Come il Maine può far perdere i Dem a novembre
Quello che sembrava un buon candidato in Maine, si sta rivelando un candidato pieno di scandali e potrebbe affondare le probabilità dei Democratici di vincere il Senato.
In settimana si sono tenute delle primarie che, pur essendo scontate, hanno suscitato comunque particolare attenzione mediatica. Si tratta della sfida relativa al Senato in Maine, che potrebbe contribuire in maniera decisiva ad assegnare il controllo della Upper House dopo le elezioni di novembre. A vincere sono state la repubblicana Susan Collins, in corsa senza avversari interni, e il democratico Graham Platner, che ha travolto la primaria con circa il 72% dei voti.
Due risultati ampiamente previsti, dunque, che però aprono quella che molti analisti considerano già la sfida senatoriale più incerta e simbolicamente densa dell’intero ciclo elettorale. Per capire perché un singolo seggio del New England possa pesare così tanto, e perché proprio i Democratici rischino di complicare da soli una corsa che sulla carta li vede in vantaggio, conviene partire dal quadro nazionale.
I Democratici e il fattore midterm
Il punto di partenza è la condizione politica di Donald Trump, che resta quella di un presidente impopolare. I numeri oscillano a seconda delle rilevazioni, ma in media circa il 57-60% degli americani disapprova oggi il suo operato, mentre soltanto il 39-40% si dichiara favorevole: livelli vicini ai punti più critici del suo primo mandato e sensibilmente inferiori a quelli registrati prima dello scoppio della guerra con l’Iran. È un dato tutt’altro che rassicurante alla vigilia delle midterm, le elezioni di metà mandato che a novembre rinnoveranno l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Questo tipo di tornate, infatti, quasi sempre a penalizzare il partito che occupa la Casa Bianca, che dal dopoguerra a oggi ha perso in media circa ventisette seggi alla Camera al primo voto nazionale successivo all’insediamento. I sondaggi attuali confermano la tendenza. Sul cosiddetto generic ballot, l’indicatore che misura la preferenza degli elettori tra un generico candidato democratico e uno repubblicano, i Democratici guidano in media di circa cinque punti, un margine che ricorda da vicino quello che il partito esprimeva nello stesso momento del ciclo 2018, quando un vantaggio analogo precedette una vittoria che valse quaranta seggi alla Camera e la riconquista dell’aula.
Se la Camera appare quindi a portata di mano, il discorso sul Senato è più complicato, perché gran parte dei seggi in palio si trova in stati tendenzialmente favorevoli al GOP, e ai Democratici per tornare in maggioranza non basterà sfruttare l’impopolarità di Trump: servirà strappare alcune roccaforti repubblicane. A rendere il compito meno proibitivo del previsto, però, contribuisce anche un problema di candidature che il Partito Repubblicano sta vivendo in più di uno stato. Il caso più evidente è quello del Texas, di cui ci siamo occupati nelle scorse settimane: lì la base ha premiato alle primarie senatoriali Ken Paxton, procuratore generale dell’ala più trumpiana del partito e già al centro di un’incriminazione per frode finanziaria, di un impeachment statale per abuso d’ufficio e di una lunga serie di scandali personali, un profilo che galvanizza l’elettorato più fedele ma rischia di consegnare ai Democratici la possibilità di rendere competitivo un seggio fino a ieri considerato fuori discussione. È in questo quadro che il Maine entra a pieno titolo tra gli obiettivi democratici. Con una particolarità, però, che lo rende un caso a sé.
Il Maine, un’eccezione che resiste
Susan Collins punta al sesto mandato consecutivo, un primato, dopo quasi trent’anni al Senato, dove siede ininterrottamente dal 1997. La sua presenza è ormai un’eccezione tanto politica quanto geografica: dal 2018 è l’unica repubblicana eletta al Congresso in tutto il New England, in una regione che il riallineamento degli ultimi cicli ha consegnato quasi per intero ai Democratici. La sua capacità di sopravvivere poggia su una reputazione costruita in decenni di moderazione e indipendenza, e sull’abilità di separare la propria immagine da quella del partito, una qualità sempre più rara nella politica americana contemporanea.
Il momento in cui questa abilità si è manifestata con maggiore evidenza è stato il 2020. Quasi tutti i sondaggi e gran parte degli analisti davano allora Collins in svantaggio contro la democratica Sara Gideon. La senatrice vinse invece con circa nove punti di margine, nello stesso istante in cui Joe Biden conquistava il Maine con uno scarto quasi identico. Migliaia di elettori, quel giorno, votarono Biden per la Casa Bianca e Collins per il Senato, premiando la persona più dell’appartenenza di partito. Fu uno degli esempi più nitidi di voto disgiunto, il cosiddetto ticket splitting, dell’epoca recente.
La sfida del 2026, tuttavia, si annuncia molto più difficile, e per una ragione strutturale. Negli ultimi anni il voto disgiunto si è progressivamente prosciugato, mentre gli elettori tendono sempre più a votare in modo coerente con la propria identità di partito. Collins si trova inoltre a difendere il proprio seggio durante una midterm guidata da un presidente repubblicano in piena fase di impopolarità, una combinazione che mette alla prova la sua tradizionale autonomia come non era mai accaduto prima. Non a caso molti osservatori la considerano la senatrice repubblicana più vulnerabile dell’intero ciclo: è l’unica del suo partito a dover difendere un seggio in uno stato vinto da Kamala Harris alle presidenziali del 2024, e l’ultima rappresentante di un fenomeno, quello del parlamentare che vince stabilmente in uno stato che a livello presidenziale sostiene l’altro partito, che la polarizzazione sta facendo scomparire. Eppure, ed è il punto più importante, proprio la candidatura che i Democratici hanno scelto per sfidarla rischia di rimettere in gioco una partita che sembrava indirizzata.
Chi è Graham Platner
Graham Platner è una delle figure più atipiche emerse nella politica americana degli ultimi anni. Nato e cresciuto sulla costa del Maine, si arruolò nei Marines subito dopo il diploma, nel 2003. La sua biografia, però, parte da un paradosso. Già nell’ottobre del 2002, diciottenne, era stato uno dei sei manifestanti cacciati da un evento che George W. Bush aveva tenuto all’aeroporto internazionale di Bangor, pochi mesi prima dell’invasione dell’Iraq: srotolò un cartello che teneva nascosto in tasca, “No alla guerra”, e gridò “Non attaccate l’Iraq!”, mentre, come avrebbe raccontato in seguito al Bangor Daily News, il presidente lo guardava dritto negli occhi e la gente intorno gli intimava di tacere. Nel suo annuario scolastico i compagni lo avevano soprannominato “quello con più probabilità di far partire una rivoluzione”.
Un soldato pacifista, dunque? Platner si arruolò comunque, spiegando in seguito di aver creduto di poter fare qualcosa di utile e ammettendo con una certa autoironia che all’epoca voleva anche “fare il soldato” e aveva probabilmente letto troppo Hemingway. Dopo l’addestramento prese parte a tre missioni di combattimento in Iraq, operando anche in aree fra le più pericolose come Ramadi e Falluja, e in seguito a un ulteriore turno in Afghanistan con la Guardia Nazionale del Maryland. Studiò alla George Washington University grazie al G.I. Bill, il programma di benefici federali destinato ai veterani, e nel 2016 tornò nel Maine per curarsi dal disturbo da stress post-traumatico maturato negli anni di servizio. Dopo un ultimo periodo come contractor per la sicurezza del Dipartimento di Stato in Afghanistan, rientrò definitivamente per dedicarsi all’ostricoltura, l’attività che gestisce dal 2020 e che è diventata parte centrale della sua immagine pubblica. La candidatura al Senato è arrivata nell’agosto 2025.
La sua campagna si è distinta fin da subito dalla tradizionale politica democratica del Maine. Platner si è presentato come un progressista sostenuto da Bernie Sanders e dal mondo sindacale, alternativo all’establishment del partito, con un messaggio capace di attrarre tanto gli elettori liberal quanto una parte di chi nel 2024 aveva votato Trump. È il tipo di candidato che dal palco di una legione di veterani si definisce “estremamente arrabbiato” con l’oligarchia e con i politici di entrambi i partiti, e che ha fatto della formula “ho la strana fortuna di essere un veterano di guerra disabile” una sorta di mantra, per legare l’assistenza ricevuta dallo Stato alla libertà di essersi potuto costruire una vita. POLITICO lo ha descritto come diverso da qualsiasi altro candidato popolare visto di recente nello stato, sottolineandone la capacità di riempire le sale e di raccogliere milioni di dollari.
La corsa per la nomination ha assunto presto il significato di uno scontro interno al partito. Quando la governatrice Janet Mills entrò in gara nell’ottobre 2025 con l’appoggio dei vertici nazionali, da Chuck Schumer a Kirsten Gillibrand, la competizione fu letta come una sfida tra l’ala centrista e istituzionale e la sinistra populista incarnata da Platner, contro il cui ingresso si schierò invece apertamente lo stesso Sanders. Nonostante Mills fosse considerata una delle reclute più prestigiose schierabili contro Collins, i sondaggi mostrarono con costanza Platner in vantaggio, con margini che in alcune rilevazioni sfiorarono i quaranta punti. Di fronte a prospettive sempre più sfavorevoli, il 30 aprile 2026 la governatrice sospese la campagna, pur restando sulla scheda, e Platner rimase di fatto l’unico democratico competitivo, conquistando la nomination del 9 giugno senza difficoltà.
La lunga scia delle controversie
L’ascesa di Platner è stata però accompagnata da una sequenza quasi ininterrotta di polemiche, ed è qui che si annida il problema per i Democratici. Poco dopo l’ingresso di Mills nella corsa riemersero vecchi messaggi pubblicati su Reddit nei quali attaccava la polizia, definiva “stupidi” gli americani delle aree rurali e si descriveva come “comunista”: commenti che costarono le dimissioni della sua direttrice politica, arrivata a definirlo ineleggibile, e a cui Platner rispose con un video di scuse. Maggiore attenzione ricevette un tatuaggio sul petto che richiamava il Totenkopf, il teschio utilizzato dalle SS naziste, emerso da un video girato durante il matrimonio del fratello: Platner spiegò di esserselo fatto anni prima da ubriaco insieme ad altri Marines in Croazia, credendolo un semplice teschio privo di implicazioni storiche, e di averlo poi coperto. Nei mesi successivi si aggiunsero la condivisione, nel febbraio 2026, di un contenuto rilanciato in origine da Stew Peters, figura nota per posizioni suprematiste e antisemite, e le notizie su messaggi a sfondo sessuale che Platner inviava ad altre donne tramite l’applicazione Kik, di cui la moglie aveva avvertito lo staff temendone il danno politico.
L’episodio più serio è arrivato il 4 giugno, quando il New York Times ha pubblicato un’inchiesta, firmata da Katie Glueck e Lisa Lerer, costruita su interviste a diverse ex partner. Tre di loro hanno descritto relazioni turbolente, segnate da abuso di alcol, infedeltà e atteggiamenti umilianti. L’accusa più grave arriva da Lyndsey Fifield, una conservatrice della Virginia che lo frequentò tra il 2013 e il 2015, che ha sostenuto come Platner l’avrebbe afferrata ripetutamente per le spalle fino a lasciarle dei segni, le avrebbe torto un braccio dietro la schiena e l’avrebbe spinta in una stanza tenendo chiusa la porta. Il candidato ha negato categoricamente ogni accusa di violenza fisica, definendola politicamente motivata e ricordando il coinvolgimento di una delle accusatrici in iniziative conservatrici, e ha riconosciuto soltanto di essere stato, in un periodo segnato dal disturbo post-traumatico e dall’alcol, “tutt’altro che un fidanzato perfetto”. A pesare, tuttavia, non è soltanto il merito di quelle accuse: la stessa Fifield ha contestato anche la sua versione sul tatuaggio, sostenendo che ne conoscesse da anni il riferimento nazista e che lo chiamasse “il mio Totenkopf”, in contraddizione con la difesa secondo cui se ne sarebbe accorto solo nell’ottobre 2025. Una smentita che, oltre a riaprire una vecchia controversia, chiama in causa la sua stessa credibilità.
La reazione del partito racconta bene il disagio del momento. Dopo la vittoria alle primarie, Schumer e Gillibrand, alla guida del comitato che coordina le campagne senatoriali democratiche, lo hanno appoggiato apertamente, promettendo che a novembre il Maine eleggerà Platner e che il partito riconquisterà la maggioranza; Sanders è rimasto al suo fianco, rivendicandone il servizio militare e il percorso di recupero. Ma almeno due senatori democratici hanno espresso pubblicamente preoccupazione, e John Fetterman ha lasciato intendere che le nuove accuse non facevano che confermare i suoi dubbi sulla tenuta della candidatura.
Un’arma a doppio taglio
A misurare il prezzo politico di tutto questo sono stati i sondaggi delle ultime settimane, e il quadro che ne emerge è impietoso. Per mesi Platner aveva guidato con margini solidi nel confronto diretto con Collins, forte di un profilo inedito e di una capacità di mobilitazione fuori dal comune. Poi le rivelazioni sui messaggi privati e l’inchiesta del New York Times hanno fatto crollare la sua immagine pubblica, con una quota crescente di elettori a esprimere un giudizio negativo su di lui. Nel giro di poche settimane il vantaggio si è azzerato, e una corsa che sembrava ormai indirizzata si è riportata in perfetto equilibrio. Il problema, per i Democratici, è che nulla lascia pensare che la discesa si sia fermata: Platner resta molto meno conosciuto di Collins, e in un candidato ancora poco definito agli occhi dell’elettorato ogni nuova rivelazione pesa più del normale, perché può ridisegnarne l’immagine da un giorno all’altro.
Il copione, da questo punto di vista, ricalca da vicino quello texano. Anche in Maine la base democratica ha preferito l’outsider anti-establishment alla scelta prudente dei vertici, e si ritrova ora con un candidato che rischia di rivelarsi il più fragile possibile, qui per ragioni personali più che ideologiche, ma con lo stesso esito, perché ciò che entusiasma gli elettori di una primaria quasi mai coincide con ciò che rassicura quelli di novembre. Non sorprende che lo stesso partito appaia sempre più nervoso: dietro gli endorsement di facciata arrivati dopo la vittoria, diversi senatori democratici hanno lasciato trapelare i propri dubbi, consapevoli che il vantaggio strutturale di una midterm sfavorevole al presidente non basta a tenere in piedi una candidatura il cui problema è il candidato stesso.
Resta così aperta la domanda da cui questa corsa era partita, ma la risposta sembra ormai inclinata in una sola direzione. La candidatura di Platner ha davvero rimesso in gioco la partita, salvo che a beneficiarne rischia di essere proprio Collins. La senatrice più vulnerabile dell’intero ciclo, l’unica repubblicana costretta a difendere un seggio in uno stato vinto da Harris, si ritrova fra le mani l’unica cosa che le mancava per sopravvivere a un anno così difficile: un avversario percepito come ancora meno presentabile di lei. La sfida resta comunque apertissima, e fare un pronostico rimane particolarmente difficile.


