Trump non ha vere prove sulla insicurezza delle elezioni
Nel nostro approfondimento settimanale torniamo sull'intervento di Trump dedicato al tema dei brogli elettorali
Il tema della sicurezza del sistema elettorale e dei presunti brogli è tornato ancora una volta al centro del dibattito politico americano. Giovedì sera, infatti, Donald Trump ha pronunciato un discorso dedicato alla questione, preceduto nei giorni scorsi da una forte attesa alimentata dallo stesso presidente, che aveva preannunciato la desecretazione di diversi gruppi di documenti destinati a mostrare, secondo la sua ricostruzione, un sistema elettorale «talmente compromesso e vulnerabile che nessuno può davvero difenderlo». Nel corso dell’intervento il presidente ha avanzato accuse di natura diversa ma, come ha osservato The Hill, nonostante le aspettative non è emersa alcuna rivelazione davvero «clamorosa». Del resto, sebbene siano stati declassificati soltanto di recente, i documenti, secondo la CNN, «descrivono in gran parte vulnerabilità note da anni e che i funzionari elettorali di tutto il paese hanno cercato di affrontare».
Alcune delle problematiche indicate sono quindi reali e conosciute, ma i materiali non sostengono l’ipotesi più eclatante avanzata ripetutamente da Trump e dai suoi sostenitori: che una frode diretta abbia ribaltato voti a suo sfavore o che un gran numero di schede false sia stato espresso e conteggiato per Joe Biden. In diversi passaggi, anzi, affermano il contrario. Uno dei documenti che il presidente stesso ha citato e reso pubblico, un memorandum del National Intelligence Council del gennaio 2020, sostiene che i sistemi elettorali americani sarebbero difficili da manipolare «su scala sufficientemente ampia da alterare l’esito elettorale»: le apparecchiature dei seggi non sono collegate a internet né fra loro, buona parte dei metodi per comprometterle richiede la prossimità fisica e «gli audit successivi al voto e le tracce cartacee molto probabilmente scoprirebbero» un tentativo del genere. A rendere ancora più esplicito il punto è stato, poche ore dopo, lo stesso John Solomon, il giornalista conservatore che ha collaborato con la Casa Bianca alla desecretazione: «La comunità di intelligence non ha alcuna prova che una potenza straniera abbia ribaltato un voto nel 2020, nel 2022 o nel 2024».
La Cina e i 220 milioni di file
Il nucleo principale dell’intervento ha riguardato la Cina. Secondo Trump, Pechino avrebbe realizzato «quella che si ritiene sia la più grande compromissione di dati elettorali della storia», entrando in possesso di circa 220 milioni di file relativi agli elettori statunitensi. Le informazioni, ha spiegato il presidente, comprendevano nomi, indirizzi, numeri di telefono, affiliazioni politiche e altri dati personali che avrebbero potuto essere utilizzati per attività di influenza o per ulteriori operazioni ostili. Trump ha inoltre richiamato altri materiali secondo i quali dati provenienti da diciotto Stati sarebbero stati «acquistati, rubati o hackerati» dalla Cina, collegando la raccolta di queste informazioni alla volontà di Pechino di indebolire la sua candidatura nel 2020. Il punto è che i registri elettorali statali sono in larga parte pubblici o accessibili attraverso servizi commerciali: uno dei documenti diffusi dalla Casa Bianca afferma, peraltro, che informazioni sulle registrazioni elettorali raccolte tra il 2013 e il 2021 erano pubblicamente scaricabili da siti commerciali. In ambito informatico il termine «compromissione» può indicare anche un accesso, un’acquisizione o una divulgazione non autorizzati e non implica necessariamente che i dati siano stati alterati. Non è stata comunque presentata alcuna prova che Pechino sia entrata nei database elettorali ufficiali degli Stati o ne abbia modificato i record.
Foto pubblicata sui canali social della Casa Bianca
Anche l’accusa di un occultamento sistematico appare però più ampia di quanto consentano i documenti. Un rapporto dell’intelligence dell’aprile 2020, reso pubblico nell’ottobre 2022, affermava già che funzionari cinesi analizzavano i registri elettorali di diversi Stati per studiare l’opinione pubblica americana in vista del voto. I materiali diffusi ora mostrano che all’interno dell’intelligence vi furono contrasti su come valutare e presentare le attività di Pechino, ma la tesi secondo cui la Cina avrebbe cercato di danneggiare Trump non fu eliminata dalla valutazione finale: vi compariva come opinione di minoranza del funzionario responsabile delle questioni informatiche. La conclusione condivisa dalla comunità d’intelligence, formulata con un elevato grado di fiducia, era invece che la Cina non avesse messo in atto operazioni di interferenza e avesse valutato, senza poi realizzarle, attività di influenza dirette a modificare l’esito, ritenendo che nessuno dei due possibili vincitori fosse sufficientemente vantaggioso da giustificare il rischio di essere scoperta.
Il presidente non si è però limitato ad accusare la Cina: ha sostenuto che alcuni esponenti delle agenzie federali e del cosiddetto deep state avessero deliberatamente ridimensionato e nascosto la portata di queste attività. Le informazioni, a suo giudizio, non sarebbero state comunicate né a lui, quando occupava la Casa Bianca, né al Congresso, e alcuni rapporti sarebbero stati esclusi dai briefing presidenziali. Per questo ha chiesto nuove indagini sui funzionari responsabili dell’eventuale occultamento e la valutazione di possibili procedimenti penali.
Le macchine per il voto e il Venezuela
Un secondo blocco del discorso ha riguardato la sicurezza delle infrastrutture elettorali. Trump ha sostenuto che gli americani sarebbero stati «sfacciatamente ingannati» sull’affidabilità delle macchine per il voto e dei sistemi elettronici utilizzati per contare le schede, descrivendo la situazione come una minaccia informatica diretta al cuore della democrazia, e ha annunciato che il governo federale avrebbe collaborato con gli Stati e con le amministrazioni locali per correggere le vulnerabilità tecniche prima delle elezioni di metà mandato. È però lo stesso memorandum del gennaio 2020 da cui ha citato a contenere la conclusione opposta a quella che ne ha tratto.
A sostegno della sua tesi il presidente ha richiamato informazioni della CIA relative al Venezuela, secondo cui funzionari del paese avrebbero sviluppato nel tempo un interesse duraturo e probabilmente alcune capacità per manipolare sistemi di voto elettronico. Gli stessi documenti precisano tuttavia che l’intelligence non ha confermato in maniera definitiva che una frode elettronica su larga scala sia stata effettivamente realizzata in una specifica elezione venezuelana. Trump ha utilizzato il caso per sostenere che strumenti analoghi potrebbero rappresentare un pericolo anche per gli Stati Uniti, senza però affermare che fossero stati impiegati nelle elezioni americane. Un altro memorandum afferma inoltre che né il governo venezuelano né Smartmatic — l’azienda produttrice di sistemi elettorali da anni bersaglio degli alleati del presidente — disponevano della capacità di manipolare in modo prevedibile l’esito di un’elezione al di fuori del Venezuela. Negli Stati Uniti, peraltro, Smartmatic opera soltanto nella contea di Los Angeles.
Il Michigan e i non cittadini nei registri
Il presidente è poi passato a un’indagine avviata nel 2020 a Muskegon, in Michigan, su una serie di moduli sospetti per la registrazione degli elettori. Secondo i documenti citati durante il discorso, alcuni collaboratori di un’organizzazione impegnata nella mobilitazione del voto avrebbero ammesso di avere firmato domande utilizzando i nomi di altre persone, presentato registrazioni relative a individui inesistenti e ricevuto buoni regalo in base al numero di moduli prodotti. Trump ha accusato i vertici del Dipartimento di Giustizia dell’epoca di avere rallentato l’indagine fino a farla morire, e ha annunciato che avrebbe chiesto al direttore dell’FBI Kash Patel di riesaminare il caso.
La vicenda, però, è nota da anni alla stampa del Michigan e la sua conclusione è meno clamorosa. Alla fine di ottobre del 2020, pochi giorni prima del voto, la responsabile dell’ufficio elettorale comunale di Muskegon, Ann Meisch, segnalò irregolarità in alcune centinaia di moduli, su diverse migliaia consegnati nell’ambito di una campagna di registrazione: le domande sospette furono annullate e nessuna scheda fu rilasciata sulla loro base. La polizia statale accertò in seguito che tra le ottomila e le diecimila richieste erano state consegnate da un collaboratore della società GBI Strategies. Secondo la ricostruzione contenuta nei materiali, gli inquirenti ricondussero le irregolarità all’operato di dipendenti che avrebbero cercato di farsi pagare per attività non realmente svolte, senza individuare un piano diretto ad alterare l’esito elettorale.
Quanto al presunto insabbiamento, i documenti diffusi dalla Casa Bianca mostrano che nel novembre 2021 un agente dell’FBI contestò la decisione della sezione per l’integrità pubblica del Dipartimento di Giustizia di non procedere. Mostrano però anche che il dipartimento autorizzò successivamente la prosecuzione degli accertamenti e che nel 2023 fu aperta una full field investigation, cioè un’indagine completa, con nuovi interrogatori dei collaboratori. Un documento dell’FBI datato settembre 2025 indica infine che il caso è stato archiviato perché le piste si erano esaurite e l’attività investigativa non aveva individuato violazioni penali; dai materiali diffusi non risulta però chiaro quando sia stata assunta la decisione definitiva.
L’ultima accusa di rilievo ha riguardato la presenza di persone prive della cittadinanza americana nei registri elettorali. Trump ha citato dati del Department of Homeland Security che avrebbero individuato circa 278 mila potenziali non cittadini presenti nelle liste per le elezioni federali. Il giorno successivo, il segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha inviato lettere ai segretari di Stato di California, New Jersey, Nevada e Pennsylvania, chiedendo loro di verificare la posizione degli oltre 250 mila nominativi individuati nei quattro Stati attraverso una revisione che lo stesso dipartimento ha definito preliminare.
La cifra è però la somma di due dati molto diversi fra loro. Circa 28.000 nomi sono quelli di potenziali non cittadini emersi nei venticinque Stati che hanno utilizzato il database federale SAVE, su 68 milioni di registrazioni esaminate: lo 0,04%. Gli altri 250.000 sono una stima riferita a quattro soli Stati — California, Pennsylvania, New Jersey e Nevada — che avevano rifiutato di partecipare al programma, ricavata incrociando i loro archivi pubblici con banche dati commerciali senza che il DHS abbia reso nota alcuna metodologia. Gli esperti che lavorano con questi archivi la considerano largamente gonfiata, perché in assenza di identificativi univoci il confronto produce un gran numero di falsi positivi, soprattutto sui nomi più diffusi; l’hanno contestata anche i segretari di Stato del Nevada e della Pennsylvania, il secondo dei quali è un repubblicano. Anche il dato più solido, del resto, si è già rivelato fragile: quando le liste ricavate dal programma SAVE sono state trasmesse agli Stati, i funzionari locali vi hanno trovato cittadini americani, in diversi casi naturalizzati di recente. Secondo il database sulle frodi elettorali della Heritage Foundation, think tank conservatore, dal 1982 i non cittadini condannati per avere votato o essersi registrati illegalmente sono poco meno di cento. Né Trump né il DHS, in ogni caso, hanno sostenuto che le persone individuate abbiano effettivamente votato.
Il SAVE America Act
È proprio a quest’ultimo tema, inserito nella cornice più generale delle vulnerabilità denunciate, che Trump ha collegato la richiesta politica centrale del discorso: l’approvazione del SAVE America Act, a suo giudizio indispensabile per affrontare quella che ha definito una «crisi della sicurezza elettorale». Agli oppositori ha attribuito apertamente l’intenzione di consentire i brogli: «Quanto è facile farlo? A meno che non vogliate imbrogliare». Ha quindi invitato gli americani a contattare i propri rappresentanti alla Camera e al Senato perché il provvedimento venga approvato senza ulteriori ritardi.
Il SAVE America Act è una versione più ampia della proposta già approvata dalla Camera nel 2025 e rimasta bloccata al Senato. Il nuovo testo, passato nuovamente alla Camera l’11 febbraio con 218 voti contro 213 e un solo democratico a favore, imporrebbe a chi vuole registrarsi per le elezioni federali di presentare una prova documentale della cittadinanza, come un passaporto o un certificato di nascita o di naturalizzazione, e introdurrebbe inoltre l’obbligo di mostrare un documento fotografico al momento del voto. La cittadinanza americana, però, è già oggi un requisito per partecipare alle elezioni federali: la riforma non modifica quindi chi abbia diritto al voto, ma trasferisce su ogni elettore l’onere di dimostrare documentalmente di possederlo.
È proprio questo aspetto ad alimentare le principali obiezioni. Una parte non irrilevante degli americani non dispone facilmente dei documenti richiesti, oppure presenta discrepanze tra il nome attuale e quello riportato sul certificato di nascita, come accade spesso alle donne che hanno cambiato cognome dopo il matrimonio. Trump ha definito semplice l’obbligo di identificazione, ricordando che trentasei Stati prevedono già una qualche forma di voter ID, ma i requisiti del provvedimento sono più severi di quelli oggi in vigore quasi ovunque: negli Stati in cui vengono accettati tesserini universitari, licenze di caccia e pesca o persino documenti privi di fotografia, il testo ammetterebbe soltanto patente, passaporto, documento militare o documento con foto emesso da un governo tribale. Il rischio, secondo i critici, è quindi quello di complicare l’iscrizione alle liste per cittadini che avrebbero pieno diritto di votare, allo scopo di contrastare un fenomeno che i dati disponibili descrivono come estremamente raro. Al Senato, dove servono sessanta voti e i repubblicani ne controllano cinquantatré, il provvedimento resta comunque fermo.
La copertura televisiva e le reazioni
Il discorso ha posto le principali reti televisive di fronte a una scelta non semplice. È consuetudine che i grandi network interrompano la programmazione quando il presidente chiede di rivolgersi alla nazione, ma questa disponibilità presuppone generalmente un annuncio di particolare importanza e un intervento non apertamente di parte. NBC e ABC hanno quindi deciso di non trasmettere Trump in diretta sui propri canali generalisti, pur rendendo il discorso disponibile sulle piattaforme digitali, mentre CNN e MS NOW hanno preferito accompagnarlo con analisi e verifiche anziché mandarlo in onda senza mediazioni. Il presidente ha reagito accusando le emittenti di voler nascondere la corruzione del sistema elettorale e di essere parte dello stesso «complotto» denunciato durante l’intervento.
Tra i Democratici sono emerse due reazioni differenti. Tutti e ventiquattro i governatori hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui accusano il presidente di voler intimidire gli elettori, e il senatore Mark Warner ha avvertito che sarebbe un errore archiviare la vicenda come l’ennesimo sfogo di Trump, sottolineando il rischio che accuse di questo tipo indeboliscano ulteriormente la fiducia degli americani nel voto. Altri hanno invece osservato come la scelta di tornare sui presunti brogli possa rivelarsi politicamente controproducente, in un momento in cui gli elettori sembrano più preoccupati dall’economia e dal costo della vita: Dan Pfeiffer, ex collaboratore di Barack Obama, ha sintetizzato questa seconda lettura sostenendo che, dal punto di vista elettorale, avrebbe voluto vedere il discorso trasmesso «nella casa di ogni elettore residente in un distretto in bilico».


