”, perché offrono ai repubblicani munizioni per dipingere come estremista l’intero partito.
James Carville, lo stratega che guidò la campagna di Bill Clinton nel 1992, ha invitato il Partito Democratico a separarsi apertamente dai socialisti, arrivando a evocare una scissione. “Penso che sia arrivato il momento per i democratici di pronunciare la parola che inizia per esse. Scissione”, ha detto nel suo podcast, aggiungendo di non voler più stare nello stesso partito di candidati come Avila Chevalier. Carville ha distinto il caso di Ocasio-Cortez, che giudica intelligente e con cui dice di poter convivere, dal nuovo gruppo. La sua motivazione riguarda anche Israele: si è detto a suo agio in un partito che critica le politiche del governo israeliano, ma non in uno “che nega allo Stato di Israele il diritto a esistere”.
Dall’altra parte i socialisti respingono l’accusa di estremismo. Una portavoce del DSA sostiene che “le tattiche da caccia alle streghe rosse non funzionano più” e che politiche come il Medicare for All o la tassazione dei ricchi sono popolari. La portavoce di Mamdani ha ribattuto che “l’unica cosa estrema è difendere uno status quo in cui le famiglie che lavorano non possono permettersi di vivere”. Lander ha provato a riportare la discussione su un terreno comune, dicendo che la vera divisione non è tra progressisti e moderati ma “tra chi combatte e chi si arrende”.
I repubblicani hanno accolto i risultati con soddisfazione, perché confermano la loro strategia di presentare i democratici come fuori dal sentire comune. Il presidente Trump ha detto in un comizio che i socialisti “vogliono distruggere completamente il modo di vivere tradizionale americano” e che “il comunismo è molto facile da vendere, distrugge tutto”. Il comitato elettorale dei repubblicani alla Camera ha sostenuto che “quella che nel 2018 era la Squad socialista è diventata un esercito che ha conquistato il partito democratico”, riferendosi al gruppo di deputate progressiste guidato da Ocasio-Cortez. Lo stesso Trump ha festeggiato sui social la sconfitta di Goldman, che da deputato aveva indagato su di lui.
Le vittorie hanno aperto fratture anche dentro l’area progressista e tra i Democratici neri e latini. Letitia James, procuratrice generale dello Stato di New York, ha parlato di “un campanello d’allarme”. Nydia Velázquez, la deputata in pensione il cui erede designato è stato battuto da Valdez, si è detta furiosa e ha accusato il DSA di voler cancellare il contributo dei progressisti che per decenni avevano spostato la città a sinistra. Hakeem Jeffries, leader dei democratici alla Camera e in corsa per diventarne presidente, lo speaker, se il partito vincerà le elezioni di metà mandato di novembre, ha eluso le domande sulle vittorie socialiste: alcuni dei nuovi eletti non si sono impegnati a sostenere la sua leadership e alla festa di Valdez i militanti, vedendolo in televisione, hanno gridato “Sei il prossimo”.
Che cosa significa per i democratici
Il nodo che le primarie lasciano aperto è se la spinta socialista aiuti o danneggi il Partito Democratico nelle elezioni che contano. Andrew Yang, ex candidato democratico, ha riassunto la situazione dicendo che “il partito democratico è ormai almeno due partiti in uno”. I seggi vinti a New York sono tutti collegi sicuri, dove il candidato democratico vince comunque, e diversi analisti ricordano che la città non è mai stata un indicatore di ciò che accade nel resto del paese. Il timore dei moderati è che i candidati di estrema sinistra diventino il volto del partito anche nei collegi in bilico, dove l’etichetta socialista può allontanare gli elettori e rendere i parlamentari uscenti una specie in via di estinzione.
Un’analisi del New York Times sui probabili elettori delle primarie democratiche, realizzata a maggio, ha rilevato che il 47 per cento vorrebbe un partito più spostato verso il centro, contro il 28 per cento che lo vorrebbe più a sinistra e il 19 per cento che lo lascerebbe dov’è. Allo stesso tempo, solo il 20 per cento giudica il partito troppo a sinistra e il socialismo raccoglie il 49 per cento di pareri favorevoli contro il 22 per cento di contrari. L’analista G. Elliott Morris, che ha esaminato i dati, nota che quasi un terzo degli intervistati non sapeva dire che cosa pensasse del socialismo, segno di quanto poco l’etichetta sia compresa. Lo stesso elettorato, in altre parole, chiede contemporaneamente più moderazione e più socialismo.
Secondo un sondaggio Gallup del 2025, il 66 per cento degli elettori democratici ha un’immagine positiva del socialismo, mentre solo il 42 per cento giudica positivamente il capitalismo. Tra tutti gli americani la quota di chi vede di buon occhio il socialismo si ferma al 39 per cento. Le politiche economiche di stampo populista, dai tagli fiscali per il ceto medio alle tasse più alte sui ricchi fino alla stretta sugli aumenti dei prezzi praticati dalle aziende, risultano popolari in modo trasversale e sono proprio queste a fare da terreno comune tra l’ala socialista e quella moderata.
I socialisti si presentano come la voce della classe lavoratrice, ma diversi dati mostrano che i loro elettori sono in media più ricchi e più istruiti del resto del partito. Nel distretto vinto da Avila Chevalier, secondo un’analisi della rivista Reason, la candidata ha perso la parte del Bronx con trenta punti di scarto e ha perso le zone a basso reddito, vincendo invece tra gli elettori giovani, tra quelli ad alto reddito e nelle aree con più laureati. Lo stesso giorno, in un distretto povero del Bronx, il deputato Ritchie Torres, non socialista e convinto sostenitore di Israele, è stato rieletto senza difficoltà.
Un’analisi a livello di singola sezione offre però una lettura diversa. Esaminando i risultati voto per voto, si scopre che Avila Chevalier ha vinto la maggioranza dei consensi sia nelle zone a maggioranza bianca sia in quelle a maggioranza nera, compresa buona parte di Harlem, e che Valdez ha conquistato con oltre trenta punti di scarto i seggi a prevalenza ispanica. Per i dirigenti del DSA è la prova che il movimento sta allargando la propria base oltre i quartieri bianchi e gentrificati che ne sono lo zoccolo duro. La composizione reale di questo elettorato resta quindi oggetto di interpretazioni opposte.
Sullo sfondo c’è una base democratica in fermento, arrabbiata sia con Trump sia con i propri leader per non aver saputo reagire alla sconfitta del 2024. È un’energia che i socialisti intercettano e che guarda già alle presidenziali del 2028. Il DSA ha chiesto a tutte le sue sezioni di indicare chi sostenere. Il nome più ricorrente è quello di Ocasio-Cortez, anche se l’organizzazione precisa di non voler fare da kingmaker e di pretendere che ogni candidato si guadagni il sostegno. Mamdani, che pure è la figura più popolare del movimento, non è eleggibile alla presidenza perché non è nato negli Stati Uniti.
Un nuovo Tea Party?
Molti commentatori americani descrivono quello che sta accadendo con un paragone: i socialisti democratici sarebbero per il Partito Democratico ciò che il Tea Party fu per quello Repubblicano. Il Tea Party nacque tra il 2009 e il 2010 come movimento di protesta della destra repubblicana contro il presidente Barack Obama, contro il salvataggio pubblico delle banche dopo la crisi finanziaria e contro la riforma sanitaria nota come Obamacare. Lo animavano elettori repubblicani più anziani, più bianchi, più ricchi e istruiti, di orientamento libertario e ostili alla spesa pubblica, con una componente di aperto risentimento razziale verso il primo presidente afroamericano.
La forza del Tea Party stava in un mix di mobilitazione dal basso e sostegno istituzionale. Dietro le organizzazioni che si presentavano come spontanee c’erano soprattutto gruppi finanziati dai fratelli Koch, due miliardari conservatori, e una cassa di risonanza mediatica come Fox News. La sua arma era la stessa che oggi usano i socialisti: sfidare alle primarie i parlamentari del proprio partito giudicati troppo moderati. In un solo ciclo elettorale il movimento fece fuori tre senatori repubblicani uscenti. Un’analisi del New York Times contò circa 140 candidati legati al Tea Party alle elezioni di metà mandato del 2010. Al suo apice circa un terzo degli elettori repubblicani si identificava con il movimento.
Sul lungo periodo, però, molti analisti considerano il Tea Party un movimento in gran parte fallito. Non fermò la crescita del debito, non abrogò l’Obamacare e non riuscì a eleggere i propri candidati alla presidenza, come dimostrò la nomination del moderato Mitt Romney nel 2012. La sua eredità fu un’altra: il Freedom Caucus, il gruppo di deputati di destra che ancora oggi mette in difficoltà la leadership repubblicana, e soprattutto la spinta anti-establishment che avrebbe portato poi alla vittoria di Trump. L’anti-establishment conquistò il Partito Repubblicano, ma l’ideologia del Tea Party no. L’ascesa di Trump fu semmai la pietra tombale di quella destra ideologica.
Tra i due movimenti le somiglianze sono evidenti. Entrambi nascono dalla rabbia verso il proprio partito, amplificata da un presidente uscente impopolare, George W. Bush allora e Joe Biden oggi. Entrambi usano le primarie a bassa affluenza, dove a decidere è una minoranza ideologizzata, per spingere il partito verso un estremo. In entrambi i casi alcune figure di riferimento, da Ocasio-Cortez a Tlaib, erano già state elette prima dell’ondata, come era successo per i primi parlamentari del Tea Party. E come il Tea Party impose a ogni repubblicano la promessa di abrogare l’Obamacare, oggi la sinistra impone il tema di Israele, tanto che diversi democratici moderati hanno preso le distanze dai candidati sostenuti dall’AIPAC.
La differenza più evidente è la scala: il Tea Party schierò circa 140 candidati, i socialisti per ora ne contano una decina. La seconda è il denaro. Il Tea Party poteva contare sulle reti dei Koch e su Fox News, mentre i gruppi della sinistra non hanno né la stessa portata né le stesse risorse. Anzi, nelle elezioni fuori da New York il denaro istituzionale, dalle lobby filo-israeliane ai finanziatori del settore delle criptovalute, ha sostenuto i moderati. C’è poi una differenza di natura: le vittorie socialiste sono arrivate quasi tutte in collegi sicuri, frutto di un lavoro di organizzazione lungo un decennio più che di un’ondata improvvisa, e la macchina di Mamdani resta per ora un fenomeno cittadino.
Per alcuni commentatori un Tea Party democratico è già in corso e questo sarebbe il momento del 2010 per i democratici. Per altri il paragone è prematuro, perché si tratta di un movimento ancora troppo piccolo e concentrato nelle roccaforti urbane. Come ha osservato un analista, “c’è una bella differenza tra voler punire un establishment che si ritiene incapace e voler aprire negozi di alimentari gestiti dallo Stato”. La prova del nove arriverà con le primarie per il Senato di agosto, in particolare in Michigan, dove il progressista Abdul El-Sayed, sostenuto da Sanders e Ocasio-Cortez, è in vantaggio nei sondaggi. Solo una vittoria in uno Stato in bilico, non più soltanto nelle grandi città democratiche, direbbe se la svolta a sinistra può davvero cambiare il Partito Democratico.



