Senato: la sfida (quasi) impossibile per i Dem americani
Nonostante l'impopolarità di Trump, i Democratici devono incastrare perfettamente candidati e contesti locali per tornare in maggioranza
Donald Trump è oggi un presidente impopolare. Da tempo, i sondaggi segnalano un calo costante dei suoi indici di gradimento: i numeri oscillano a seconda delle rilevazioni, ma in media circa il 53% degli americani disapprova il suo operato, mentre poco più del 40% si dice favorevole. Un dato tutt’altro che rassicurante, soprattutto alla vigilia delle midterm, le elezioni di metà mandato che rinnoveranno l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Storicamente, si tratta di una tornata sfavorevole per il partito che occupa la Casa Bianca, che tende quasi sempre a perdere terreno rispetto agli sfidanti.
In questo quadro, le probabilità che i Democratici conquistino la Camera sono sempre state considerate alte. Più complesso, invece, il discorso sul Senato: gran parte dei seggi in palio si trova infatti in stati tendenzialmente favorevoli al GOP. Proprio la debolezza del presidente, però, potrebbe contribuire a riaprire una partita che fino a poco tempo fa sembrava indirizzata.
Il difficile obiettivo Dem: riprendere l’Ohio
Oggi i Repubblicani controllano 53 seggi contro i 47 dei Democratici, ma la sfida reale si giocherà su pochi stati in bilico. Tra questi c’è l’Ohio, che negli ultimi anni si è spostato nettamente verso destra — con Trump capace di vincere con un margine di circa otto punti — e che per questo motivo veniva dato quasi per scontato in mano repubblicana. Eppure, in uno scenario in cui diversi sondaggi indicano una generale preferenza per i Democratici, anche qui le rilevazioni raccontano una corsa molto più equilibrata del previsto.
Per provare a riprendere lo stato, i Democratici si affideranno a Sherrod Brown, già senatore per anni e sconfitto nel 2024 da Bernie Moreno con un margine comunque più contenuto rispetto a quello ottenuto da Trump contro Kamala Harris. Brown è il tipo di candidato che può rendere credibile una rimonta: nel corso della sua carriera ha dimostrato di saper parlare a quell’elettorato operaio e manifatturiero che negli ultimi anni si è progressivamente spostato verso il GOP. Le sue posizioni su lavoro, industria e commercio — spesso critiche verso le delocalizzazioni — gli hanno consentito di mantenere un radicamento solido anche in un contesto sempre più difficile per i Democratici.
Dall’altra parte, i Repubblicani punteranno su Jon Husted, attuale senatore nominato nel 2025 dal governatore Mike DeWine dopo il passaggio di JD Vance alla vicepresidenza. Il suo è un profilo più tradizionale e istituzionale rispetto a quello di Brown: conservatore sul piano fiscale, vicino al mondo delle imprese e forte di una lunga esperienza amministrativa maturata come segretario di Stato e vicegovernatore. Una candidatura pensata per tenere compatto l’elettorato repubblicano in uno stato che, nonostante le incognite del momento, resta strutturalmente orientato verso il GOP.
Il sogno dek Texas
Sul Texas, la sfida è ancora più complessa. Da anni i Democratici inseguono l’idea di conquistare lo stato, puntando sul cambiamento demografico delle grandi città e sull’arrivo di nuovi elettori da altri stati, ma finora solo Beto O’Rourke c’era andato vicino, nel 2018. Mai come questa volta, però, la sensazione è che la partita possa essere più aperta del previsto. Nelle primarie repubblicane, infatti, non è ancora emerso un vincitore: al ballottaggio si affronteranno l’uscente Jon Cornyn e il suo sfidante Ken Paxton, che secondo diverse indiscrezioni potrebbe ottenere il sostegno di Trump e partire quindi da favorito.
Si tratta però di un candidato estremamente divisivo. Ken Paxton è da anni una delle figure più controverse della politica texana: esponente dell’ala più radicale del Partito Repubblicano, ha costruito la propria carriera allineandosi in maniera molto netta alle posizioni di Trump, arrivando anche a guidare battaglie legali su temi centrali come il tentativo di ribaltare l’esito delle elezioni del 2020. Allo stesso tempo, però, il suo percorso politico è stato costellato da scandali e vicende giudiziarie: dall’impeachment del 2023 — conclusosi con l’assoluzione al Senato texano — fino alle accuse di frode finanziaria, chiuse nel 2024 con un accordo con i procuratori. Un profilo che, se da un lato galvanizza la base più dura del GOP, dall’altro rischia di allontanare l’elettorato moderato e indipendente, rendendo la corsa potenzialmente più aperta del previsto anche in uno stato storicamente repubblicano come il Texas.
A tenere vive le speranze democratiche, però, sono alcuni segnali arrivati proprio dal terreno elettorale. Nelle ultime tornate locali e speciali — come quella del febbraio 2026 — i Dem hanno registrato risultati inattesi: nell’area di Fort Worth, ad esempio, la democratica Taylor Rehmet è riuscita a conquistare un seggio al Senato statale in un distretto controllato dai Repubblicani da oltre trent’anni, vincendo con un margine netto nonostante il forte svantaggio economico. Un risultato che si inserisce in una serie di performance sopra le attese anche in altre competizioni locali e che suggerisce qualche crepa nella compattezza dell’elettorato repubblicano, soprattutto tra i moderati.
Su questo scenario i Democratici puntano su James Talarico, giovane deputato statale capace di costruire una candidatura atipica, che mescola messaggi progressisti a un forte richiamo ai valori religiosi e che ha già dimostrato una notevole capacità di mobilitazione. Resta però una sfida estremamente complessa. Il Texas non elegge un senatore democratico da quasi quarant’anni e, al di là dei segnali incoraggianti, richiederebbe uno sforzo economico enorme da parte del partito, che deve fare i conti con priorità più accessibili in altri stati chiave. Più che una reale inversione dei rapporti di forza, la partita texana rischia quindi di trasformarsi in un terreno di scontro costoso e incerto, dove i Democratici possono sperare di essere competitivi ma non partono, almeno per ora, da una posizione di vantaggio.
Le altre sfide decisive: Aleaska, Maine, North Carolina
Al di là di Ohio e Texas, il controllo del Senato passerà da una serie di stati chiave, in un quadro che resta complessivamente favorevole ai Repubblicani ma molto più incerto rispetto a qualche mese fa. La strategia dei Democratici è piuttosto chiara: difendere i seggi già in loro possesso — come Georgia, Michigan e New Hampshire — e provare a strappare almeno alcune roccaforti repubblicane, a partire da North Carolina, Maine e Alaska. Un percorso stretto, che lascia pochissimo margine di errore, ma che negli ultimi mesi è apparso meno proibitivo del previsto.
Tra le opportunità più concrete c’è la North Carolina, dove il ritiro del senatore repubblicano Thom Tillis ha improvvisamente reso competitivo un seggio che sembrava blindato. I Democratici hanno trovato un candidato forte come Roy Cooper, ex governatore capace di ottenere risultati solidi anche in uno stato tendenzialmente conservatore, e che nei primi sondaggi appare avanti su Michael Whatley, figura molto vicina a Trump ma ancora poco conosciuta da una parte dell’elettorato. In uno stato dove gli indipendenti saranno decisivi, è probabilmente una delle sfide più aperte dell’intero ciclo elettorale.
Più complicata, ma altrettanto centrale, è la partita del Maine. Qui i Democratici vedono da tempo in Susan Collins un bersaglio possibile, anche alla luce di uno stato che negli ultimi anni si è allontanato dal GOP a livello presidenziale. Il problema è che il partito rischia di indebolirsi da solo: la primaria tra Janet Mills e Graham Platner si sta trasformando in uno scontro molto duro, con attacchi personali e divisioni che potrebbero lasciare strascichi pesanti. Collins, invece, corre senza avversari interni, dispone di risorse ingenti e ha già dimostrato in passato di saper resistere anche a ondate nazionali sfavorevoli.
C’è poi l’Alaska, che resta una scommessa più che una vera opportunità, ma che i Democratici continuano a tenere nel mirino. Il partito punta su Mary Peltola, già capace nel 2022 di vincere a sorpresa e oggi candidata con un profilo fortemente locale, costruito su temi concreti come pesca, economia e autonomia dello stato. In Alaska, più che altrove, contano i candidati: il sistema elettorale con primarie aperte e voto a scelta classificata tende a premiare figure meno ideologiche, e lo stesso elettorato ha storicamente mostrato una certa indipendenza rispetto alle logiche nazionali. Dall’altra parte, però, il repubblicano Dan Sullivan resta il favorito in uno stato che continua a votare nettamente per Trump alle presidenziali. Proprio questo equilibrio tra peculiarità locali e tendenza generale rende la corsa meno scontata del previsto, ma comunque in salita per i Democratici.
Accanto a questi stati, restano poi le partite difensive. In Georgia, Jon Ossoff dovrà difendere un seggio in uno stato estremamente competitivo, nonostante una raccolta fondi molto solida. In Michigan, il ritiro del senatore uscente ha aperto una corsa incerta, con una primaria democratica ancora tutta da decifrare e con i Repubblicani pronti a schierare un candidato competitivo. Più sullo sfondo, ma comunque da monitorare, restano infine Iowa e New Hampshire, dove le dinamiche locali potrebbero creare opportunità inattese, anche se al momento il GOP parte in posizione di vantaggio o comunque di equilibrio.
Nel complesso, il quadro conferma quanto il percorso dei Democratici sia stretto: per tornare in maggioranza non basterà sfruttare l’impopolarità di Trump, ma servirà incastrare perfettamente candidati, contesti locali e clima nazionale. I Repubblicani partono ancora da una posizione più solida, ma la mappa è decisamente meno tranquilla di quanto sembrasse solo pochi mesi fa.
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