Una spesa monstre di 10 miliardi di dollari. È questa la cifra raggiunta dagli investimenti pubblicitari per le elezioni di metà mandato americane, quando mancano ancora poco più di due settimane al voto. Una somma che comprende sia gli annunci già trasmessi sia gli spazi prenotati per le prossime settimane, e che dà la misura di quanto sia cresciuto il costo della competizione politica negli Stati Uniti. Nel 2022, per esempio, la spesa pubblicitaria, aveva raggiunto gli 8,9 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2018. Un record che, appena quattro anni dopo, è stato già superato, almeno considerando anche gli spazi prenotati. Secondo le previsioni di AdImpact, infatti, gli investimenti potrebbero arrivare addirittura a 11,6 miliardi di dollari, superando persino gli 11,2 del ciclo presidenziale del 2024.
Proprio negli ultimi giorni, del resto, ha fatto notizia il ritorno in grande stile di Elon Musk tra i finanziatori repubblicani. Dopo aver annunciato, lo scorso anno, l’intenzione di ridurre il proprio impegno economico in politica, il miliardario ha destinato oltre 276 milioni di dollari, soltanto da luglio, a organizzazioni impegnate a sostenere i repubblicani. Di questi, ben 158 milioni sono andati al Senate Leadership Fund, il principale super PAC che sostiene i candidati del partito nelle elezioni per il Senato. Il suo caso mostra uno degli aspetti più particolari del sistema politico americano: la possibilità che un singolo finanziatore destini centinaia di milioni di dollari alla competizione elettorale. Ma come funziona esattamente il finanziamento della politica negli Stati Uniti? Quali regole e strumenti consentono di raccogliere e spendere cifre simili?
Perché servono tanti soldi?
Poter contare sui finanziamenti è fondamentale perché, soprattutto negli Stati Uniti, una campagna elettorale richiede risorse considerevoli per organizzare la propria attività. Una candidatura, infatti, non si regge soltanto sui comizi e sulle apparizioni pubbliche, ma ha bisogno di una struttura che lavori quotidianamente alla preparazione delle elezioni. Serve personale che coordini la campagna, gestisca i rapporti con i media, organizzi la raccolta fondi e si occupi delle attività sul territorio. Le sedi locali diventano invece punti di riferimento per i volontari, che vengono formati e coinvolti nelle iniziative per raggiungere gli elettori, dalle telefonate alle visite porta a porta. A queste attività si aggiunge il lavoro dei consulenti e dei sondaggisti, che contribuiscono a individuare le priorità della campagna, conoscere le caratteristiche dell’elettorato e definire le strategie di comunicazione. Tutto questo comporta spese per stipendi, affitti, strumenti di lavoro, eventi e spostamenti, soprattutto nelle competizioni per il Senato, dove i candidati devono raggiungere milioni di elettori distribuiti su territori anche molto estesi.
Una parte consistente degli investimenti, come mostrano anche i dati citati nell’introduzione, è però destinata alla pubblicità. Attraverso gli spot televisivi, i social network e le altre piattaforme digitali, i candidati cercano di farsi conoscere, presentare le proprie proposte e mettere in evidenza le debolezze degli avversari. A questo si affianca il lavoro di mobilitazione, particolarmente importante con l’avvicinarsi del voto. Le campagne non cercano soltanto di convincere gli indecisi, ma anche di assicurarsi che i propri sostenitori si rechino effettivamente alle urne. È quello che negli Stati Uniti viene chiamato get out the vote: un insieme di attività che comprende telefonate, messaggi e visite porta a porta, spesso realizzate grazie al lavoro di migliaia di volontari coordinati dalle organizzazioni elettorali.
Ma quanto incidono effettivamente questi investimenti sui risultati elettorali? Uno studio pubblicato nel 2022 sull’American Political Science Review, basato sull’analisi di oltre 4.500 competizioni americane tra il 2000 e il 2018, ha rilevato che la pubblicità televisiva può influenzare le preferenze degli elettori, con effetti maggiori nelle elezioni per il Congresso e per le cariche statali rispetto alle presidenziali. Non è semplice tracciare delle stime, perché il risultato di una tornata dipende da mille fattori, ma in generale, secondo degli autori, in una competizione per il Senato un vantaggio di due milioni di dollari in pubblicità potrebbe tradursi in circa 10mila voti aggiuntivi.
Come funziona il finanziamento della politica americana?
Una parte importante del sostegno economico alle campagne arriva direttamente dai cittadini, attraverso donazioni che possono essere anche di pochi dollari. Negli Stati Uniti la raccolta fondi coinvolge infatti milioni di persone, spesso disposte a contribuire più volte nel corso della stessa campagna. Durante le ultime presidenziali, per esempio, attraverso ActBlue, la principale piattaforma di raccolta fondi online dei democratici, quasi sette milioni di persone hanno effettuato oltre 31 milioni di donazioni nel solo terzo trimestre del 2024, per un totale di 1,5 miliardi di dollari. Un dato significativo, soprattutto considerando che l’importo medio di ciascun versamento era di appena 49 dollari.
Questo non significa, naturalmente, che i contributi diretti ai candidati possano essere effettuati senza alcun limite. Per le elezioni federali del 2026, per esempio, un singolo cittadino può donare a un candidato un massimo di 3.500 dollari per elezione, considerando separatamente le primarie e le elezioni generali. Limiti differenti sono previsti per i contributi ai partiti e ai comitati politici. Esistono però anche strumenti attraverso i quali i grandi finanziatori possono destinare somme ben più elevate alla competizione politica. È il caso dei cosiddetti super PAC, organizzazioni che possono raccogliere donazioni senza limiti quantitativi da cittadini, aziende e sindacati, per sostenere o contrastare determinati candidati. Questi comitati non possono trasferire direttamente il denaro alle campagne ufficiali, ma possono utilizzarlo per finanziare proprie iniziative, dagli spot televisivi e digitali alle attività di mobilitazione degli elettori, a condizione che le spese siano indipendenti e non coordinate con quelle dei candidati.
Per comprendere come si sia arrivati a questo sistema bisogna tornare al 2010, quando due importanti decisioni giudiziarie modificarono profondamente le regole del finanziamento politico americano. La prima fu la celebre Citizens United v. FEC, con cui la Corte Suprema stabilì che non era possibile vietare alle aziende e ai sindacati di finanziare autonomamente comunicazioni elettorali, perché ciò avrebbe violato la libertà di espressione garantita dal Primo Emendamento. Pochi mesi dopo, con la sentenza SpeechNow.org v. FEC, una corte federale d’appello dichiarò incostituzionali anche i limiti ai contributi destinati alle organizzazioni che effettuano esclusivamente spese indipendenti. Da queste due decisioni nacquero i super PAC, che hanno progressivamente assunto un ruolo centrale nelle campagne americane, permettendo ai grandi donatori di investire somme enormi senza versarle direttamente ai candidati.
Perché si spende così tanto nelle midterm del 2026?
Una delle ragioni principali dell’aumento della spesa pubblicitaria nelle midterm del 2026 riguarda le elezioni per il Senato, per le quali AdImpact prevede investimenti per 3,4 miliardi di dollari, il 48% in più rispetto al 2022. A incidere è soprattutto l’evoluzione della mappa elettorale, che vede sfide particolarmente combattute anche in Stati molto popolosi e negli ultimi anni favorevoli ai repubblicani. È il caso del Texas, che conta quasi 32 milioni di abitanti e dove la corsa tra il repubblicano Ken Paxton e il democratico James Talarico sta attirando finanziamenti eccezionali, dopo primarie già particolarmente costose. Ma anche dell’Ohio, dove vivono quasi 12 milioni di persone e dove l’ex senatore democratico Sherrod Brown cerca di riconquistare un seggio contro il repubblicano Jon Husted. Per comprendere le dimensioni di queste due competizioni, basti pensare che, secondo AdImpact, fino alla fine di settembre Texas e Ohio avevano assorbito da soli il 47% della spesa pubblicitaria già trasmessa nelle nove sfide per il Senato considerate competitive. A queste si aggiungono gli investimenti consistenti in Stati come Maine, Iowa e Alaska, che contribuiscono a far crescere il costo complessivo della battaglia per il Senato ben oltre le previsioni iniziali.
A far salire la spesa è anche il peso crescente dei grandi finanziatori e delle organizzazioni esterne alle campagne. Secondo un’analisi del Brennan Center for Justice, alla fine di settembre le spese indipendenti dei super PAC e degli altri gruppi avevano già raggiunto i due miliardi di dollari, il 51% in più rispetto allo stesso periodo delle precedenti midterm, tenendo conto dell’inflazione. A sostenere questa crescita sono anche settori economici particolarmente interessati alle decisioni che verranno prese a Washington. Una ricerca di Public Citizen ha rilevato che, già alla fine di giugno, i contributi dichiarati delle aziende ai comitati politici federali avevano raggiunto i 646 milioni di dollari, superando quanto registrato nell’intero ciclo presidenziale del 2024. Oltre la metà proveniva da imprese legate alle criptovalute, alle scommesse online e alle nuove tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale, che attraverso questi finanziamenti cercano di sostenere candidati favorevoli alle proprie posizioni in materia di regolamentazione.
Nelle ultime settimane, tuttavia, l’aumento degli investimenti ha assunto anche un significato più strettamente politico. Di fronte a un quadro elettorale complicato dall’insoddisfazione per il costo della vita e dalla scarsa popolarità di Donald Trump, i repubblicani hanno intensificato la spesa pubblicitaria attraverso i propri super PAC, cercando anche di compensare le difficoltà dei singoli candidati nella raccolta fondi. Secondo un’analisi del Washington Post, in dodici delle tredici principali competizioni per il Senato i candidati democratici hanno raccolto direttamente più denaro dei loro avversari. Eppure, grazie ai finanziamenti dei grandi donatori, le organizzazioni repubblicane hanno potuto investire maggiormente in pubblicità in otto di queste sfide dall’inizio di settembre. La necessità di rafforzare le campagne ha portato anche a rivedere la distribuzione delle risorse: il Senate Leadership Fund, per esempio, ha cancellato parte degli acquisti pubblicitari programmati in North Carolina, annunciando nuovi investimenti in Stati tradizionalmente repubblicani come Kansas e South Carolina. Come ha raccontato Axios, i comitati conservatori stanno dunque destinando una parte crescente delle proprie risorse alla difesa di seggi che, fino a pochi mesi fa, sembravano meno esposti alla competizione democratica.
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