Qual è il ruolo del Congresso nella guerra in Iran?
Il conflitto ha acuito le divisioni sul ruolo del Congresso nella politica estera, oltre alle divisioni interne ai partiti su come gestire la crisi mediorientale
Fra le conseguenze che la guerra in Iran sta avendo nella politica interna americana c'è sicuramente l'accentramento dei poteri sul tema nelle mani del presidente. Non si tratta certo di una novità, visto che questa tensione ha caratterizzato quasi tutti i conflitti dal dopoguerra in poi. La Costituzione degli Stati Uniti, infatti, assegna al Congresso il potere di dichiarare guerra (Articolo I), mentre affida al Presidente il ruolo di comandante in capo delle forze armate (Articolo II). Una divisione che, sulla carta, dovrebbe bilanciare i poteri, ma che fin dall’origine lascia ampi margini di interpretazione su chi debba decidere quando e come usare la forza militare. Il testo costituzionale, infatti, non definisce in modo preciso quando un intervento armato debba passare dal Congresso: se da un lato spetta al legislativo autorizzare l’ingresso in guerra, dall’altro al Presidente è riconosciuta la possibilità di impiegare le forze armate, ad esempio per rispondere ad attacchi o a situazioni di emergenza.
Come riporta un report del Congressional Research Service, dal titolo “The War Powers Resolution: Concepts and Practice”, proprio per questo da sempre esiste una controversia sul grado di autonomia dell’esecutivo nell’impiego delle forze armate. Come sottolineato da NPR, citando il costituzionalista Matthew Waxman, nei primi decenni degli Stati Uniti non esisteva davvero un esercito permanente significativo, e il Presidente era quindi costretto a passare dal Congresso per finanziare qualsiasi campagna militare. Questo equilibrio resse, con poche eccezioni, fino alla Seconda guerra mondiale — l’ultima in cui un presidente, Franklin D. Roosevelt, chiese e ottenne una dichiarazione formale di guerra.
È nel secondo dopoguerra che il sistema è cambiato davvero. Gli Stati Uniti emersero infatti come superpotenza globale, dotata di un apparato militare stabile e capace di intervenire rapidamente in più aree del mondo. Proprio per questo, il punto di svolta arrivò nel 1950, quando Harry Truman inviò truppe in Corea senza una dichiarazione di guerra, aprendo una stagione in cui l’iniziativa militare si spostò progressivamente verso la Casa Bianca. Negli anni successivi, tra escalation in Vietnam e operazioni condotte senza un mandato esplicito, è cresciuta nel Congresso la percezione di essere stato escluso dalle decisioni più rilevanti. Non a caso, è proprio la guerra del Vietnam — e in particolare le operazioni condotte senza piena trasparenza, come i bombardamenti in Cambogia sotto Richard Nixon — a spingere il legislativo a reagire.
Nel 1973 il Congresso approvò così la War Powers Resolution, un tentativo esplicito di ristabilire un equilibrio: la legge impose al Presidente di consultare il Congresso “in ogni possibile circostanza”, di notificare entro 48 ore l’uso della forza e di interrompere le operazioni entro 60 giorni in assenza di autorizzazione. L’obiettivo, nelle parole riportate ancora da NPR, era semplice: “rimettere il Congresso in partita” e riaffermarne il ruolo costituzionale nelle decisioni di guerra.
Eppure, questo tentativo non ha mai davvero chiuso la questione. Da un lato, è ormai generalmente accettato che il Presidente possa agire rapidamente in caso di emergenza, dall’altro negli ultimi decenni le amministrazioni di entrambi i partiti hanno progressivamente ampliato i margini di intervento senza un’autorizzazione preventiva del Congresso. Operazioni militari sono state avviate senza un voto parlamentare in contesti molto diversi — dal Kosovo sotto Bill Clinton alla Libia con Barack Obama, fino agli attacchi in Siria sotto Donald Trump e alle operazioni in Yemen durante la presidenza di Joe Biden. Il risultato è un equilibrio solo formalmente definito, ma sempre più sbilanciato nella pratica: il Congresso mantiene il potere di autorizzare la guerra, ma sempre più spesso interviene dopo — o non interviene affatto.
Il Congresso e la guerra in Iran
A maggior ragione in questo caso, con una presidenza che da tempo sta provando ad accentrare su di sé tutti i poteri, il Congresso americano non è riuscito a votare per limitare i poteri di guerra del Presidente. Un tentativo dei Democratici alla Camera di approvare una risoluzione contro Donald Trump è fallito ancora prima di iniziare, bloccato durante una pro-forma session — una seduta puramente formale, spesso di pochi minuti, utilizzata durante le pause dei lavori per evitare che il Congresso sia tecnicamente in recess. I Dem hanno provato a usare la procedura dell’“unanimous consent”, che consente di approvare rapidamente una misura solo in assenza di obiezioni: un singolo parlamentare può però fermare tutto, come puntualmente avvenuto. Il voto era destinato a fallire, ma aveva un obiettivo politico chiaro: forzare una presa di posizione pubblica e aprire un nuovo fronte di scontro sul ruolo del Congresso nella gestione della guerra.
Più che il fallimento procedurale, colpisce però l’assenza sostanziale del Congresso. A oltre quaranta giorni dall’inizio delle operazioni militari, il Campidoglio non ha ancora tenuto audizioni formali né avviato un vero dibattito pubblico sulla strategia americana. Come ha scritto Robert Jimison sul New York Times, mentre il Presidente oscillava tra minacce di escalation — arrivando a evocare la distruzione di un’intera “civiltà” — e annunci di tregua, “il Congresso […] è rimasto in recess e in gran parte all’oscuro”. Il leader della minoranza al Senato, Chuck Schumer, ha annunciato un nuovo voto per limitare i poteri di guerra del Presidente, mentre alla Camera si prepara un ulteriore tentativo di portare la questione in aula.
Le divisioni fra i partiti
Se il Congresso appare debole nel suo complesso, è anche perché la politica americana è tutt’altro che compatta sul conflitto con l’Iran. Le divisioni attraversano entrambi i partiti, rendendo ancora più difficile una risposta coerente sul piano istituzionale. Tra i Democratici, ad esempio, non c’è una linea unitaria: mentre figure come Chuck Schumer spingono per un voto che limiti i poteri di guerra del Presidente, altri — come John Fetterman — si oppongono apertamente. Fetterman ha annunciato che voterà contro la risoluzione per fermare le operazioni, sostenendo la necessità di “stare con i militari” e portare a termine la missione. Una posizione che lo distingue nettamente da colleghi come Tim Kaine, Cory Booker e Chris Murphy, promotori di iniziative per bloccare l’azione militare senza autorizzazione del Congresso.
Anche tra i Repubblicani il quadro è più sfumato di quanto appaia. Accanto al sostegno convinto alla linea della Casa Bianca — espresso, ad esempio, da John Cornyn, che ha definito l’approccio di Trump “magistrale”, o da Mike D. Rogers, secondo cui gli attacchi hanno rafforzato la posizione negoziale americana — emergono anche richieste di maggiore cautela e supervisione. Figure come Lindsey Graham insistono sulla necessità di un controllo del Congresso su eventuali accordi di pace, mentre altri, come Rand Paul (da tempo in rotta con il presidente) ha criticato apertamente l’uso della forza senza autorizzazione parlamentare. Allo stesso tempo, una parte del partito — rappresentata da senatori come Ron Johnson — continua a difendere un approccio deferente verso il Presidente, rifiutando persino l’idea di audizioni pubbliche per non “scoprire le carte” davanti ai nemici.
La frattura è ancora più evidente al di fuori del Congresso, nel mondo conservatore che ruota attorno a Trump. Accanto a una componente apertamente interventista — che vede qualsiasi concessione all’Iran come un segno di debolezza — sta emergendo un fronte opposto, profondamente critico sia della guerra sia della gestione presidenziale. Commentatori e figure influenti dell’area MAGA si sono divisi tra chi chiede di proseguire con fermezza e chi, al contrario, denuncia il rischio di un conflitto prolungato e incontrollabile. Il risultato è un campo politico frammentato, in cui le linee di frattura non coincidono più semplicemente con quelle tra Democratici e Repubblicani.
In questo contesto, il dibattito sui poteri di guerra si intreccia con una crisi politica più ampia. Le risoluzioni parlamentari diventano non solo strumenti istituzionali, ma anche armi nello scontro interno ai partiti. E proprio questa sovrapposizione tra conflitto istituzionale e polarizzazione politica finisce per indebolire ulteriormente il Congresso: diviso al suo interno e attraversato da logiche di schieramento, il legislativo fatica a presentarsi come un attore unitario capace di esercitare davvero il proprio ruolo nelle decisioni di guerra.


