Vance e Rubio si preparano al dopo Trump
Nel Partito Repubblicano ci sono due chiari contendenti per il 2028: JD Vance e Marco Rubio. Trump non è sicuro di chi preferisce.
Nota di servizio: nei prossimi due weekend la nostra newsletter va in pausa estiva. Il prossimo numero sarà pubblicato domenica 23 agosto.
Nel numero della scorsa settimana avevamo analizzato il caotico quadro in casa democratica in vista delle prossime elezioni presidenziali, in programma nel 2028. Manca sicuramente ancora molto, ma i primi movimenti per farsi trovare pronti sono già cominciati, come si è cercato di mostrare, con i diversi candidati interessati alla corsa che stanno iniziando a costruire reti, cercare sostegno economico e visitare gli Stati in cui si terranno le primarie. Se tra i Democratici c’è una lunga lista di potenziali candidati, tra i Repubblicani al centro dell’attenzione ci sono soprattutto due figure, stabilmente ai primi posti nei sondaggi e considerate i due principali front-runner: il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio.
Sono loro, del resto, i nomi che Donald Trump continua a tirare in ballo quando si parla della futura guida di un partito ancora legatissimo al suo leader. Nel corso degli ultimi mesi il presidente avrebbe condotto diversi sondaggi improvvisati tra le persone che incontrava, divertendosi a chiedere chi avrebbero preferito fra i due. Non è un caso che l’Associated Press abbia descritto questo modo di gestire la successione come una sorta di versione dal vivo di The Apprentice, il reality show in cui Trump metteva in competizione aspiranti manager, con il presidente che espone pubblicamente i possibili eredi, osserva le reazioni del pubblico e ne valuta anche la capacità di funzionare davanti alle telecamere, un aspetto al quale ha sempre attribuito grande importanza.
Durante una cena nel Rose Garden della Casa Bianca, secondo la ricostruzione di Wired, Trump si sarebbe rivolto direttamente agli invitati domandando prima chi sostenesse Vance e poi chi sostenesse Rubio, salvo subito dopo ipotizzare un ticket composto dai due e definirlo un possibile «dream team». E non sarebbe stata neppure l’unica occasione: quando ha rivolto la stessa domanda ai finanziatori riuniti a Mar-a-Lago, la maggioranza avrebbe indicato Rubio, mentre un gruppo di appartenenti alle forze dell’ordine, ritenuto dalla Casa Bianca forse più rappresentativo degli elettori comuni, avrebbe preferito Vance.
La posizione di Vance
È tutt’altro che scontato, però, che i due arrivino davvero a confrontarsi alle primarie. Vance e Rubio, infatti, sono da tempo legati da una forte amicizia. Anche per questo il segretario di Stato ha più volte affermato pubblicamente che, qualora il vicepresidente dovesse decidere di candidarsi, non avrebbe intenzione di sfidarlo, sostenendolo invece nella corsa alla Casa Bianca. Un impegno che, secondo Axios, Rubio avrebbe ribadito direttamente anche all’amico. Al momento, del resto, Vance gode di un certo vantaggio dal punto di vista organizzativo: l’ex senatore dell’Ohio dispone già di un gruppo di consulenti e operatori politici pronti a lavorare per lui, una rete che Rubio non ha ancora costruito.
Vance parte avanti anche per il ruolo che occupa e per il modo in cui ha scelto di interpretarlo. Il vicepresidente si è mostrato quasi sempre allineato a Trump, anche quando questo lo ha portato a difendere scelte in tensione con le posizioni espresse in precedenza. È accaduto soprattutto con la guerra in Iran, di fronte alla quale ha dovuto conciliare la lealtà verso il presidente con il proprio tradizionale scetticismo nei confronti degli interventi militari. Ha inoltre fatto proprio lo stile comunicativo di Trump, andando spesso all’attacco degli avversari politici, reagendo duramente alle domande più scomode e contestando il comportamento dei media. La differenza appare evidente soprattutto nel confronto con Rubio. L’Associated Press, mettendo in parallelo alcune apparizioni dei due nella sala stampa della Casa Bianca, ha mostrato come lo stile del segretario di Stato sia più sciolto e leggero, mentre Vance tenda maggiormente a controllare il confronto e, nei momenti più tesi, a passare all’attacco. Un esempio risale allo scorso gennaio, quando il vicepresidente aveva attribuito ai Democratici e alla stessa manifestante uccisa la responsabilità della sparatoria compiuta da un agente federale dell’immigrazione a Minneapolis, accusando poi i giornalisti di doversi vergognare per il modo in cui stavano raccontando le proteste.
Particolarmente importanti sono anche le mosse sul piano organizzativo. Finora Vance non ha annunciato pubblicamente l’intenzione di candidarsi nel 2028, ma si sta comunque muovendo lungo un percorso che somiglia sempre più a quello di un futuro candidato. A maggio il Financial Times lo ha seguito in Iowa, uno dei primi Stati in cui si terranno le primarie, dove era arrivato formalmente per sostenere i Repubblicani impegnati nelle elezioni di metà mandato. Nel frattempo ha lavorato alla costruzione di una rete capace di attraversare mondi molto diversi del partito. Ben Smith, in un’analisi pubblicata da Semafor alla fine di aprile, dopo aver parlato con persone vicine al vicepresidente e ai suoi possibili rivali, ha raccontato come Vance abbia conservato i rapporti con la nuova classe imprenditoriale repubblicana della California, soprattutto con gli ambienti tecnologici, approfondendo contemporaneamente quelli con Wall Street. È rimasto inoltre vicino alla destra più radicale, evitando spesso di condannarne gli eccessi, ma continua a dialogare anche con repubblicani esterni a quella che una persona della sua cerchia ha definito la sempre più interventista «bolla trumpiana». Nello stesso periodo aveva già partecipato a ventiquattro raccolte fondi, contribuendo a raccogliere complessivamente 60 milioni di dollari, e aveva fatto campagna per candidati impegnati in competizioni difficili in Iowa, Wisconsin e North Carolina, rafforzando così la propria presenza nell’apparato nazionale e accumulando rapporti e crediti politici utili in vista di una futura corsa.
Le difficoltà, però, aumentano quando lo sguardo si sposta oltre l’elettorato repubblicano. Vance continua a guidare i sondaggi sulle primarie e gode di un consenso molto alto all’interno del partito, ma la sua popolarità nel resto del Paese rimane negativa. Come osserva ancora Ben Smith, il vicepresidente riesce ad attirare l’ostilità degli avversari di Trump senza avere ancora dimostrato di possedere lo stesso legame personale con i suoi sostenitori. È un problema che riguarda soprattutto la parte meno ideologica della coalizione: secondo un sondaggio analizzato da Politico, più di un terzo degli elettori che avevano votato Trump nel 2024 non si definiva MAGA e mostrava un legame meno solido sia con il presidente sia con il Partito repubblicano. Vance potrebbe quindi arrivare alla nomination con un vantaggio molto ampio e ritrovarsi poi a disputare una campagna generale estremamente polarizzata, giocata ancora una volta sulla mobilitazione delle due basi e sul rifiuto dell’avversario. Sullo sfondo rimane inoltre l’imprevedibilità dello stesso Trump, ancora abbastanza forte da consacrare un successore, ma anche da cambiare improvvisamente idea o trasformare il proprio erede nel bersaglio di un nuovo conflitto.
La crescita di Rubio
D’altro canto, negli ultimi mesi Rubio ha guadagnato sempre più credito, soprattutto grazie alla posizione occupata all’interno dell’amministrazione. L’attenzione riservata da Trump alla politica estera, dalla crisi in Venezuela alla guerra in Iran, ha posto il segretario di Stato al centro dei principali dossier, garantendogli una visibilità molto maggiore rispetto a quella normalmente concessa al vicepresidente. Lo stesso Trump, come racconta Axios, tende a distinguere i due possibili successori anche in base alle loro caratteristiche: Rubio sarebbe il diplomatico capace di agire con un «guanto di velluto», mentre Vance rappresenterebbe il combattente più diretto e aggressivo.
La maggiore esposizione ha permesso a Rubio anche di ritrovare alcuni tratti della figura politica con cui si era presentato agli elettori prima dell’ascesa di Trump. Durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, interrogato sulla propria visione degli Stati Uniti, ha parlato di un Paese che deve continuare a essere il luogo in cui chiunque, indipendentemente dalle proprie origini, può realizzare le proprie aspirazioni, aggiungendo che ogni generazione dovrebbe lasciare quella successiva più libera, prospera e sicura. Il giorno seguente ha pubblicato sui social una clip del proprio intervento, accompagnata da immagini sue, di Trump e di Ronald Reagan e da una musica simile a quella di uno spot elettorale. Una performance apprezzata anche dal presidente, che ha affermato di aver seguito ogni parola e di aver trovato Rubio eccezionale.
Il passaggio ricordava molto il conservatorismo ottimista con cui Rubio aveva costruito la propria prima candidatura presidenziale, ma sembra aver trovato spazio anche tra elettori ormai abituati a un Partito repubblicano profondamente diverso. Sarah Longwell, che organizza ogni settimana gruppi di discussione con gli elettori di Trump, ha raccontato su The Atlantic di aver registrato un crescente e per certi aspetti sorprendente rispetto nei confronti del segretario di Stato. Sebbene Vance possa apparire il successore MAGA più naturale, molti partecipanti vedono in Rubio una presenza più stabile, competente e rassicurante, fino a considerarlo una sorta di «adulto nella stanza» rispetto ad altre figure dell’amministrazione.
Nel frattempo, però, Rubio non è rimasto fermo al profilo con cui si era candidato nel 2016. Ha progressivamente assorbito diversi elementi del populismo economico trumpiano, assumendo posizioni più critiche verso la globalizzazione, il tradizionale fondamentalismo del libero mercato e il potere delle grandi imprese, avvicinandosi così allo stesso terreno sul quale si è mosso Vance. Continua comunque a conservare un’impostazione più vicina al conservatorismo tradizionale soprattutto in politica estera, con una maggiore fiducia nelle alleanze internazionali e nell’uso della potenza americana.
È anche per questo che una parte dei conservatori più tradizionali e dei grandi finanziatori repubblicani continua a guardare a lui con maggiore favore, considerandolo più rassicurante rispetto a Vance e potenzialmente più competitivo in vista delle elezioni generali. Come ha raccontato The Dispatch, tra gli operatori del partito esiste già un gruppo di donatori che preferirebbe Rubio, anche se questo non significa che il segretario di Stato abbia deciso di candidarsi. Prima di arrivare fino a quel punto, del resto, dovrebbe convincere una base repubblicana che rimane profondamente legata a Trump e nella quale, almeno per il momento, il vicepresidente continua a partire in vantaggio.




