Mamdani alla prova di New York
Dall'assistenza all'infanzia alla tassazione dei più ricchi, fino al rapporto inatteso con Trump: come il sindaco socialista di New York sta riadattando la sua agenda alla prova del potere.
L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York ha attirato sin dall’inizio un’attenzione mediatica fuori dall’ordinario. L’ascesa, nella metropoli che più di ogni altra incarna il capitalismo globale, di un primo cittadino che si definisce apertamente “socialista democratico” ha alimentato aspettative molto alte nel campo progressista, suscitando al tempo stesso timori e diffidenze in altri settori dello spettro politico. A rendere il quadro ancora più rilevante è il peso stesso della carica: il sindaco di New York guida un’amministrazione che conta centinaia di migliaia di dipendenti, una macchina paragonabile, per dimensioni, al numero di residenti di città come Pittsburgh i Cincinnati, e dispone di ampi poteri di nomina e indirizzo politico.
Proprio per questo, i primi mesi del suo mandato sono stati osservati come un banco di prova decisivo: cosa è riuscito a fare davvero Mamdani e come sta adattando le promesse della campagna alla realtà del governo cittadino?
Mamdani e la politica sulle tasse
Se si guarda ai risultati politici ottenuti da Zohran Mamdani in questi primi mesi, non si può fare a meno di partire dai due assi portanti della sua campagna elettorale: da un lato, la volontà di tassare i redditi più alti; dall’altro, l’espansione dell’assistenza all’infanzia. I due elementi non sono semplicemente affiancati, ma strutturalmente intrecciati: nella visione del sindaco, il secondo dovrebbe essere finanziato dal primo.
Sul fronte fiscale, la proposta principale avanzata riguarda l’aumento dell’imposta sul reddito per i contribuenti più ricchi e, più in generale, una maggiore tassazione di grandi patrimoni e grandi società. Si tratta di una proposta non di semplice realizzazione, in virtù di una serie di vincoli legali che limitano il potere del primo cittadino sulle questioni fiscali. Qualsiasi modifica in questo senso, infatti, necessita di essere mediata e discussa con gli organi statali, e in questo caso con la governatrice Kathy Hochul. L’unica eccezione è rappresentata dall’imposta locale sulla proprietà, che richiede solo l’approvazione del sindaco e del Consiglio comunale.
Fra il sindaco e la governatrice, in questi mesi ci sono state differenti visioni su come procedere con la tassazione. La forma più vicina ad un accordo è stata una proposta presentata lo scorso 15 aprile con un video diventato fin da subito particolarmente virale. Mamdani e Hochul hanno proposto una tassa sulle seconde case (la prima del suo genere nello Stato). L’imposta si applicherebbe agli immobili di lusso, con un valore superiore a 5 milioni di dollari, di proprietà di persone che hanno una residenza principale al di fuori di New York. Al momento, sottolinea il New York Times, non ci sono ancora grossi dettagli su come questa tassa debba funzionare, né sul tipo di accoglienza che potrebbe avere una volta che si arriverà a discuterla negli organi politici, ma l’auspicio è che grazie ad essa si possano raccogliere circa 500 milioni di dollari annui per finanziare la spesa sociale.
Proprio su questa proposta emergono però alcune criticità più puntuali, che aiutano a chiarirne la portata effettiva. In primo luogo, le stime sul gettito restano incerte: se la cifra di circa 500 milioni di dollari annui è quella indicata dall’amministrazione statale, diverse valutazioni suggeriscono che potrebbe risultare inferiore, anche per effetto di possibili comportamenti di adattamento da parte dei proprietari, come la riconversione degli immobili o la cessione a familiari in modo da renderle prime case. A ciò si aggiungono questioni tecniche legate alla determinazione del valore degli immobili, che a New York risulta spesso inferiore rispetto ai prezzi di mercato, rendendo più complessa l’individuazione precisa della base imponibile.
Questi elementi si inseriscono in un confronto più ampio tra la giunta cittadina e lo Stato, che nei primi mesi si è sviluppato proprio attorno a proposte fiscali specifiche. Tra queste, la richiesta avanzata insieme alla speaker Julie Menin di intervenire sulla Pass Through Entity Tax, riducendo il credito fiscale per alcune imprese, con un gettito potenziale stimato fino a 1 miliardo di dollari annui. Anche questa ipotesi, tuttavia, ha incontrato una chiusura netta da parte della governatrice Kathy Hochul, che ha ribadito la contrarietà a nuovi aumenti di imposta, rivendicando al contrario le risorse già destinate alla città.
I finanziamenti per l’infanzia
Un’altra grande priorità, ambito in cui si registrano i primi passi avanti, è quella relativa all’ampliamento dell’accesso ai servizi di assistenza all’infanzia. La centralità riservata a questo intervento si lega soprattutto all’impatto che tale voce di spesa ha sui bilanci delle famiglie, potendo arrivare a costare anche fino a 40.000 dollari annui. L’obiettivo dell’accesso completo e gratuito ai servizi per l’infanzia è ancora lontano (oltre ad essere, per molti critici, impossibile da realizzare), ma dei risultati sono comunque arrivati. Anche in questo caso è stato decisivo l’intervento statale e la collaborazione con Kathy Hochul, che ha permesso di stanziare 1,2 miliardi di dollari per aumentare la platea di beneficiari dei voucher e per avviare, almeno in fase iniziale, l’estensione del servizio alle fasce d’età più basse.
Accanto a questo primo livello di finanziamento pubblico, si registrano i primi passi sul piano dell’implementazione concreta. L’amministrazione ha infatti annunciato il lancio del programma per i bambini di due anni (il cosiddetto 2-K), con circa 2.000 posti gratuiti previsti già a partire dall’autunno, destinati inizialmente alle aree con maggiore domanda e pensati per essere ampliati progressivamente nei prossimi anni. Non si tratta soltanto di un’estensione quantitativa, ma anche qualitativa: una parte dei nuovi servizi è strutturata su base annuale e a tempo pieno, nel tentativo di renderli compatibili con i tempi di lavoro delle famiglie. Allo stesso tempo, la costruzione di questo sistema resta fortemente condizionata dal tema delle risorse. Oltre ai fondi statali, l’amministrazione ha avviato una campagna di raccolta fondi presso donatori privati, con l’obiettivo di reperire circa 20 milioni di dollari attraverso un fondo dedicato, destinato a sostenere i fornitori di servizi, la formazione della forza lavoro e le attività di accesso per le famiglie.
In prospettiva, tuttavia, restano aperte alcune questioni strutturali. Da un lato, il costo complessivo del programma è destinato a crescere sensibilmente negli anni successivi, ben oltre le risorse fin qui stanziate per la fase iniziale. Dall’altro, la possibilità di un’estensione su larga scala dipende anche dalla capacità di rafforzare il settore dell’assistenza all’infanzia, a partire dal reclutamento e dalla remunerazione degli operatori.
E invece, con le altre proposte?
Accanto ai due pilastri principali della sua agenda, una parte significativa dell’azione di governo di Zohran Mamdani si è confrontata con il tentativo di dare attuazione ad alcune delle promesse più ambiziose della campagna elettorale. È il caso della creazione del Dipartimento per la Sicurezza della Comunità, pensato come alternativa alla gestione tradizionale delle emergenze da parte della polizia, con operatori civili specializzati incaricati di intervenire nei casi di crisi psichiatrica non criminale. Nella sua formulazione originaria, il progetto prevedeva un investimento di circa un miliardo di dollari l’anno. Si tratta di un livello di spesa difficilmente implementabile, alla luce dei vincoli di bilancio emersi nei primi mesi. Non sorprende quindi che l’amministrazione abbia optato per una versione iniziale molto più limitata, fondata sul rafforzamento di strumenti già esistenti e su un approccio graduale, a partire dall’espansione di B-HEARD, il programma che collega operatori della salute mentale alle chiamate al 911.
Una dinamica analoga si ritrova anche sul fronte dei trasporti. La promessa di rendere gratuiti gli autobus su scala cittadina, uno dei punti più caratterizzanti della campagna, appare difficilmente realizzabile nel breve periodo, soprattutto per l’assenza di coperture finanziarie e per la mancata inclusione della misura nel bilancio statale. In questo contesto, l’amministrazione si sta orientando verso soluzioni più circoscritte, puntando su programmi pilota e su interventi mirati, mentre prosegue il lavoro su progetti già avviati, come il potenziamento delle corsie preferenziali su arterie strategiche rimaste a lungo in sospeso.
È invece sul piano degli interventi più immediati che l’azione di governo ha mostrato maggiore continuità. Mamdani ha insistito su un approccio centrato sul rafforzamento dei servizi urbani, quello che ha definito, con una formula efficace, una forma di “socialismo dei servizi”, traducendolo in una serie di interventi concreti: dalla riparazione di oltre 100.000 buche al rilancio delle piste ciclabili, fino alla rimozione di impalcature da complessi di edilizia popolare e all’avvio di un piano per nuovi bagni pubblici. In questa logica si inseriscono anche alcune proposte più sperimentali, come l’apertura di supermercati municipali, a partire da East Harlem, con l’obiettivo di incidere sul costo dei beni alimentari. Si tratta di un progetto ancora in fase embrionale, che ha suscitato scetticismo sulla sua sostenibilità e sulla capacità della città di competere con il settore privato, ma che presenta un elemento non secondario: può essere realizzato direttamente attraverso strumenti già sotto il controllo della giunta, come la Economic Development Corporation. Va inoltre considerato che i margini di guadagno dei supermercati sono già molto bassi e il problema dell’alto prezzo degli alimenti non si risolve in questo modo.
Infine, un banco di prova significativo è stato rappresentato dalla gestione delle emergenze. Le tempeste invernali che hanno colpito New York nei primi mesi del mandato hanno evidenziato alcune difficoltà iniziali, in particolare nella gestione delle persone senza fissa dimora durante le ondate di gelo. Tuttavia, nella fase successiva l’amministrazione ha mostrato una maggiore capacità di adattamento, rafforzando le misure di emergenza e migliorando il coordinamento degli interventi.
Il Mamdani in campagna elettorale e il Mamdani sindaco
Nel descrivere i primi mesi di Mamdani da sindaco, POLITICO ha utilizzato una formula particolarmente interessante, scrivendo che «Il candidato Zohran Mamdani potrebbe non riconoscere il sindaco Zohran Mamdani». Questa frase coglie con efficacia un punto centrale di questi primi mesi di mandato, perché evidenzia la tensione fra la volontà di tenere fede a molte promesse della campagna elettorale e l’esigenza di fare i conti con i vincoli che pone il governo di una realtà complessa come quella della Grande Mela.
Un caso emblematico di questa dualità e delle modalità con cui Mamdani ha dovuto fare i conti con i compromessi è nella gestione dell’apparato amministrativo e della sicurezza pubblica. Dopo l’insediamento, il sindaco ha in larga parte delegato il controllo operativo del dipartimento di polizia a una figura più moderata come Jessica Tisch, mantenuta nel ruolo nonostante le forti critiche espresse in passato. Quest’ultima, in più occasioni, ha assunto posizioni pubbliche non allineate a quelle della giunta (cosa che ha generato un certo malcontento fra le file della sinistra radicale). Nonostante ciò, Mamdani ne ha difeso l’operato, rivendicando i risultati sul calo dei reati e mostrando una disponibilità al compromesso difficilmente immaginabile nella fase elettorale.
Un secondo elemento di discontinuità riguarda il rapporto con il contesto politico e istituzionale. Mamdani si trova a governare in un equilibrio che lo obbliga a negoziare costantemente: con un Consiglio comunale guidato da una figura più moderata come Julie Menin, con una governatrice, Kathy Hochul, inizialmente oggetto di critiche e oggi sostenuta nella rielezione, e con un elettorato democratico più ampio della sua base militante, che include anche segmenti rimasti diffidenti nei suoi confronti, come una parte rilevante della comunità ebraica newyorkese. In un quadro così articolato, la costruzione di un assetto stabile si è rivelata tutt’altro che lineare, e il sindaco ha spesso dovuto muoversi tra aggiustamenti e mediazioni non sempre riusciti.
Il fattore che più di tutti ha inciso su questo processo di adattamento è però il vincolo di bilancio. La scoperta di un deficit nell’ordine di miliardi di dollari, ridimensionato nel tempo ma comunque significativo, ha costretto l’amministrazione a rivedere tempi e modalità di attuazione di molte promesse. Alcune misure sono state rinviate o ridotte, come l’espansione dei voucher abitativi o la creazione su larga scala del Dipartimento per la Sicurezza della Comunità; altre sono state ridefinite, come nel caso della gestione delle scuole pubbliche o della riduzione delle dimensioni delle classi. Anche proposte simboliche, come l’aumento della property tax, sono state rapidamente accantonate di fronte alle resistenze politiche e sociali.
Questo processo non è privo di rischi politici. Una parte dei suoi alleati più a sinistra guarda con sospetto a questo progressivo spostamento verso il centro, in particolare sulle politiche di sicurezza, temendo un indebolimento dell’impianto originario della sua agenda. Allo stesso tempo, però, i sondaggi restituiscono un quadro più sfumato: se da un lato il livello di approvazione resta relativamente contenuto, tra il 43% e il 48%, dall’altro una maggioranza dei cittadini ritiene che la città si stia muovendo nella direzione giusta e riconosce al sindaco impegno e capacità di gestione. È in questo equilibrio, ancora instabile, tra coerenza ideologica e adattamento pragmatico che si gioca, almeno per ora, la traiettoria del Mamdani sindaco.
Mamdani e lo strano rapporto con Trump
Uno dei risultati che i giornali riconoscono a Mamdani è stato quello di saper instaurare un dialogo con il presidente Trump, cosa che sulla carta si preannunciava parecchio complicata. Durante la campagna elettorale, infatti, l’inquilino della Casa Bianca aveva più volte attaccato quello che definiva un candidato comunista, minacciando di arrivare a tagliare i fondi federali alla città di New York. Questa non sarebbe stata certo una novità: soprattutto in relazione alle politiche migratorie, il tycoon si è scontrato più volte con sindaci e governatori democratici, a volte in maniera abbastanza violenta. Con il primo cittadino di New York, invece, la relazione, se non buona, è stata quantomeno cordiale. Come ha sottolineato alla BBC Lincoln Mitchell, docente alla Columbia University’s School of International and Public Affairs, Mamdani sembra aver trovato un equilibrio che pochi altri politici americani sono stati in grado di raggiungere: relazionarsi con Trump senza incorrere nella sua ira, pur non essendo accondiscendente nei suoi confronti.
L’esempio più lampante, forse, è stato un incontro tenuto fra i due alla Casa Bianca lo scorso novembre in cui, osserva POLITICO, al contrario degli scontri che ci si poteva attendere, c’è stata una sorta di festa con entrambi che si sono scambiati elogi per aver cercato soluzioni al problema del costo della vita. Lo stesso Trump, non a caso, aveva commentato l’incontro sottolineando: “abbiamo avuto una conversazione interessante, e alcune delle sue idee coincidono con le mie”. Si tratta di una scelta indubbiamente strategica, visto che il resto delle politiche portate avanti da Mamdani non potrebbero essere più distanti da quelle di Trump. Al tempo stesso, però, testimonianza proprio quella dose di pragmatismo che non sta mancando in questi primissimi mesi.




