Manca sempre meno alle prossime elezioni di metà mandato, che potrebbero cambiare radicalmente il volto della presidenza Trump. Se i risultati dovessero confermare le indicazioni dei sondaggi, infatti, il presidente rischierebbe di perdere il controllo della Camera e, forse, anche quello del Senato. Del resto, il tycoon arriva a questo appuntamento con un consenso particolarmente basso: nella rilevazione del Pew Research Center pubblicata l’8 ottobre, appena il 30% degli americani approva il suo operato. A questo si accompagnano una forte insoddisfazione per il caro vita e per la guerra in Iran, mentre si indebolisce la fiducia nella gestione dell’economia, uno dei punti di forza della campagna per il ritorno alla Casa Bianca.
A questo si aggiunge un fattore che va oltre le pur evidenti difficoltà dell’attuale amministrazione: quasi sempre, infatti, nelle elezioni di metà mandato il partito del presidente perde seggi alla Camera. Se guardiamo agli ultimi vent’anni, nelle cinque midterm disputate dal 2006 al 2022 ne ha ceduti in media circa 31, senza riuscire in nessuna occasione a invertire la tendenza. Alcune sconfitte, del resto, sono state particolarmente pesanti: nel 2006 i repubblicani di George W. Bush persero il controllo di entrambe le camere. Barack Obama, per fare un altro esempio, nel 2010 vide i democratici arretrare di ben 63 seggi alla Camera e sei al Senato, appena due anni dopo la sua conquista della Casa Bianca. Conservarono la maggioranza nella camera alta, ma dovettero cedere quella bassa agli avversari, subendo la più pesante perdita in quell’assemblea per un partito presidenziale nelle midterm dal secondo dopoguerra.
Anche nel primo mandato di Trump si assistette a quella che nel gergo politico viene chiamata blue wave, un’ondata democratica: nel 2018 il Partito Democratico riuscì a guadagnare ben 41 seggi alla Camera, riconquistandone il controllo, mentre i repubblicani ampliarono la propria maggioranza al Senato. Paradossalmente, a limitare i danni è stato un altro presidente impopolare in quel momento, Joe Biden. Alle elezioni del 2022, infatti, i democratici persero soltanto nove seggi alla Camera: abbastanza per consegnarla agli avversari, ma molti meno rispetto alle sconfitte appena ricordate. Al Senato riuscirono addirittura ad allargare la maggioranza, passando da 50 a 51, contando anche gli indipendenti alleati.
Perché i presidenti perdono (quasi) sempre?
Già nella seconda metà del Novecento, ci furono diversi studi che cercarono di spiegare perché il partito del presidente tendesse a perdere così frequentemente terreno nelle elezioni di metà mandato. James E. Campbell, in un lavoro del 1991, attribuì una parte delle perdite al venir meno del vantaggio delle presidenziali: il successo del candidato alla Casa Bianca può favorire anche quelli del suo schieramento al Congresso, ma due anni dopo quella spinta si ridimensiona. Il meccanismo, però, non bastava a spiegare tutto. Robert S. Erikson, nel 1988, aveva rilevato che la forza politica al governo risultava penalizzata anche tenendo conto dei risultati ottenuti alla Camera nelle consultazioni precedenti.
Altre ricerche hanno affrontato la questione guardando alle ragioni che spingono gli elettori a votare contro chi governa. Alberto Alesina e Howard Rosenthal, in un lavoro del 1989, proposero l’idea che le midterm potessero servire a controbilanciare il presidente: rafforzare l’opposizione al Congresso sarebbe un modo per limitarne le politiche, anche senza rinnegare la scelta fatta due anni prima. John W. Patty, in uno studio del 2006, si concentrò invece sull’avversione alle perdite, ipotizzando che chi si sente danneggiato dalle decisioni dell’amministrazione abbia una motivazione a partecipare più forte di chi ritiene di averne beneficiato.
È anche vero, però, che il contesto americano è profondamente cambiato rispetto a quello in cui nacquero le prime interpretazioni. Il crescente peso delle divisioni nazionali ha reso più difficile, per i candidati al Congresso, costruire un consenso indipendente dall’immagine del proprio partito: il giudizio sul presidente può quindi coinvolgere anche parlamentari apprezzati nel loro collegio. La polarizzazione, d’altra parte, può contenere le perdite. Come osservano Lynn Vavreck e altri studiosi nelle analisi sul 2022, una maggiore distanza tra gli schieramenti può trattenere gli elettori insoddisfatti, se considerano l’opposizione ancora meno accettabile.
Le ricerche più recenti hanno cercato inoltre di capire quanto questa reazione dipenda dalle scelte compiute durante il mandato. Jacob Holt, in uno studio pubblicato online nel 2024, ha trovato un’associazione tra il successo nell’approvare il programma presidenziale e maggiori perdite alle midterm, ma soltanto quando il partito del presidente controllava anche il Congresso. Secondo l’interpretazione proposta, disporre della Casa Bianca e delle due camere rende più facile attribuire alla maggioranza la responsabilità delle nuove politiche e può consentirle di varare provvedimenti più vicini alle preferenze della propria base, suscitando una risposta negativa tra gli altri elettori.
Una parte di questa reazione può manifestarsi attraverso la partecipazione, anziché attraverso il passaggio da un partito all’altro. Holt aveva già proposto, in un lavoro del 2022, di leggere le midterm come una mobilitazione di risposta dell’opposizione, soprattutto quando lo schieramento presidenziale concentra il controllo delle istituzioni. I dati sulle ultime elezioni mostrano quanto possa contare l’equilibrio nell’affluenza: secondo un’analisi Pew, nel 2022 tornò alle urne il 71% degli elettori di Trump del 2020, contro il 67% di quelli di Biden, e i guadagni repubblicani derivarono soprattutto da questo vantaggio.
Quanto rischia di perdere Trump
Ma quanto rischia di perdere Trump? Le indicazioni dei sondaggi sono particolarmente negative per il presidente: nella media di Silver Bulletin aggiornata al 9 ottobre, i democratici hanno un vantaggio di 8,9 punti nel generic ballot, la domanda che chiede agli elettori se intendano votare per un candidato democratico o repubblicano alla Camera. Un margine che rende la maggioranza attuale seriamente vulnerabile: il modello FLIPR Deluxe, aggiornato al 10 ottobre, assegna all’opposizione una probabilità di riconquistare l’assemblea vicina al 94%.
Al Senato, invece, bisogna guardare alle singole sfide. I democratici sembrano ben posizionati per difendere il seggio di Jon Ossoff in Georgia e conquistare quello della North Carolina, dove hanno schierato l’ex governatore Roy Cooper. Anche in Michigan Abdul El-Sayed è avanti a Mike Rogers, sebbene la maggiore divisione tra gli indipendenti suggerisca una competizione ancora aperta. Più incerto è il Maine: Susan Collins resta competitiva contro Troy Jackson, riuscendo a raccogliere un sostegno superiore a quello del proprio partito nonostante il clima sfavorevole ai repubblicani.
Il terreno di gioco, però, si è allargato anche a Stati che sembravano molto meno esposti. In Ohio, Sherrod Brown sta mettendo in difficoltà Jon Husted in un territorio che Trump aveva vinto nettamente nel 2024. Segnali favorevoli ai democratici arrivano inoltre da Texas e Kansas, mentre in Nebraska l’indipendente Dan Osborn insidia il seggio repubblicano. Il malcontento verso la Casa Bianca sta dunque costringendo il GOP a difendere anche alcune delle sue roccaforti, offrendo all’opposizione possibilità che all’inizio del ciclo apparivano difficili da immaginare.
La mappa, del resto, continua a rendere il Senato un obiettivo più difficile della Camera. I democratici e gli indipendenti alleati partono da 47 seggi: devono guadagnarne quattro per arrivare a 51, perché un pareggio lascerebbe ai repubblicani il controllo grazie al voto del vicepresidente JD Vance. Anche conservando tutti i propri seggi e conquistando North Carolina e Maine, servirebbero altre due vittorie, che devono arrivare necessariamente in stati nei quali Trump ha vinto nel 2024 in doppia cifra. Una sfida complessa, ma non impossibile.


