L'ossessione di Trump per la Groenlandia
Washington punta al controllo strategico dell'Artico mentre Copenaghen mobilita l'Europa
Donald Trump, in questi giorni, è tornato a parlare apertamente della possibilità per cui gli Stati Uniti prendano il controllo della Groenlandia. Un’ipotesi che, al di là della sua apparente provocatorietà, si inserisce in un contesto geopolitico molto più ampio: la crescente centralità dell’Artico come spazio strategico, economico e militare, e la competizione sempre più esplicita tra le grandi potenze per il controllo delle sue rotte, delle sue risorse e delle infrastrutture destinate a sostenerne lo sviluppo futuro.
La crescita d’importanza dell’Artico
La regione artica, nel corso degli ultimi anni, ha visto accrescere in modo significativo la propria importanza geopolitica. Per lungo tempo, infatti, l’Artico è stato gestito come uno spazio di cooperazione a bassa conflittualità, fondato soprattutto sul coordinamento tra i Paesi che vi si affacciano — Stati Uniti, Canada, Russia, Norvegia e Danimarca, attraverso la Groenlandia, ma anche Svezia, Finlandia e Islanda — e su meccanismi multilaterali pensati più per la ricerca scientifica, la tutela ambientale e la regolazione delle attività economiche che per la competizione strategica. Questo assetto ha trovato una prima formalizzazione nel 1996 con la nascita dell’Arctic Council, concepito come foro di dialogo e cooperazione, e non come strumento di sicurezza o di confronto militare.
Il progressivo scioglimento dei ghiacciai ha però alterato profondamente questo equilibrio. Il ritiro dei ghiacci ha reso possibili e percorribili una serie di rotte navali fino a pochi anni fa impraticabili, come la Northern Sea Route lungo le coste russe e il Northwest Passage attraverso l’arcipelago canadese, capaci di accorciare sensibilmente alcune tratte commerciali che tradizionalmente richiedevano l’attraversamento del Canale di Suez. La possibilità di collegare più rapidamente l’Asia orientale all’Europa ha così trasformato l’Artico in uno spazio economicamente rilevante, rendendolo un nodo sempre più centrale per il commercio globale.
La Russia, ad esempio, ha accresciuto il proprio impegno nella regione, consolidando una presenza che affonda le radici tanto nella sua storia quanto nella sua strategia contemporanea. Con oltre la metà delle coste artiche sotto il proprio controllo, Mosca considera l’Artico parte integrante della propria sicurezza nazionale: negli ultimi anni ha riattivato basi militari di epoca sovietica, rafforzato la flotta di rompighiaccio e modernizzato le proprie capacità navali e missilistiche, anche in funzione di deterrenza nei confronti degli Stati Uniti e dei loro alleati. Lo sviluppo della Northern Sea Route è centrale in questo disegno: la possibilità di una navigazione sempre più estesa lungo le rotte settentrionali consentirebbe alla Russia di superare uno dei suoi storici limiti geopolitici — la mancanza di accessi affidabili a porti in acque calde — e di rafforzare il proprio ruolo nei mercati energetici globali, in particolare nel settore del gas naturale.
Di fronte a questo attivismo, anche gli Stati Uniti hanno progressivamente rivisto il proprio approccio alla regione. La nuova strategia artica del Dipartimento della Difesa mira a rafforzare il monitoraggio, la cooperazione con gli alleati e le capacità operative in ambiente polare, mentre Washington ha intensificato la propria presenza diplomatica ed economica in Groenlandia, riconoscendone apertamente il valore strategico. Parallelamente, la Cina ha inserito l’Artico nella propria Belt and Road Initiative, promuovendo una “Via della Seta Polare” che ridurrebbe la dipendenza dalle rotte meridionali, oggi attraversate da snodi in larga parte sotto influenza statunitense. Pechino si presenta come near Arctic state, investe in ricerca, infrastrutture e risorse minerarie e rafforza la cooperazione con Mosca lungo le rotte settentrionali. In questo intreccio di interessi, l’Artico si configura sempre meno come uno spazio neutrale e sempre più come un terreno di competizione tra grandi potenze, in cui cooperazione tattica e rivalità strategica tendono a convivere in modo instabile.
Perché Trump vuole la Groenlandia?
La ragione principale per cui Donald Trump guarda alla Groenlandia è di natura strategico-militare. Come ricostruito da BBC News, la posizione dell’isola tra il Nord America e l’Artico la rende cruciale per i sistemi di allerta precoce contro eventuali attacchi missilistici. Non si tratta di una novità: già durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti avevano pianificato di installare missili nucleari sull’isola, progetto poi accantonato sia per difficoltà tecniche sia per l’opposizione danese. Ancora oggi Washington è presente in Groenlandia attraverso la Pituffik Space Base (ex Thule Air Base), operativa dalla Seconda guerra mondiale e centrale nel monitoraggio missilistico e delle attività militari nell’Artico.
Le affermazioni di Trump sulla presunta presenza massiccia di navi russe e cinesi attorno alla Groenlandia, riportate da CNBC News, risultano invece difficili da verificare. Secondo il Danish Institute for International Studies e le analisi di Reuters basate sui dati di tracciamento navale, non emergono prove di una presenza stabile di flotte di superficie russe o cinesi nelle acque groenlandesi. Questo suggerisce che l’allarme evocato da Trump non riguardi tanto un accerchiamento visibile, quanto piuttosto minacce meno immediatamente tracciabili, come l’attività dei sottomarini nucleari o la crescente penetrazione economica e infrastrutturale nell’Artico. Come ha spiegato Otto Svendsen del Center for Strategic and International Studies, la Groenlandia si trova inoltre lungo la traiettoria più breve per un eventuale missile balistico russo diretto verso gli Stati Uniti, circostanza che ne accresce ulteriormente il valore strategico.
Accanto a questa dimensione, esiste infine una motivazione economica, più indiretta ma non per questo irrilevante. Il progressivo scioglimento dei ghiacci rende infatti sempre più accessibili sia le rotte artiche — come il Passaggio a Nord-Ovest — sia le risorse naturali dell’isola, dalle terre rare agli idrocarburi. Trump ha più volte insistito sul fatto che l’interesse statunitense sia legato esclusivamente alla sicurezza nazionale e non allo sfruttamento dei minerali; tuttavia, il controllo di un territorio ricco di risorse strategiche e situato al centro delle nuove rotte commerciali si inserisce coerentemente in una competizione più ampia con Russia e Cina. In questo senso, la Groenlandia appare meno come un’ossessione personale e più come un nodo cruciale della nuova geopolitica dell’Artico.
Cosa può fare davvero Trump
Al netto della retorica e delle dichiarazioni volutamente ambigue, le opzioni con cui Washington può provare ad avvicinarsi a un “controllo” della Groenlandia non coincidono tutte con una vera acquisizione di sovranità. Nella pratica, la partita si gioca su un continuum che va dal rafforzamento della presenza militare e dell’influenza politica fino a scenari estremi e altamente destabilizzanti. La via più lineare, l’acquisto, è anche la meno realistica. Gli Stati Uniti avevano già valutato in passato la possibilità di comprare l’isola: nel 1946 l’amministrazione Truman fece un’offerta formale da 100 milioni di dollari, poi resa pubblica nel 1991. Oggi però la vendita “pura e semplice” è resa politicamente e giuridicamente altamente improbabile dal principio di autodeterminazione e, soprattutto, dalla posizione ribadita sia da Copenaghen sia da Nuuk: la Groenlandia non è “in vendita”. Anche l’opinione pubblica locale appare nettamente contraria all’idea di diventare parte degli Stati Uniti (85% non favoreli).
Più plausibile è un percorso indiretto che passa dall’indipendenza. La legge groenlandese del 2009 prevede che la decisione sull’indipendenza spetti al popolo e che, in caso di scelta favorevole, si apra una fase negoziale con il governo danese. In questo quadro, Washington può tentare di favorire un contesto politico ed economico in cui l’indipendenza diventi più appetibile e meno rischiosa: una strategia fatta di investimenti, cooperazione e intensificazione dei canali diplomatici (il consolato USA a Nuuk è stato riaperto nel 2020; la Casa Bianca ha nominato un inviato speciale).
Dentro questa traiettoria si colloca l’opzione che diversi osservatori indicano come una delle più “praticabili” nel medio periodo: un Compact of Free Association (COFA), modellato su accordi che gli Stati Uniti hanno con alcuni piccoli Stati del Pacifico. In questa architettura, il paese interessato resta formalmente indipendente e ottiene protezione e benefici economici (inclusi, nei modelli esistenti, canali commerciali privilegiati), mentre gli Stati Uniti acquisiscono ampia libertà di manovra militare e un ruolo strutturale nella sicurezza del territorio associato. Applicato a una Groenlandia post-indipendenza, un COFA consentirebbe a Washington di raggiungere l’obiettivo strategico — controllo operativo e garanzia di “protezione” — senza l’onere politico immediato di un’annessione formale.
C’è poi una strada che richiede ancora meno “salti” giuridici: sfruttare e ampliare gli accordi esistenti. Un’intesa USA-Danimarca del 1951 (poi aggiornata) già consente a Washington ampi margini per costruire, mantenere e operare installazioni militari in Groenlandia e per gestire attività operative con elevata autonomia; la stessa Danimarca ha più volte segnalato apertura a un’espansione della presenza americana oltre l’attuale perno di Pituffik. In altre parole: gli Stati Uniti possono ottenere molto — in termini di postura militare e capacità di proiezione — anche restando dentro lo status quo formale della sovranità danese.
Resta infine l’opzione estrema, evocata nella retorica ma considerata da molti analisti poco probabile: l’uso della forza. Alcuni osservatori sostengono che, in linea teorica, un’operazione militare sarebbe favorita dalla limitata capacità difensiva locale; ma la stessa analisi sottolinea che, in pratica, condizioni ambientali, illegalità dell’atto e conseguenze politiche sarebbero enormi. La premier danese ha esplicitamente collegato un’eventuale azione militare alla rottura dell’architettura di sicurezza euro-atlantica e, di fatto, al collasso della fiducia tra alleati. È il tipo di scenario che trasformerebbe una crisi artica in una crisi sistemica dell’Occidente.
Le reazioni europee e internazionali
I primi ministri di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna hanno firmato, insieme alla premier danese Mette Frederiksen, una dichiarazione congiunta che ribadisce i principi di sovranità territoriale e di integrità dei confini. «La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e soltanto a loro, decidere le questioni che li riguardano», si legge nel documento. Anche Paesi Bassi, Lussemburgo, Slovenia e Grecia hanno espresso il loro sostegno alla dichiarazione.
Il testo sottolinea che la sicurezza nell’Artico rappresenta una priorità assoluta per l’Europa e deve essere garantita attraverso la cooperazione tra gli alleati della NATO, nel rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite. La Groenlandia, pur essendo geograficamente vicina al Nord America, fa parte politicamente dell’Europa ed è coperta dall’ombrello difensivo della NATO attraverso l’appartenenza della Danimarca all’Alleanza. La premier danese Frederiksen ha avvertito lunedì che un’eventuale azione militare americana contro la Groenlandia segnerebbe la fine della NATO. «Se gli Stati Uniti scegliessero di attaccare militarmente un altro Paese NATO, tutto si fermerebbe, compresa la NATO stessa e quindi l’architettura di sicurezza costruita dalla fine della Seconda guerra mondiale», ha dichiarato. In risposta alle crescenti preoccupazioni, la Danimarca ha annunciato martedì sera un piano da 88 miliardi di corone danesi (circa 13,8 miliardi di dollari) per rafforzare le difese della Groenlandia.
Stephen Miller, consigliere di Trump e vice capo di gabinetto della Casa Bianca, ha minimizzato le preoccupazioni sulla sovranità danese in un’intervista alla CNN. «Potete parlare quanto volete di cortesie internazionali e di tutto il resto», ha affermato Miller, «ma viviamo in un mondo reale governato dalla forza, dal potere. Queste sono le leggi ferree del mondo dall’inizio dei tempi». Quando gli è stato chiesto ripetutamente se escludesse l’uso della forza militare, Miller non ha risposto direttamente, limitandosi a osservare che «nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia».
Il primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, ha ringraziato i leader europei per la loro solidarietà e ha rinnovato l’appello a Washington per un «dialogo rispettoso attraverso i corretti canali diplomatici e politici». In una dichiarazione congiunta rilasciata venerdì sera, Nielsen e i leader dei quattro principali partiti groenlandesi hanno ribadito con fermezza: «Non vogliamo essere americani, non vogliamo essere danesi, vogliamo essere groenlandesi». L’Europa si trova così in una posizione particolarmente delicata. Da un lato ha bisogno del sostegno militare e diplomatico degli Stati Uniti per l’Ucraina; dall’altro deve difendere l’integrità territoriale di un proprio membro. Questa tensione è emersa chiaramente durante l’incontro di martedì a Parigi, in cui 35 Paesi hanno discusso le garanzie di sicurezza post-belliche per l’Ucraina. Né il primo ministro britannico Keir Starmer né il presidente francese Emmanuel Macron hanno voluto criticare apertamente Washington, nonostante le domande insistenti dei giornalisti.
Gli esperti concordano sul fatto che un’eventuale azione militare americana in Groenlandia non incontrerebbe una resistenza armata europea. Edward Arnold, del Royal United Services Institute britannico, ha spiegato che nessun comandante militare europeo aprirebbe il fuoco contro truppe statunitensi in arrivo sull’isola, poiché ciò innescherebbe una guerra interna alla NATO. «Gli Stati Uniti sanno che si tratterebbe di un’operazione priva di opposizione», ha affermato. Secondo diversi analisti, Washington potrebbe quindi aumentare gradualmente la propria presenza militare sull’isola senza ricorrere a un’invasione su larga scala, confidando nel fatto che le forze europee non reagirebbero militarmente. Tuttavia, alcuni esperti sottolineano che l’Europa potrebbe tentare di esercitare pressioni economiche attraverso l’Unione Europea, ad esempio imponendo dazi o limitando l’accesso delle aziende americane al mercato europeo, anche se si tratterebbe di scelte politicamente complesse in una fase in cui i governi europei stanno cercando di mantenere il coinvolgimento statunitense nel processo di pace in Ucraina.
Il primo ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato martedì a Varsavia che «nessun membro dovrebbe attaccare o minacciare un altro membro dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico. In caso contrario, la NATO perderebbe il suo significato». Anche il Canada ha espresso sostegno alla Groenlandia, annunciando che la ministra degli Esteri Anita Anand e la governatrice generale Mary Simon visiteranno l’isola a febbraio, occasione in cui verrà aperto un consolato. Mercoledì, Trump ha risposto alle critiche su Truth Social, insistendo sul fatto che l’America resterà fedele alla NATO. «Russia e Cina non hanno alcun timore della NATO senza gli Stati Uniti, e dubito che la NATO ci sosterrebbe se ne avessimo davvero bisogno», ha scritto in maiuscolo. «Saremo sempre lì per la NATO, anche se loro non ci saranno per noi».
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