L'ascesa di Marco Rubio
Il segretario di Stato che pesa più di tutti gli altri (e guarda già al 2028)
Non è semplice acquisire centralità in una amministrazione come quella di Donald Trump. Il presidente, del resto, è una figura che tende ad accentrare le attenzioni, ad assumere tutta la visibilità mediatica, riducendo inevitabilmente lo spazio per gli altri membri del suo gabinetto. Eppure, anche per il ruolo che la politica estera sta acquisendo in questa fase del mandato, c’è una figura che sta emergendo sempre di più, alimentando inevitabilmente anche le speculazioni in vista delle presidenziali che si terranno fra poco più di due anni. Si tratta di Marco Rubio, protagonista in questi giorni anche del dibattito italiano per la sua visita a Roma, dove ha incontrato sia papa Leone XIV che Giorgia Meloni.
Il viaggio di Rubio in Italia
Era una visita particolarmente attesa perché arrivava in uno dei momenti più delicati vissuti negli ultimi anni dalle relazioni transatlantiche. La tensione non riguardava soltanto il rapporto fra Washington e Roma, che pure negli ultimi mesi aveva iniziato a mostrare più di una crepa. Al centro c’era soprattutto lo scontro sempre più duro fra Donald Trump e il Vaticano, culminato in una lunga serie di attacchi personali del presidente americano contro Leone XIV. Un conflitto che rischiava di diventare politicamente pericoloso anche per la stessa Casa Bianca, considerando il peso che il voto cattolico continua ad avere negli equilibri elettorali statunitensi.
Anche per questo motivo, nonostante le inevitabili smentite ufficiali, il viaggio di Rubio è stato interpretato fin dall’inizio come una missione soprattutto diplomatica: provare a contenere le conseguenze di una crisi che nelle ultime settimane stava progressivamente sfuggendo di mano. Come ha sottolineato anche POLITICO, il segretario di Stato si è trovato a svolgere un ruolo quasi opposto rispetto a quello tradizionalmente esercitato dagli Stati Uniti nelle mediazioni internazionali: non tanto quello di chi detta le condizioni, ma quello di chi cerca interlocutori disposti almeno a mantenere aperto il dialogo. Ma com’è andato davvero l’incontro in Vaticano? Dal punto di vista formale, i comunicati diffusi dopo il colloquio hanno insistito soprattutto sugli elementi di convergenza, parlando di un incontro “cordiale” e della volontà reciproca di mantenere solide relazioni bilaterali. Tuttavia, dietro il linguaggio inevitabilmente prudente della diplomazia, è emersa soprattutto la volontà della Santa Sede di evitare qualsiasi immagine di reale riallineamento politico con la Casa Bianca.
Rubio, cattolico praticante e figura tradizionalmente più istituzionale rispetto al presidente americano, ha cercato di interpretare fino in fondo il ruolo del mediatore, insistendo pubblicamente sull’importanza del dialogo con il pontefice e definendo Leone XIV una “guida spirituale”. Ma proprio il tono estremamente misurato adottato dal Vaticano racconta quanto le distanze restino profonde. Sul tavolo, infatti, non c’erano soltanto i rapporti diplomatici fra Stati Uniti e Santa Sede, ma soprattutto tutti quei dossier che negli ultimi mesi hanno alimentato gli scontri fra Trump e il papa: dalla gestione dei migranti fino alle guerre in Medio Oriente, passando per Gaza e per l’approccio sempre più aggressivo assunto dall’amministrazione americana sul piano internazionale.
Qualcosa di simile si può dire anche per il vertice a Palazzo Chigi. Formalmente anche quest’ultimo è stato descritto come positivo e costruttivo, ma dietro le formule diplomatiche è emersa tutta la complessità del momento. Washington continua infatti a chiedere agli alleati europei un sostegno più netto nella gestione della crisi iraniana, soprattutto sul tema della sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz e sul rafforzamento dell’impegno NATO. Roma invece continua a muoversi con cautela. Da una parte Meloni sa che rompere con gli Stati Uniti sarebbe impossibile sia sul piano strategico che economico; dall’altra è costretta a fare i conti con una opinione pubblica italiana sempre più diffidente verso Trump e molto ostile all’idea di un coinvolgimento diretto nel conflitto con Teheran.
La centralità di Rubio
Il contesto del viaggio in Italia, in ogni caso, è anche una occasione per discutere del ruolo sempre più centrale che Marco Rubio sta assumendo all’interno dell’amministrazione americana. Questo non soltanto dal punto di vista mediatico, ma soprattutto sul piano pratico, considerando la quantità di incarichi e dossier che ormai passano direttamente dalle sue mani. Non è un caso che, già circa un anno fa, il New York Times fosse arrivato a definirlo “the secretary of everything”, sottolineando come Rubio si fosse ritrovato contemporaneamente a ricoprire i ruoli di segretario di Stato, consigliere ad interim per la sicurezza nazionale, amministratore ad interim della U.S. Agency for International Development e archivista ad interim della National Archives and Records Administration. Una concentrazione di potere estremamente rara anche per gli standard della politica americana, soprattutto in una amministrazione come quella trumpiana, storicamente caratterizzata da forti conflitti interni e da una continua rotazione delle figure più vicine al presidente.
Questa crescita, però, non può essere compresa soltanto guardando agli equilibri interni della Casa Bianca. La parabola di Rubio racconta infatti molto bene anche la trasformazione che il Partito Repubblicano ha vissuto nell’ultimo decennio. Soltanto pochi anni fa Rubio apparteneva a quell’ala del GOP apertamente ostile a Trump e rappresentava quasi l’opposto politico del futuro presidente. Figlio di immigrati cubani arrivati negli Stati Uniti prima della rivoluzione castrista, cresciuto in Florida all’interno di una famiglia cattolica economicamente modesta, Rubio aveva costruito tutta la propria carriera dentro il conservatorismo repubblicano tradizionale, fino all’elezione al Senato nel 2010 come uno dei principali volti emergenti del Tea Party. In quella fase veniva considerato un erede del conservatorismo reaganiano: fortemente anticastrista, convinto sostenitore della leadership americana nel mondo e vicino all’establishment repubblicano soprattutto sul piano della politica estera. Non a caso, dopo l’invasione russa della Crimea nel 2014, aveva invocato una risposta durissima contro Vladimir Putin, sostenendo che gli Stati Uniti avessero il dovere di guidare la reazione dell’Occidente per difendere l’ordine internazionale costruito dopo la Guerra Fredda.
Durante le primarie del 2016, del resto, Rubio fu uno dei più duri critici di Donald Trump. Lo scontro fra i due diventò rapidamente simbolico anche della guerra interna al Partito Repubblicano fra establishment tradizionale e nuovo populismo trumpiano. In un comizio tenuto a Dallas nel febbraio di quell’anno, Rubio arrivò a definire Trump “un truffatore”, accusandolo di aver costruito tutta la propria carriera fingendo di difendere la classe media americana mentre in realtà “ha passato tutta la vita a danneggiare proprio la gente comune”. In una intervista a CBS News rincarò ulteriormente la dose, sostenendo che “un truffatore sta per prendere il controllo del Partito Repubblicano e del movimento conservatore e dobbiamo fermarlo”. All’epoca Rubio rappresentava il tentativo del GOP tradizionale di fermare Trump attraverso una candidatura giovane, disciplinata e ancora legata a quella visione internazionalista che aveva dominato il partito negli anni precedenti. La pesante sconfitta alle primarie della Florida sembrò addirittura poter chiudere definitivamente la sua carriera politica nazionale.
La vittoria di Trump nel 2016 cambiò però radicalmente il Partito Repubblicano e Rubio comprese probabilmente prima di molti altri che il trumpismo non sarebbe stata una parentesi temporanea, ma la nuova identità politica del GOP. Negli anni successivi iniziò così una progressiva trasformazione del proprio linguaggio e delle proprie priorità politiche. Se il Rubio degli anni Dieci era stato uno dei principali sostenitori della tradizionale politica estera internazionalista repubblicana, col tempo il senatore della Florida iniziò ad avvicinarsi sempre di più al nazionalismo populista che stava ridefinendo il partito. Una evoluzione che riguardò non soltanto i toni, ma anche i contenuti: maggiore attenzione al declino della classe media americana, crescente ostilità verso la globalizzazione economica, centralità dello scontro con la Cina e progressivo abbandono di quel conservatorismo apertamente liberista che aveva caratterizzato il GOP pre-trumpiano. Anche simbolicamente, la differenza fra i libri pubblicati da Rubio racconta molto bene questa evoluzione. Nel memoir An American Son, uscito nel 2012, il futuro segretario di Stato descriveva ancora una visione profondamente ottimista del sogno americano. Dieci anni più tardi, invece, nel saggio Decades of Decadence, il tono era diventato molto più duro verso le élite politiche ed economiche accusate di aver indebolito il paese attraverso la globalizzazione e le guerre culturali.
Con il passare del tempo, Rubio è così riuscito a fare ciò che molti altri esponenti dell’universo trumpiano non sono riusciti a fare: entrare nel ristretto cerchio del potere trumpiano senza esserne rapidamente espulso, aumentando anzi progressivamente influenza, incarichi e peso politico. Come ha scritto il Miami Herald, Rubio ha costruito lentamente un rapporto di fiducia con Trump dopo lo scontro del 2016, adattandosi al nuovo equilibrio interno del partito senza perdere completamente la credibilità accumulata negli anni precedenti sul piano istituzionale e internazionale. Già nel 2022 il cambiamento appariva evidente. Intervistato da CNN sul ruolo di Trump nella sua campagna per la rielezione al Senato, Rubio spiegava infatti che il presidente “porta energia e nuovi elettori nel Partito Repubblicano”. Alla convention repubblicana del 2024 arrivò invece a dichiarare che Trump “non ha soltanto cambiato il nostro partito, ma ha ispirato un movimento”, aggiungendo che “non c’è nulla di pericoloso o divisivo nel mettere gli americani al primo posto”. La nomina a segretario di Stato nel gennaio 2025 ha rappresentato il punto definitivo di questa trasformazione: una scelta che fino a pochi anni prima sarebbe sembrata quasi impensabile considerando la durezza dello scontro fra i due durante le primarie del 2016.
Eppure, proprio l’esperienza nel secondo mandato Trump ha mostrato anche un altro aspetto della figura di Rubio: la sua capacità di adattarsi a un sistema politico nel quale tutta la centralità resta inevitabilmente concentrata sul presidente. Diverse ricostruzioni pubblicate negli ultimi mesi dai media americani hanno sottolineato come Rubio abbia progressivamente assunto un atteggiamento estremamente disciplinato e quasi totalmente allineato alla comunicazione della Casa Bianca. In molte occasioni pubbliche il segretario di Stato è apparso soprattutto come il principale interprete politico delle decisioni di Trump, impegnato più a legittimare e spiegare le mosse del presidente che a costruire una linea autonoma di politica estera. Emblematico, da questo punto di vista, è stato il caso dell’operazione americana contro Nicolás Maduro, durante la quale Rubio descrisse Trump come “un presidente d’azione” e “un presidente di pace”, insistendo sul fatto che il capo della Casa Bianca “dice sul serio quando annuncia qualcosa”. Allo stesso tempo, però, proprio il suo ruolo mostra anche i limiti della struttura decisionale dell’attuale amministrazione. Nonostante il peso formale accumulato da Rubio, molte delle principali crisi internazionali — dall’Ucraina a Gaza fino ai rapporti con la Russia — sono state spesso gestite direttamente dalla Casa Bianca o affidate a figure esterne ai tradizionali canali diplomatici, come l’inviato Steve Witkoff. Diverse fonti diplomatiche europee hanno raccontato come Rubio continui comunque a rappresentare uno dei pochi punti di contatto affidabili fra gli alleati occidentali e una amministrazione percepita sempre più imprevedibile, soprattutto sul dossier ucraino, dove avrebbe cercato dietro le quinte di moderare alcune delle spinte più apertamente isolazioniste presenti dentro il trumpismo.
Lo stesso schema si è ripetuto anche su altri dossier strategici, dai tagli agli aiuti internazionali fino ai rapporti con la Cina. Durante una visita in Guatemala, Rubio avrebbe rassicurato privatamente funzionari e diplomatici americani sostenendo di non essere stato informato in anticipo di alcuni tagli decisi dalla Casa Bianca, salvo poi rivendicare pubblicamente quelle stesse decisioni davanti al Senato poche settimane più tardi. Parallelamente, Rubio è diventato uno dei principali interpreti della nuova linea dura dell’amministrazione verso l’America Latina e Pechino, soprattutto sul piano tecnologico e strategico. Diverse ricostruzioni americane hanno evidenziato come il segretario di Stato guardi con forte preoccupazione alla competizione con la Cina sull’intelligenza artificiale e sui microchip avanzati, temendo che Washington possa perdere il proprio vantaggio tecnologico e militare. Ed è probabilmente proprio questo equilibrio — fra disciplina politica, adattamento ideologico e capacità di restare centrale senza entrare in rotta di collisione con Trump — che oggi sta aumentando anche le quotazioni presidenziali di Rubio dentro il Partito Repubblicano. Negli ultimi mesi, infatti, la sua esposizione mediatica e il suo ruolo internazionale hanno alimentato sempre più apertamente le speculazioni in vista delle presidenziali del 2028, soprattutto nel confronto interno con il vicepresidente JD Vance. Secondo un recente straw poll organizzato dal CPAC, la più importante convention del mondo conservatore americano, Rubio è arrivato al 35% delle preferenze fra gli elettori repubblicani, alle spalle del solo Vance. Non a caso, negli Stati Uniti, diversi momenti pubblici del segretario di Stato — dalla gestione della crisi iraniana fino alla missione diplomatica in Vaticano — vengono ormai letti apertamente come una sorta di prova generale in vista di una futura candidatura nazionale.



