Sulla Groenlandia (forse) è stato trovato un accordo
In questo numero ripercorriamo la storia delle tensioni fra Stati Uniti ed Europa, sfociate nella crisi della Groenlandia su cui forse è stato trovato un accordo
Le tensioni tra Stati Uniti ed Europa sono state una costante per tutto il secondo mandato di Donald Trump, fin dall’insediamento, avvenuto ormai più di un anno fa. Fin dall’inizio, la sensazione è stata quella di un lento ma costante distacco di Washington dagli interessi di Bruxelles, a partire dall’annosa questione della difesa. Con lo spostamento dell’asse geopolitico e la crescita della Cina, infatti, il vecchio continente è divenuto progressivamente meno centrale nella gerarchia strategica americana. Per questo motivo, più volte il tycoon ha palesato la volontà di ridurre gli investimenti militari nella regione, accompagnando questa linea con ripetuti appelli ai paesi NATO affinché aumentassero il proprio contributo all’alleanza. Quello che per le cancellerie europee rappresentava un equilibrio strutturale, per la nuova Casa Bianca è diventato un dossier negoziale, periodicamente rimesso in discussione.
Va però sottolineato come le tensioni non siano state soltanto di natura militare. In più di un passaggio è infatti sembrato che il vero punto di frizione risiedesse nella diversa visione del mondo espressa dal presidente americano rispetto alle democrazie europee. Questo scarto è emerso in modo plateale il 14 febbraio 2025, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, quando il vicepresidente JD Vance ha pronunciato un discorso che ha lasciato sotto shock molte delegazioni presenti. L’intervento non si è limitato a ribadire le critiche sulla spesa per la difesa, ma ha spostato lo scontro su un terreno più profondo, mettendo in discussione il funzionamento stesso delle società europee. Vance ha accusato le leadership dell’Unione di usare la censura contro i movimenti della destra radicale, di aver annullato elezioni sulla base di informazioni deboli e di ignorare le preoccupazioni popolari legate alla migrazione. Il passaggio più significativo è stato però un altro: secondo il vicepresidente, il pericolo maggiore per l’Europa non verrebbe da Russia o Cina, bensì da un “nemico interno”, ossia élite radicate che avrebbero strumentalizzato magistratura e istituzioni per conservare il potere. Come ha osservato il Guardian, si trattava di una vera e propria chiamata alle armi culturale e politica a favore del populismo europeo, accompagnata dalla promessa implicita che la nuova America avrebbe sostenuto quel fronte.
Questa impostazione, del resto, non è rimasta confinata alle dichiarazioni o agli episodi di tensione diplomatica, ma ha trovato una formulazione organica nei documenti strategici dell’amministrazione Trump, come abbiamo raccontato in un precedente numero della newsletter. La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata dalla Casa Bianca ha rappresentato, infatti, una sfida diretta all’idea stessa di Europa come spazio politico coeso, abbandonando l’universalismo liberale che per decenni aveva giustificato la leadership americana e rileggendo le alleanze in chiave selettiva e transazionale. In questa visione, gli Stati Uniti intervengono dove sono in gioco interessi diretti, non per difendere principi astratti; parallelamente, le attuali leadership europee vengono descritte come governi fragili, accusati di comprimere il dissenso, mentre i cosiddetti “partiti patriottici” del continente sono indicati come interlocutori legittimi. L’asse transatlantico, da comunità di valori, viene così ricodificato come relazione condizionata, in cui identità culturale, controllo dei flussi migratori e allineamento politico interno finiscono per pesare quanto — se non più — degli impegni istituzionali formali.
Dentro questa cornice, non sorprende che lo scontro abbia finito per riflettersi anche sul terreno economico. Le relazioni commerciali, gli investimenti e i flussi energetici — per anni considerati ambiti relativamente stabili della cooperazione transatlantica — sono divenuti parte di un negoziato più ampio, in cui sicurezza, politica interna e rapporti di forza strategici tendono a sovrapporsi. In questo senso, anche le discussioni sui dazi e sugli accordi commerciali non vanno lette come dossier isolati, ma come un ulteriore tassello di una relazione che tende sempre più a configurarsi come una trattativa permanente, nella quale ogni leva può essere mobilitata per condizionare le altre.
La leva commerciale nel caso Groenlandia
Proprio la questione commerciale e dei dazi è stata utilizzata come leva nel caso Groenlandia ed è quella che ha acceso lo scontro negli ultimi giorni, trasformando una disputa geopolitica sull’Artico in una crisi apertamente transatlantica. In risposta all’operazione europea di presenza e addestramento sull’isola — avviata su richiesta di Copenaghen con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza nell’area — e al rifiuto dei governi europei di sostenere qualsiasi ipotesi di annessione americana, Donald Trump ha minacciato una raffica di tariffe punitive contro diversi paesi dell’UE e della NATO. In un messaggio pubblicato sui social, il presidente ha annunciato dazi del 10% a partire dal 1° febbraio, destinati a salire al 25% nei mesi successivi, finché non verrà raggiunto un accordo per la “completa acquisizione” della Groenlandia. Le misure colpirebbero Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e vari paesi nordici, accusati di aver “messo a rischio la sicurezza globale” con il dispiegamento di truppe nell’area. Il messaggio politico è apparso esplicito: commercio e alleanza vengono subordinati all’allineamento sulla strategia americana nell’Artico, saldando in modo diretto il piano economico a quello strategico.
Di fronte a questa minaccia, le reazioni europee sono state insolitamente rapide e coordinate, segno che a Bruxelles e nelle capitali il caso Groenlandia è stato percepito non come una provocazione isolata, ma come un test diretto sulla sovranità europea. Come ha sottolineato POLITICO, l’Unione ha promesso una risposta “ferma”, riaprendo una frattura transatlantica che molti governi ritenevano chiusa dopo l’intesa commerciale dell’anno precedente. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha parlato di difesa del diritto internazionale “a partire dal territorio degli Stati membri”, mentre Ursula von der Leyen ha garantito una reazione “unita e proporzionata”. Dai governi nazionali sono arrivati messaggi analoghi: Macron ha definito le minacce “inaccettabili”, Frederiksen ha escluso qualsiasi forma di ricatto, e un comunicato congiunto di diversi paesi europei ha richiamato i principi di sovranità e integrità territoriale, accusando Washington di innescare una “pericolosa spirale” di tensione.
Sul piano degli strumenti, l’UE ha lasciato intendere di disporre di leve ben più ampie della semplice ritorsione tariffaria. Il Parlamento europeo ha sospeso l’iter di approvazione dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti, mentre la Commissione ha avviato la preparazione di contromisure coordinate. Al centro del dibattito è finito soprattutto l’Anti-Coercion Instrument, il meccanismo europeo concepito per rispondere a pressioni economiche esterne, spesso definito la “trade bazooka”: uno strumento che consente restrizioni su appalti pubblici, investimenti e accesso al mercato, oltre a misure commerciali mirate. Non si è trattato soltanto di un segnale simbolico, ma dell’indicazione che l’Europa era pronta a trattare la vicenda non come una disputa bilaterale con Washington, bensì come un tentativo di coercizione sistemica, da affrontare con strumenti di difesa economica e politica a livello unionale.
L’accordo raggiunto
L’uscita dalla crisi è arrivata nei giorni scorsi a Davos, quando Donald Trump ha annunciato di aver raggiunto, dopo un incontro con il segretario generale della NATO Mark Rutte, una “cornice per un futuro accordo sulla Groenlandia”. Dopo settimane di escalation — incluse le minacce di ricorrere alla forza e l’uso dei dazi come strumento di pressione politica — la formula scelta è apparsa volutamente vaga: non un trattato definito né un testo formalizzato, ma un’intesa di principio su cui proseguire i negoziati. È proprio questa indeterminatezza a spiegare la cautela, quasi la freddezza, con cui le capitali direttamente coinvolte hanno accolto l’annuncio. Rutte ha evitato di entrare nel merito della questione decisiva, ossia la sovranità danese sull’isola, mentre da Copenaghen Mette Frederiksen ha ribadito che il terreno della cooperazione può essere ampio, ma non può includere alcuna messa in discussione della sovranità. Una linea sostanzialmente ripresa anche da Nuuk, dove il governo groenlandese ha indicato nella sovranità una “linea rossa”, pur riconoscendo di non disporre ancora di un quadro chiaro dei contenuti dell’intesa evocata da Washington.
Il punto, infatti, è che ciò che si è iniziato a delineare assomiglia più a una ricalibratura di strumenti già esistenti che a un vero cambio di status della Groenlandia. Come evidenziato dalla CNN, molti degli elementi evocati dall’amministrazione americana richiamano l’accordo del 1951, che già garantisce agli Stati Uniti ampia libertà di presenza militare sull’isola, inclusa la possibilità di sviluppare infrastrutture e operare basi come quella di Pituffik. In questa chiave vanno lette anche le parole di Trump sul “pieno accesso”, presentato come permanente e “senza limiti di tempo”, e l’insistenza sul sistema di difesa Golden Dome: non tanto l’acquisizione formale dell’isola, quanto un controllo funzionale dello spazio strategico artico, con vincoli più rigidi contro presenze o investimenti russi e cinesi e con un ruolo NATO rafforzato nella sicurezza della regione. Il fatto che l’annuncio sia arrivato dopo il faccia a faccia con Rutte ha però alimentato un’inquietudine di fondo a Nuuk: la sensazione che il futuro dell’isola venga discusso in una sede dove gli attori locali rischiano di entrare solo in un secondo momento.
Per di più, proprio in questi giorni, si è avuto anche un altro fronte di scontro quando Donald Trump ha dichiarato che gli altri paesi NATO avrebbero fatto ben poco per gli Stati Uniti. Questo ha provocato la dura reazione di molti leader (fra cui Giorgia Meloni, che ha richiamato il sacrificio dei soldati italiani a Nassiriya). In particolar modo, il primo ministro britannico Starmer ha definito le parole di Trump “insultanti e francamente sconvolgenti”, in particolar modo perché il Regno Unito ha perso 457 soldati in Afghanistan, con molti altri gravemente feriti. Sabato, dopo una telefonata tra i due leader, Trump fatto parziale marcia indietro pubblicando un messaggio sulla piattaforma Truth Social in cui ha elogiato specificamente i militari britannici, definendoli “tra i più grandi guerrieri” e sottolineando che il legame tra i due paesi è “troppo forte per essere mai spezzato”. Tuttavia, il presidente americano non ha fatto alcun cenno ai soldati degli altri paesi alleati.
Le altre notizie della settimana:
Una tempesta storica minaccia gli Stati Uniti con ghiaccio e gelo estremo – Oltre 180 milioni di americani sono stati posti sotto allerta mentre una tempesta invernale eccezionale attraversa il paese dal Texas fino al New England, con accumuli di neve, ghiaccio e temperature polari che potrebbero rendere i prossimi giorni i più rigidi degli ultimi quarant’anni. I servizi meteorologici prevedono condizioni pericolose per la viabilità, interruzioni di corrente e danni alle infrastrutture, con oltre 18 stati che hanno dichiarato lo stato di emergenza.
Gli Stati Uniti escono dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – Gli USA hanno completato il ritiro dall’OMS, avviato un anno fa su ordine di Trump, con la Casa Bianca che accusa l’agenzia di essersi allontanata dalla propria missione e critica la gestione della pandemia da COVID-19. La decisione sospende finanziamenti e richiama personale diplomatico, mentre esperti di salute pubblica avvertono che il ritiro potrebbe indebolire il monitoraggio delle minacce sanitarie globali e la cooperazione internazionale sulle epidemie.
Trump presenta a Davos il piano per una “Nuova Gaza” da 30 miliardi di dollari – A Davos Donald Trump, tramite il genero Jared Kushner, ha illustrato un ambizioso piano da 30 miliardi di dollari per ricostruire Gaza come “destinazione costiera moderna”, con grattacieli, infrastrutture e nuove aree residenziali. Il progetto è stato accolto con forte scetticismo internazionale per la mancanza di chiarezza sui finanziamenti e per l’assenza di un quadro politico e di sicurezza condiviso, elementi che rendono al momento l’iniziativa più una dichiarazione di intenti che un piano operativo concreto.
Un altro americano è stato ucciso dagli agenti anti-immigrazione a Minneapolis – Un infermiere di 37 anni è stato ucciso da agenti federali anti-immigrazione mentre stava filmando un’operazione, in un episodio che ha scatenato proteste diffuse e polemiche a livello nazionale. I video circolati online contraddicono la versione ufficiale delle autorità, alimentando accuse di uso eccessivo della forza.
Questo nuovo caso ha intensificato le pressioni politiche: legislatori democratici minacciano di bloccare i finanziamenti al Dipartimento della Sicurezza Nazionale finché non verranno chiarite le responsabilità e riviste le pratiche operative, con il rischio che l’episodio si trasformi in uno scontro istituzionale più ampio sulle politiche migratorie.Trump rischia di perdere la battaglia per licenziare la governatrice della Fed – La Corte Suprema ha mostrato forte scetticismo verso il tentativo della Casa Bianca di rimuovere Lisa Cook dalla Federal Reserve, sollevando dubbi sull’autorità presidenziale di licenziare membri indipendenti della banca centrale senza giusta causa. Il caso tocca direttamente il principio di indipendenza della Fed e potrebbe avere implicazioni rilevanti sui rapporti tra esecutivo e istituzioni economiche.


