Perché la religione impatta così tanto sulla politica americana
Nel nostro approfondimento settimanale approfondiamo l'impatto della religione sulla politica americana e come questo sta cambiando con Donald Trump
Il rapporto fra politica e religione è stato sempre stato, in forme diverse, un aspetto che ha caratterizzato la politica americana. Al contrario di molti altri paesi del blocco occidentale, però, la situazione negli Stati Uniti è in parte diversa da altre nazioni che hanno vissuto la secolarizzazione, visto che almeno per certi aspetti oggi una cenetta retorica legata alla fede è più forte che in passato. Un articolo di Julie Butters, pubblicato poco prima delle elezioni del 2016 sulla rivista online della Boston University, tracciava una storia per certi versi particolare. Thomas Jefferson, eletto presidente degli Stati Uniti nel 1801, riuscì a raggiungere tale carica nonostante le sue posizioni critiche nei confronti della religione e la sua volontà di sostenere la separazione fra Chiesa e Stato. La giornalista sosteneva che una simile vicenda oggi sarebbe non così semplice da replicare, dal momento che la dimensione della fede religiosa appare ormai molto più centrale nella retorica politica, in particolare con una figura come Trump e con un Partito Repubblicano che sembra aver fatto di questo tema un elemento identitario.
Si tratta, certo, di una retorica ricca di contraddizioni: accanto alle preghiere pubbliche e alle ostentate professioni di fede del presidente americano permangono infatti post ai limiti della blasfemia — come quello in cui l’attuale inquilino della Casa Bianca si è ritratto nei panni di Gesù — o anche scontri espliciti con Papa Leone XIV. Al tempo stesso, però, tutto ciò testimonia come, a differenza di molti altri paesi occidentali secolarizzati, il lessico e l’iconografia religiosa continuino a mantenere un ruolo rilevante nel dibattito pubblico statunitense.
La religione e la politica USA
Fin dai tempi in cui i primi coloni arrivarono su quelle che oggi sono le coste statunitensi, la componente religiosa ha svolto un ruolo centrale nel plasmare la cultura americana. Questi erano in larga parte gruppi di credenti — puritani, quaccheri, battisti — in fuga dalle persecuzioni europee e, proprio per questo, fecero della libertà di culto uno dei propri principi fondativi. Non è un caso che il Primo Emendamento sancì la separazione tra Stato e Chiesa, pur senza tradursi in una marginalizzazione della fede, che continuava a permeare la società. Nel corso dell’Ottocento, questa presenza si rafforzò attraverso una serie di ondate di rinnovamento religioso — i cosiddetti Great Awakenings — che contribuirono a radicare la fede nella vita quotidiana e ad ampliarne la diffusione ben oltre le élite urbane. Predicatori itineranti e grandi raduni portarono il loro messaggio nelle aree di frontiera e tra i ceti popolari, con una forte enfasi sulla conversione personale. Questo contesto contribuì al rafforzamento di quella tradizione evangelica che ancora oggi rappresenta uno degli attori più rilevanti del panorama religioso statunitense: un cristianesimo centrato sulla Bibbia, sulla scelta individuale e su una partecipazione attiva dei fedeli.
Già in questa fase, la religione si intrecciò direttamente con alcune delle principali battaglie politiche e sociali del tempo: il movimento abolizionista, ad esempio, trovò nel linguaggio biblico una delle sue principali fonti di legittimazione. Nel corso dell’Ottocento, poi, questa dinamica si strutturò ulteriormente, con una progressiva differenziazione tra tradizioni religiose e culture politiche: da un lato vi era infatti un protestantesimo moralista, spesso vicino alle battaglie per la regolazione dei costumi. Dall’altro era presente un’area più pluralista, che includeva anche gli immigrati cattolici, meno inclini ad accettare l’imposizione di norme morali di matrice religiosa.
È una tensione, questa, che si è protratta e mantenuta anche nei decenni successivi. Nel Novecento, accanto a una tradizione più progressista — influenzata dal Social Gospel e visibile nelle politiche del New Deal — continuarono infatti a svilupparsi anche correnti più conservatrici, che nel corso del secolo trovarono nuove forme di espressione, ad esempio nei movimenti pentecostali, caratterizzati da una lettura letterale della Bibbia, da una forte enfasi morale e da una capacità di radicamento soprattutto tra le classi popolari. Durante la Guerra fredda, tuttavia, queste differenze restarono in secondo piano: sia democratici sia repubblicani tendevano a presentare gli Stati Uniti come una nazione fondata su valori “giudaico-cristiani”, contrapposti all’ateismo sovietico. Le varie differenze tornarono in cima al dibattito solo in determinate circostanze, come quanto John F. Kennedy dovette lavorare molto per convincere l'elettorato a votare il primo presidente cattolico e non protestante, ribadendo anche con forza la separazione tra fede personale e funzione pubblica.
È a partire dagli anni Settanta che questo equilibrio cominciò a cambiare in modo significativo. In un contesto segnato da profondi mutamenti sociali e culturali, una parte del mondo religioso — in particolare quello evangelico — percepì tali cambiamenti come una minaccia e cominciò a organizzarsi politicamente in maniera più sistematica. Le prime avvisaglie emersero già nel 1972, quando si tentò per la prima volta di mobilitare esplicitamente il voto evangelico, ma fu soprattutto con la seconda metà del decennio che questo processo si consolidò. Un passaggio decisivo fu rappresentato dalla sentenza Roe v. Wade del 1973, attorno alla quale si coagulò una mobilitazione capace di incidere direttamente sul piano elettorale. Nel 1976, l’elezione di Jimmy Carter — egli stesso evangelico — parve inizialmente segnare l’ingresso di questo mondo nella politica nazionale; tuttavia, nel giro di pochi anni, una parte significativa di questo elettorato si spostò verso posizioni più nettamente conservatrici. Con la fine degli anni Settanta e l’ascesa di Ronald Reagan, prese forma quell’alleanza tra evangelici e Partito Repubblicano che segnò profondamente la politica americana nei decenni successivi.
Da questo momento in poi, la religione smise progressivamente di essere soltanto un linguaggio condiviso e divenne anche un elemento di identificazione politica, legato a specifiche posizioni su temi morali e sociali. Il mondo evangelico si strutturò come attore sempre più influente e tese a collocarsi stabilmente nell’orbita del Partito Repubblicano, contribuendo alla formazione della “destra religiosa”. Al tempo stesso, altri gruppi religiosi mantennero traiettorie differenti: il voto cattolico restò più mobile, mentre le chiese afroamericane continuarono a rappresentare un punto di riferimento per il campo democratico.
Il Partito Repubblicano, Donald Trump e la retorica religiosa
Se questo è il quadro di lungo periodo, la stagione aperta con Donald Trump rappresenta però qualcosa di ulteriore. Non tanto una rottura, quanto piuttosto una radicalizzazione e una riorganizzazione più consapevole del rapporto tra religione e politica. Ciò che colpisce, in primo luogo, è una apparente contraddizione. A differenza di molti suoi predecessori, Trump non è mai stato percepito come un presidente particolarmente religioso: la sua partecipazione alla vita ecclesiale è stata sporadica, il suo linguaggio raramente entra nel merito della teologia e, più in generale, la sua figura pubblica sembra lontana dai codici tradizionali della leadership cristiana. Eppure, proprio durante le sue campagne elettorali, egli è riuscito a ottenere uno dei più solidi sostegni religiosi della storia recente, in particolare da parte degli evangelici bianchi.
Più che presentarsi come un credente esemplare, Trump si propone come difensore di una comunità che percepisce se stessa in declino. Il messaggio, esplicitato anche in modo piuttosto diretto, è semplice: le chiese stanno perdendo influenza, i valori tradizionali sono sotto attacco, e la politica può — e deve — invertire questa tendenza. In questo senso, la religione è diventata sempre un linguaggio attraverso cui articolare una più ampia narrazione di perdita, minaccia e possibile restaurazione. Non si tratta più soltanto di difendere alcune politiche, ma di salvare un’intera visione dell’America, spesso definita esplicitamente come “nazione sotto Dio”.
Proprio per questo, anche le forme di questa affermazione religiosa stanno cambiando. Trump è un presidente che non si tira mai indietro all’ostentazione pubblica della fede. Durante i suoi comizi, e in particolar modo nelle campagne più recenti, la dimensione politica tende ad assumere forme quasi liturgiche: preghiere iniziali, richiami costanti a Dio, finali costruiti come veri e propri momenti di raccoglimento collettivo. In alcuni casi, la retorica si spinge fino a configurare la competizione elettorale come uno scontro tra bene e male, tra forze che difendono la fede e forze che la minacciano. Non sorprende, quindi, che una parte dei suoi sostenitori arrivi a leggere la sua figura in chiave quasi provvidenziale, descrivendolo come uno strumento scelto da Dio per guidare il paese.
Accanto alla dimensione simbolica, però, c’è anche un elemento molto concreto. Il rapporto tra Trump e il mondo evangelico si struttura infatti come uno scambio piuttosto chiaro: sostegno politico in cambio di risultati tangibili. Le nomine alla Corte Suprema effettuate nel primo mandato, decisive per il superamento del quadro giuridico stabilito da Roe v. Wade (la sentenza federale che regolava l'aborto), rappresentano forse l’esempio più evidente di questa dinamica. A ciò si aggiungono politiche e iniziative volte a rafforzare il ruolo pubblico delle organizzazioni religiose e a ridefinire il tema della libertà religiosa in senso più ampio e conflittuale.
Allo stesso tempo, il Partito Repubblicano ha progressivamente incorporato questa impostazione, fino a farne uno dei propri tratti distintivi. In un contesto in cui la religione resta diffusa ma è attraversata da processi di secolarizzazione e disaffiliazione, la mobilitazione politica passa sempre più attraverso una sua reinterpretazione identitaria. Non è un caso che il voto religioso negli Stati Uniti appaia oggi fortemente polarizzato: i cristiani bianchi tendono a collocarsi stabilmente nell’orbita repubblicana, mentre le minoranze religiose, gli afroamericani e i non affiliati gravitano prevalentemente attorno al campo democratico.
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