Questa settimana abbiamo pubblicato l’aggiornamento del modello di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 3 novembre, quando si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Per la prima volta il modello stima le probabilità che ciascun partito controlli i due rami del Congresso. Oggi, a 72 giorni dal voto, dà ai democratici 80 possibilità su 100 di conquistare la maggioranza alla Camera e 54 su 100 al Senato. Sono i numeri di un’elezione di metà mandato molto favorevole all’opposizione, come succede quasi sempre quando il presidente è impopolare. La media nazionale dei sondaggi dà i democratici avanti di 5,4 punti, mentre l’approvazione di Donald Trump è sotto il 40 per cento dall’inizio della guerra con l’Iran.
Proprio i numeri molto favorevoli ai Democratici hanno aperto questa settimana un dibattito tra gli analisti americani. Un sondaggista repubblicano ha mostrato che negli ultimi quattro cicli i sondaggi estivi sulle gare per il Senato hanno sovrastimato i democratici di quasi 6 punti e che la distorsione si riduce verso novembre. Nate Silver e G. Elliott Morris, due degli analisti più seguiti, hanno risposto che quel precedente dice meno di quanto sembri. Vediamo prima il modello, poi il dibattito.
Cosa dice il modello aggiornato
La versione presentata a giugno indicava chi era in vantaggio in ciascuna gara e misurava l’incertezza solo al Senato, con 10 mila simulazioni che non venivano mostrate ai lettori. La nuova versione simula 50 mila volte l’intera elezione, Camera e Senato insieme. In ogni simulazione il modello parte dalle stime delle singole gare, aggiunge i possibili errori dei sondaggi e delle altre fonti e alla fine conta quante volte ciascun partito arriva alla maggioranza. Gli errori dei sondaggi raramente sono indipendenti tra loro, come successe nel 2016 e nel 2020 a danno dei repubblicani. Per questo il modello simula anche uno scostamento comune a tutte le gare, che a 72 giorni dal voto in due casi su tre resta entro i tre punti e nel restante terzo li supera. Negli scenari in cui i sondaggi sovrastimano i democratici, la correzione colpisce insieme Camera e Senato.
Prima di pubblicare le probabilità abbiamo messo il modello alla prova sulle elezioni di metà mandato del 2018 e del 2022, ricostruite giorno per giorno con i soli sondaggi disponibili in quel momento, per oltre 20 mila previsioni confrontate con i risultati veri. La media nazionale dei sondaggi reagisce ora più in fretta alle nuove rilevazioni, perché la versione di giugno restava indietro quando il clima cambiava. L’incertezza sulle singole sfide per il Senato è stata quasi raddoppiata, perché quella stimata prima era circa la metà di quella osservata nella realtà. Al Senato entra anche la raccolta fondi dei candidati, presa dai registri della Federal Election Commission, l’autorità federale sul finanziamento delle campagne, perché nelle gare con pochi sondaggi le donazioni sono uno dei segnali più concreti della forza di una candidatura.
Si vota in 435 collegi, ma i sondaggi locali ne coprono una piccola parte, mentre per oltre 150 collegi esistono le valutazioni degli esperti americani, che da decenni classificano ogni sfida su una scala che va dalla gara sicura a quella in bilico. Abbiamo raccolto quasi 93 mila giudizi pubblicati nei cicli del 2018, del 2022 e del 2026 e misurato cosa significa in pratica ogni etichetta per ogni esperto, cioè con quale margine finiscono in media le gare di ogni categoria. Nei test sul passato l’errore sul numero totale di seggi si è quasi dimezzato nel 2018 e ridotto di quasi due terzi nel 2022. Per il Senato lo stesso metodo non ha superato la prova, perché le sfide decisive sono già coperte da molti sondaggi. Una modifica entra nel modello solo se migliora le previsioni sulle elezioni passate, una regola che ha fatto scartare molte idee.
L’effetto sulle proiezioni è stato limitato: alla Camera i seggi democratici sono passati da 227 a 225 e i collegi in bilico da 19 a 25, perché la nuova versione riflette meglio l’incertezza dove quella vecchia era troppo sicura. Oggi il modello assegna ai democratici 215 collegi e ai repubblicani 195, con 25 in bilico. Attribuendo anche quelli a chi è avanti, il risultato è 225 a 210, mentre nelle simulazioni la media è di 229 seggi democratici e nel 90 per cento dei casi il partito finisce tra 207 e 253 seggi (la maggioranza è a 218). Il generic ballot, cioè la domanda che chiede agli elettori quale partito voterebbero per il Congresso senza nominare i candidati, dà i democratici al 47 per cento e i repubblicani al 42, un vantaggio di 5,4 punti su una media di 520 sondaggi. Il primo gennaio il vantaggio era di 3,7 punti ed è fermo sui livelli attuali dai primi di agosto.
Al Senato i repubblicani hanno oggi 53 seggi contro 47, quindi ai democratici serve un guadagno netto di quattro seggi per arrivare a 51, perché in caso di parità decide il vicepresidente JD Vance. Quest’anno si vota per 22 seggi repubblicani e 13 democratici. Il modello conta 47 seggi sicuri o probabili per parte, con sei in bilico: Alaska, Ohio, Texas, Maine, Michigan e Iowa. Assegnando ogni seggio in bilico a chi è avanti anche di pochi decimali, i democratici arriverebbero a 52, mentre nelle simulazioni la mediana è 51 e nel 90 per cento dei casi il partito finisce tra 46 e 55 seggi, da cui le 54 possibilità su 100. Messe insieme le due camere, i democratici le conquistano entrambe in 52 simulazioni su 100, prendono solo la Camera in 28 e i repubblicani tengono tutto in 17.
Jon Ossoff in Georgia vince in 91 simulazioni su 100 e Roy Cooper, l’ex governatore candidato in North Carolina per il seggio lasciato libero dai repubblicani, in 86. Nelle sfide in bilico Mary Peltola in Alaska contro il senatore uscente Dan Sullivan vince 67 volte su 100, Sherrod Brown in Ohio contro il repubblicano Jon Husted 67, James Talarico in Texas contro Ken Paxton 62, Troy Jackson in Maine contro Susan Collins 55 e Abdul El-Sayed in Michigan contro Mike Rogers 54, mentre in Iowa Josh Turek contro Ashley Hinson è a 45. In Nebraska l’indipendente Dan Osborn batte il senatore repubblicano Pete Ricketts in 26 casi su 100. Giovedì Cook Political Report, la più nota agenzia di valutazione delle gare, ha spostato Texas e Iowa da “lean Republican” a “tossup”, due Stati che Trump vinse nel 2024 con più di 13 punti. Più in basso resta la Florida, dove la socialista-democratica Angie Nixon ha vinto a sorpresa la primaria di martedì ed è a 8.
Secondo la nostra media, Trump ha il 37 per cento di approvazione e il 58 per cento di disapprovazione. Il saldo di -20,7 punti dopo 572 giorni di mandato è il peggiore di qualsiasi presidente del dopoguerra, sotto il -19,5 di Joe Biden allo stesso punto del 2022, ed è il primo motivo di un clima così favorevole all’opposizione.
Il calo segue da vicino il prezzo della benzina, perché la guerra con l’Iran iniziata il 28 febbraio tiene bloccato lo Stretto di Hormuz, il greggio è risalito e la benzina è tornata sopra i 4 dollari al gallone. A luglio le vendite al dettaglio sono scese dello 0,6 per cento e ad agosto la fiducia dei consumatori è calata dell’8 per cento, con il calo più netto tra i repubblicani.
Per Pew Research, in un sondaggio di luglio su 3.554 adulti, il 42 per cento degli americani descrive il proprio voto di novembre come un voto contro Trump e il 22 per cento come un voto a favore. Nelle 110 elezioni speciali tenute dal gennaio 2025, secondo i conteggi di The Downballot, i candidati democratici hanno fatto in media 12,5 punti meglio di Kamala Harris nel 2024.
Quanto può durare il vantaggio dei democratici
Il 18 agosto Patrick Ruffini, sondaggista della società repubblicana Echelon Insights, ha pubblicato un’analisi di 3.312 sondaggi sulle gare per il Senato degli ultimi quattro cicli, dal 2018 al 2024, presi dall’archivio di FiveThirtyEight. In ognuno dei quattro cicli il margine del candidato democratico è risultato sovrastimato. L’errore medio è stato di 3,7 punti a favore dei democratici e il 72 per cento dei sondaggi li ha dati meglio del risultato finale. L’errore tocca il massimo a fine luglio, 5,9 punti, comincia a scendere solo a fine agosto e si ferma a 2,6 punti il giorno del voto. Nelle elezioni di metà mandato i sondaggi sono arrivati accurati a novembre ma molto distorti d’estate, mentre negli anni presidenziali la distorsione è rimasta fino alla fine. Nell’agosto 2020 un sondaggio Quinnipiac diede alla pari in South Carolina il repubblicano Lindsey Graham e il democratico Jaime Harrison, che raccolse somme enormi e perse di 10 punti. Oggi Fox News dà Brown avanti di 8 punti in Ohio, dove nel 2024 fu avanti in quasi tutti i sondaggi prima di ottobre e poi perse, mentre Talarico e Peltola sono avanti in Texas e in Alaska.
D’estate la maggioranza dei sondaggi interroga gli elettori registrati o tutti gli adulti, mentre a novembre prevalgono quelli sui probabili elettori, che tengono conto di chi va davvero a votare. Nei cicli passati i democratici andavano meglio nei campioni larghi, quindi il passaggio ai probabili elettori produceva da solo una curva verso destra. Un sondaggio di agosto fotografa poi un elettorato che ha visto pochissima pubblicità, mentre i repubblicani hanno appena iniziato a spendere con gli spot del Senate Leadership Fund, il comitato vicino al leader della maggioranza John Thune, contro i candidati democratici in Iowa, Alaska, Maine e North Carolina. Jessica Taylor di Cook Political Report ha detto al sito NOTUS che in autunno le valutazioni potrebbero tornare verso i repubblicani.
Nate Silver ha risposto a Ruffini due giorni dopo sulla sua newsletter, Silver Bulletin, con un’obiezione di metodo prima che di merito. I 3.312 sondaggi vengono da quattro soli cicli e i risultati dentro ciascun ciclo sono fortemente correlati, perché se un sondaggio in South Carolina sovrastima Harrison quasi certamente lo fanno anche gli altri. Due di quei quattro cicli sono elezioni presidenziali, il 2020 e il 2024, quando i sondaggi sovrastimarono i democratici quasi ovunque, mentre nelle ultime due elezioni di metà mandato, il 2018 e il 2022, le rilevazioni furono accurate. Il modello di Silver, FLIPR, assume che gli errori siano correlati da uno Stato all’altro ma che possano favorire con la stessa probabilità i due partiti, quindi tiene aperti sia lo scenario in cui i democratici guadagnano sei o sette seggi al Senato sia quello in cui non ne guadagnano nessuno.
FLIPR stima il clima politico attuale intorno a un vantaggio democratico di 7,5 punti, quello che ci si aspetta in un’elezione di metà mandato contro un presidente con il 38 per cento di approvazione, ed è su questo quadro nazionale che Silver insiste di più. Nel 2022 i sondaggi delle singole gare erano molto favorevoli ai democratici mentre il quadro nazionale, con l’impopolarità di Biden, suggeriva il contrario, ma alla fine i due dati si incontrarono a metà strada. Quest’anno quella distanza non c’è e gli indicatori sono già allineati.
Il vantaggio di partecipazione che favoriva i repubblicani si è eroso e potrebbe essersi rovesciato, perché la coalizione democratica è ormai centrata sui laureati, che votano di più alle elezioni di metà mandato. Nei sondaggi di quest’anno che pubblicano entrambe le versioni i democratici di solito guadagnano in quella sui probabili elettori. Silver è anche sempre più scettico sulla possibilità che il clima nazionale cambi molto tra l’estate e l’autunno, perché con la polarizzazione alta gli elettori si schierano prima. Se i sondaggi sovrastimeranno ancora i democratici, scrive, sarà perché li avranno sovrastimati fin dall’inizio, più che per un cambiamento avvenuto tra agosto e novembre.
G. Elliott Morris, che cura la newsletter Strength In Numbers e il sito di sondaggi FiftyPlusOne, ha allargato il confronto ai sondaggi dal 1998 in poi. Il risultato è che la distorsione cambia direzione quasi a caso da un anno all’altro. La distorsione media dei quattro cicli precedenti ha indovinato la direzione di quella successiva in dieci casi su quattordici, mentre nel 2022 la storia recente prevedeva una sovrastima dei democratici di 3 punti e l’errore fu di 3 punti nella direzione opposta. Chi quell’anno avesse corretto i sondaggi per la distorsione passata, come fece RealClearPolitics spostandoli di 3 punti verso i repubblicani, avrebbe peggiorato l’errore in otto gare chiave su otto e assegnato ai repubblicani quattro gare in cui i sondaggi davano avanti i democratici. Per Morris i sondaggi estivi vanno trattati con la giusta incertezza, misurata sulla distribuzione storica degli errori, invece di essere corretti in anticipo in una direzione nota.
Il nostro modello corregge i sondaggi delle singole gare per le abitudini di ogni istituto e per il tipo di campione, senza spostarli in una direzione prestabilita, e penalizza quelli commissionati da una parte. A questo aggiunge lo scostamento generalizzato descritto sopra, che a 72 giorni dal voto vale circa tre punti in una direzione o nell’altra. Sul quadro nazionale, invece, il clima politico che entra nei fondamentali delle gare vale 4,3 punti a favore dei democratici, contro i 5,4 della media dei sondaggi. Il modello toglie infatti l’errore medio con cui i sondaggi sul generic ballot hanno sovrastimato i democratici dal 2010 in poi e aggiunge la deriva tipica delle elezioni di metà mandato, nelle quali il partito del presidente perde in media terreno fino al giorno del voto. Le 54 possibilità su 100 al Senato incorporano quindi sia la possibilità che i sondaggi sbaglino tutti insieme sia un vantaggio nazionale più piccolo di quello che si legge oggi nelle medie.
Quello che può cambiare il quadro da qui a novembre lo ha descritto lo stesso Silver all’inizio di agosto, ragionando sul 20 per cento di probabilità che i repubblicani tengano la Camera. Servirebbe un errore sistematico dei sondaggi come quelli degli anni presidenziali recenti, un miglioramento visibile dell’economia nel terzo trimestre, che passa da una de-escalation con l’Iran e da un calo della benzina, e la capacità di Trump di trasformare in tema nazionale l’idea che i democratici si siano spostati troppo a sinistra. Due di queste tre condizioni renderebbero la partita aperta, tutte e tre una tenuta repubblicana. Le prime risposte arriveranno dopo il Labor Day del 7 settembre, quando i sondaggisti passeranno ai campioni di probabili elettori e gli spot repubblicani entreranno nel vivo, mentre il modello continuerà ad aggiornarsi quattro volte al giorno fino al 3 novembre.







