Nei Democratici è già iniziata la corsa per la Casa Bianca
Alle primarie per le elezioni del 2028 mancano circa due anni, ma la corsa è già iniziata
È passato più di un anno e mezzo dal voto del 2024, ma fra poco inizierà già la lunga campagna elettorale che porterà al voto del 2028. Si tratta di una sfida che sarà accesa soprattutto nel campo dei Democratici, dove ci si attende un lungo confronto fra tantissimi candidati per strappare la nomina alla corsa verso la Casa Bianca. Tutto questo, però, si inserisce nel difficile quadro in cui versa il partito, che ha dalla sua l’impopolarità di Trump per far bene nelle prossime midterm, ma che non ha ancora né una leadership riconosciuta né un messaggio comune. La corsa presidenziale, del resto, è già cominciata, anche se nessuno dei principali aspiranti l’ha ancora annunciata: i possibili candidati stanno visitando gli Stati che apriranno le primarie, accumulando denaro nei propri comitati politici e pubblicando autobiografie. In questo scenario, dietro i vari nomi si intravedono progetti molto diversi: c’è chi vuole riconquistare l’America rurale e moderata, chi promette di combattere Trump con maggiore aggressività, chi pensa di poter ricomporre la coalizione del 2024 e chi propone una rottura populista con l’establishment.
Un partito in cerca di un salvatore
Chi ha attraversato il paese in questi mesi ha infatti trovato, come ha raccontato un lungo reportage di The Atlantic, «un partito politico alla ricerca di qualcosa»: un messaggio vincente, una nuova identità, nuovi leader, l’inafferrabile salvatore in qualunque forma potesse presentarsi. Per buona parte del 2025 i Democratici sono rimasti bloccati in uno stato di prostrazione più lungo del normale, tramortiti dall’epilogo degli anni di Joe Biden, inclini all’autocommiserazione e alle liti interne. Il partito non è riuscito nemmeno a concordare una diagnosi, tanto che negli ultimi anni sono proliferate analisi che individuano cause tra loro molto diverse. Alcune rintracciano la colpa nella distanza da una classe lavoratrice che ormai percepisce i Democratici come «woke, deboli e scollegati dalla realtà». Altre, come quella del gruppo dati WelcomePAC, insistono soprattutto sullo spostamento a sinistra su criminalità e immigrazione, che avrebbe allontanato gli elettori moderati. Altre ancora, all’opposto, sostengono che il problema sia semmai la scarsa radicalità del partito, soprattutto sul terreno economico. Non è mancato, infine, chi ha rimesso in discussione l’idea stessa che la frattura decisiva sia quella tra moderati e progressisti.
È il caso della senatrice del Michigan Elissa Slotkin, secondo cui soffermarsi su quella contrapposizione è «un approccio ormai in parte superato»: la divisione che conta davvero, sostiene, è un’altra, quella tra i dirigenti disposti «a combattere e passare all’offensiva» e quelli che si limitano ad aspettare che Trump se ne vada. È una lettura che trova conferma nel malumore della base: secondo un sondaggio CBS News/YouGov di giugno il 71 per cento degli elettori democratici giudica il partito inefficace nell’opporsi a Trump, mentre per un Reuters/Ipsos dello stesso mese il 62 per cento chiede una nuova leadership. Tutto ciò, però, non va confuso con un’ondata d’affetto verso l’opposizione. Gli americani disapprovano ampiamente la gestione di Trump su economia, immigrazione e costo della vita — i tre temi che lo avevano riportato alla Casa Bianca — e a novembre un sondaggio Gallup lo dava al 36 per cento, minimo del secondo mandato.
Le correnti, più che i nomi
Proprio per questo, negli ultimi mesi è cominciata una corsa sotterranea: gli aspiranti candidati misurano il sentimento popolare, si muovono verso i primi Stati al voto e ciascuno prova a proporre la propria chiave per rilanciare la credibilità del partito. Le soluzioni ricalcano le fratture del dibattito, e la più affollata è quella di chi punta a riconquistare gli elettori che si sono allontanati, convinto che il vero problema sia stata l’incapacità di parlare a una parte del paese. È ad esempio il caso di Andy Beshear, governatore del Kentucky rieletto in uno Stato che Trump ha vinto con oltre trenta punti, nonché presidente dell’associazione dei governatori democratici: ha già visitato South Carolina, New Hampshire e Iowa e ha in uscita un libro sulla propria fede cristiana, con cui prova ad allargare un profilo nazionale ancora modesto. Resta però un nome poco conosciuto fuori dal suo Stato, e il suo approccio bipartisan rischia di non scaldare gli elettori delle primarie. Su un terreno simile si muove Josh Shapiro, popolare governatore della Pennsylvania in corsa per la rielezione a novembre con una dotazione di circa 38 milioni di dollari: il suo argomento è di saper governare anche con una maggioranza avversa, e conta di dimostrarlo strappando ai Repubblicani il Senato dello Stato per completare quella che in America si chiama trifecta, ovvero il controllo simultaneo del governatorato e di entrambe le camere legislative, che gli permetterebbe di far approvare in fretta misure popolari su casa e costo della vita. La sua vicinanza a Israele, però, in un momento di crescente critica dentro il partito, resta un punto delicato.
Alla stessa scommessa — riconquistare chi se n’è andato — rispondono, con armi diverse, altri tre nomi che fanno leva più sulla capacità di comunicare e di dialogare che sul radicamento territoriale. Pete Buttigieg, ex segretario ai Trasporti e già candidato nel 2020, è un abile oratore che non teme di andare a discutere perfino su Fox News e ha oltre cinque milioni di dollari nel proprio comitato, ma trascina un rapporto storicamente fragile con l’elettorato nero e la scarsa esperienza di governo, avendo guidato solo la città di South Bend prima dell’incarico federale. Diverso il profilo di Mark Kelly, senatore dell’Arizona, ex astronauta della NASA e pilota della Marina, che dispone della cassa più ricca di tutti i possibili candidati — oltre 22 milioni di dollari — e di una forte credibilità sul controllo delle armi come marito di Gabby Giffords, sopravvissuta a un attentato nel 2011. Da poco è stato inoltre al centro di uno scontro con l’amministrazione, che aveva definito «punibile con la morte» un suo video in cui ricordava ai militari il dovere di non eseguire ordini illegali, poi archiviato in tribunale a suo favore. A chiudere il gruppo c’è Ruben Gallego, l’altro senatore dell’Arizona: di origini operaie e latine, veterano dei Marines, ha costruito la propria immagine proprio sulla capacità di tornare a parlare alla classe lavoratrice e all’elettorato ispanico, dopo aver vinto il seggio in uno Stato che Trump si è aggiudicato lo stesso anno.
Un secondo approccio fa invece della combattività la propria bandiera, ed è quello dei governatori che dell’opposizione frontale a Trump hanno fatto un’identità. Gavin Newsom, in California, ha trasformato i social in un’arma contro il presidente — arrivando a ironizzare sulla sua età — gli ha fatto causa per l’invio della Guardia nazionale a Los Angeles e ha guidato la ridefinizione dei collegi elettorali per rispondere ai Repubblicani. Newsom ha da poco pubblicato un libro di memorie e, ammettendo di essere «diventato una caricatura di se stesso», prova ora a ripulire l’immagine di governatore liberal patinato, mentre i rivali potrebbero rinfacciargli i primati negativi dello Stato su benzina, tasse e senzatetto. Sulla stessa linea, ma con mezzi propri, si muove J.B. Pritzker, in Illinois: ha alzato la voce contro l’uso delle truppe federali nelle città e, da erede miliardario dell’impero alberghiero Hyatt, può contare su un patrimonio che lo rende indipendente dai donatori, esponendolo però all’accusa di essere lontano da chi arranca economicamente.
C’è poi chi rappresenta, più che una scommessa sul futuro, la continuità con il passato più recente e l’idea di poter ricomporre la coalizione che ha portato Biden alla Casa Bianca. È il caso di Kamala Harris, che dopo la sconfitta e la rinuncia alla corsa per il governatorato della California continua a non escludere una nuova candidatura, che sarebbe però la terza: il legame con Biden e le polemiche sulla sua uscita tardiva dalla corsa dell’anno scorso restano un peso difficile da scrollarsi di dosso. All’estremo opposto si colloca la scommessa di una rottura populista con l’establishment, il cui volto è Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata di New York erede delle due campagne di Bernie Sanders, capace di riempire le piazze e restia a escludere una candidatura: «La mia ambizione è cambiare questo paese», ha detto. È popolarissima tra la base, ma i Repubblicani non aspettano altro che dipingerla come l’emblema della sinistra più radicale, tra tasse sui ricchi e programmi pubblici; sulla sua stessa lunghezza d’onda si muove il deputato californiano Ro Khanna, che scioglierà la riserva dopo le midterm.
Attorno a queste correnti ruotano poi altri nomi che tengono aperta la porta, dai senatori Chris Murphy e Cory Booker all’ex sindaco di Chicago Rahm Emanuel, che invoca un rinnovamento del centrismo pur restando intorno all’uno per cento nei sondaggi. Restano invece defilate, almeno per ora, due figure a lungo attese: il governatore del Maryland Wes Moore e la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer.
Il nuovo calendario e i favoriti
A dare alla corsa la sua prima cornice concreta è stata, il 24 luglio, la decisione con cui una commissione del Comitato nazionale democratico ha riscritto il calendario delle primarie del 2028. Per decenni la stagione si era aperta con i caucus dell’Iowa e con il voto del New Hampshire. Ora, confermando la scelta già compiuta da Biden nel 2024, il partito ha messo in cima alla fila la South Carolina, che voterà il 22 gennaio 2028, seguita da Nevada (1 febbraio), New Hampshire (8), New Mexico (15), Michigan (22) e Virginia (29). La commissione ha preferito la South Carolina al Nevada per 26 voti a 19, ma la partita non è chiusa: la ratifica del Comitato al completo è attesa ad agosto, e sia il New Hampshire — la cui legge statale impone di votare per primo — sia l’Iowa minacciano di tenere comunque le proprie consultazioni in anticipo, in violazione delle regole.
La scelta non è tecnica, ma politica. Mettere davanti a tutti la South Carolina, Stato a forte presenza afroamericana, significa consegnare il primo verdetto all’elettorato più fedele al partito, e non a caso lo scontro in commissione ha diviso i democratici neri dai latinos, che spingevano per il Nevada: chi vota per primo pesa più di ogni altro nel disegnare la nomination. È un dettaglio che tocca da vicino Kamala Harris, oggi lontana dai vertici dei sondaggi nazionali ma ancora prima tra gli elettori afroamericani, che proprio in South Carolina potrebbe trovare la rampa di lancio per rientrare in gioco.
Quanto ai favoriti, con le midterm di novembre ancora di mezzo — la scadenza dopo la quale quasi tutti dicono che decideranno — il campo resta apertissimo, e nessuna delle correnti ha finora prodotto un padrone. Il sondaggio nazionale Emerson del 19-20 luglio fotografa questo equilibrio: Buttigieg in testa con il 19 per cento, Newsom al 17, quindi Jon Ossoff e Ocasio-Cortez appaiati al 13, mentre Harris è scivolata all’8, dietro perfino a Beshear. Colpisce soprattutto l’ascesa di Ossoff, senatore della Georgia quasi assente dalle liste dei papabili fino a pochi mesi fa e oggi tra i primi quattro.
Il resto della mappa conferma che non esiste un favorito unico, ma tanti favoriti locali, ciascuno forte dove il terreno gli è più congeniale. In New Hampshire Ocasio-Cortez ha appena superato Buttigieg per la prima volta; in Michigan è Harris a guidare, intorno al 25 per cento; in California Newsom precede la stessa Harris tra gli elettori democratici. È lo specchio di un partito che non ha ancora scelto tra le sue anime — l’elettoralità del centro, la rabbia anti-Trump, la ricomposizione del passato, il populismo di sinistra — e che, per la prima volta da anni, ha di nuovo un calendario, e presto una gara vera, su cui misurarle.


