Il GOP è sempre più il partito di Trump
Le sconfitte di Cornyn e Cassidy mostrano che nel partito la fedeltà al presidente conta ormai più dell'ideologia
Negli ultimi mesi, in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno il prossimo novembre, una serie di primarie repubblicane particolarmente combattute ha riportato al centro del dibattito politico americano un tema che da tempo accompagna la storia recente del GOP: quanto in profondità Donald Trump abbia trasformato il proprio partito. Si tratta di una discussione che attraversa i Repubblicani da quasi un decennio, almeno dal momento in cui Trump è arrivato alla nomination presidenziale del 2016 contro il volere dell’establishment, ma che proprio in queste settimane sta vivendo una delle sue fasi più visibili, grazie a due primarie senatoriali che hanno avuto un esito particolarmente eloquente.
Il primo caso è quello del Texas, dove pochi giorni fa il procuratore generale Ken Paxton ha sconfitto al ballottaggio il senatore uscente John Cornyn, in carica dal 2002 e tra i principali alleati di Trump al Senato durante il primo mandato. Il secondo è quello della Louisiana, dove poche settimane prima il senatore Bill Cassidy non era riuscito nemmeno ad accedere al ballottaggio, sconfitto da candidati più strettamente allineati al movimento MAGA. Sono due episodi che, presi singolarmente, sembrano raccontare semplicemente la forza degli endorsement presidenziali, ma che inseriti in un quadro più ampio raccontano qualcosa di più profondo, ovvero la trasformazione del Partito Repubblicano in una struttura sempre più modellata attorno alla figura, alle priorità e al linguaggio del presidente.
Il caso Paxton e la sconfitta di Cornyn
La già citata sconfitta di Cornyn era attesa, ma nonostante questo resta per certi versi sorprendente. Il senatore, infatti, ha sempre rivendicato la sua vicinanza a Trump, e durante la campagna per le primarie aveva sottolineato di aver votato con le posizioni del presidente nel 99% dei casi. Nel tentativo di consolidare ulteriormente questo rapporto, inoltre, era arrivato persino a proporre una legge per rinominare un tratto della U.S. Highway 287 come “Interstate 47”, in onore di Trump. Nonostante tutto questo, lo scorso 19 maggio, a una settimana dal ballottaggio, il presidente ha scelto di schierarsi apertamente con il suo avversario. Nell’annunciare il proprio endorsement, Trump ha definito Paxton “un vero guerriero MAGA” e ha lodato il suo sostegno alla fine del filibuster e alle restrizioni elettorali promosse dal Partito Repubblicano. Ma la parte più significativa del messaggio riguardava proprio Cornyn: il presidente lo ha definito “una brava persona” con cui aveva lavorato bene, aggiungendo però che “non mi ha sostenuto quando i tempi erano difficili”, un riferimento all’inizio della campagna presidenziale del 2024, quando il senatore aveva atteso diversi mesi prima di appoggiare formalmente la candidatura dell’ex presidente.
La scelta di Paxton, d’altro canto, è particolarmente significativa anche per il profilo del candidato. Negli ultimi anni, infatti, il procuratore generale texano è diventato uno dei simboli più riconoscibili del movimento MAGA: ha guidato gli sforzi legali per contestare il risultato delle elezioni presidenziali del 2020, ha partecipato al raduno pro-Trump che precedette l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 ed è sopravvissuto sia a un impeachment statale, dal quale fu salvato per pochi voti dal Senato del Texas nel 2023, sia a numerose inchieste giudiziarie. Come Trump, ha costruito parte della propria immagine politica sulla narrazione della persecuzione da parte dell’establishment, e nel motivare il proprio sostegno il presidente ha insistito proprio su questi aspetti, scrivendo che “Ken Paxton ha attraversato molte difficoltà, spesso in modo molto ingiusto, ma è un combattente e sa come vincere. Il nostro Paese ha bisogno di combattenti e di lealtà alla causa della grandezza americana”.
L’argomento principale della campagna di Cornyn, in tutto questo, era stato esattamente l’opposto. Il senatore sosteneva apertamente che Paxton rappresentasse un rischio elettorale per i Repubblicani, e che le numerose controversie personali e giudiziarie del procuratore generale potessero compromettere non soltanto la corsa al Senato di novembre, ma anche numerose altre competizioni locali. I suoi collaboratori, nelle settimane precedenti al voto, avevano infatti diffuso un memorandum secondo cui la candidatura di Paxton avrebbe potuto mettere in pericolo nove collegi federali e venticinque seggi della Camera del Texas che i repubblicani consideravano normalmente sicuri. La base, però, ha scelto il candidato considerato più autenticamente trumpiano, sconfiggendolo con uno scarto di ventotto punti.
Il precedente Cassidy in Louisiana
Il caso di Cornyn, del resto, non è isolato, e si inserisce all’interno di una dinamica che si è ripetuta poche settimane fa anche in Louisiana, dove Trump ha contribuito alla sconfitta di un altro senatore repubblicano in carica, Bill Cassidy. Quest’ultimo era da tempo una figura particolarmente problematica per il movimento trumpiano. Dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 aveva condannato apertamente l’attacco, definendo sediziosi i responsabili, aveva sostenuto la certificazione della vittoria di Joe Biden alle elezioni del 2020 e soprattutto era stato uno dei sette senatori repubblicani a votare per la condanna di Trump nel secondo processo di impeachment, accusandolo di aver incitato l’insurrezione. Una scelta che gli era costata una censura formale da parte del Partito Repubblicano della Louisiana e che aveva compromesso in modo duraturo il suo rapporto con la base trumpiana dello stato. Negli anni successivi Cassidy aveva continuato a mantenere una certa distanza dall’ex presidente, e durante la campagna del 2024 si era opposto pubblicamente alla sua candidatura, citando anche le quattro incriminazioni penali che allora coinvolgevano Trump.
Quando si sono tenute le primarie repubblicane, qualche settimana fa, Cassidy non è riuscito nemmeno ad accedere al ballottaggio, fermandosi attorno a un quarto dei voti. A qualificarsi sono stati invece la deputata Julia Letlow, sostenuta da Trump, e il tesoriere statale John Fleming. Si tratta di un risultato particolarmente significativo, perché Cassidy è di fatto il primo senatore in carica di uno dei due partiti a perdere una primaria dal 2012. La candidatura di Letlow, dal canto suo, ha beneficiato di una serie di appoggi decisivi: oltre all’endorsement di Trump, determinante in uno stato profondamente conservatore come la Louisiana, la deputata ha ricevuto il sostegno del governatore Jeff Landry, che si è mosso dietro le quinte per favorirne la campagna, e del Make America Healthy Again PAC, che ha investito circa un milione di dollari a sostegno della sua corsa.
Cassidy aveva cercato di attenuare il peso del voto sull’impeachment ricordando la propria collaborazione con Trump durante il primo mandato e sottolineando che quattro leggi alle quali aveva contribuito erano poi state firmate dal presidente, ma il voto del 2021 è rimasto un tema centrale della campagna. Trump, in particolare, non aveva mai nascosto il proprio risentimento per quella scelta, anche perché pochi anni prima aveva sostenuto personalmente la rielezione del senatore. Dopo la sconfitta, il presidente ha celebrato apertamente il risultato sui propri canali social, scrivendo che “la sua dislealtà verso l’uomo che lo ha fatto eleggere è ormai entrata nella leggenda”.
Cassidy, dal canto suo, ha usato il discorso della sconfitta per lanciare un ultimo messaggio politico. Senza nominare direttamente Trump, ha affermato che gli Stati Uniti non riguardano “una singola persona”, ma il benessere di tutti gli americani e il rispetto della Costituzione, aggiungendo che “quando qualcuno cerca di controllare gli altri usando le leve del potere, serve sé stesso e non il Paese”. È una dichiarazione che racconta meglio di qualsiasi commento la natura di questa fase del Partito Repubblicano. Per anni, infatti, Trump non era riuscito a eliminare un senatore in carica del proprio partito soprattutto perché molti dei suoi critici interni avevano preferito ritirarsi anziché affrontare una primaria contro candidati da lui sostenuti. Cassidy aveva invece scelto di ricandidarsi e di affrontare direttamente il giudizio degli elettori repubblicani, e la sua sconfitta è stata interpretata da molti osservatori come un segnale di avvertimento per altri esponenti del partito che in passato hanno avuto rapporti difficili con il presidente.
Una trasformazione più profonda del GOP
Le vicende di Paxton in Texas e Cassidy in Louisiana, in ogni caso, non raccontano soltanto la forza degli endorsement di Trump. Dicono anche qualcosa di più profondo, ovvero la trasformazione del Partito Repubblicano in un partito sempre più modellato attorno alla figura, alle priorità e al linguaggio del presidente. Come osservava POLITICO durante la campagna elettorale del 2024, il cambiamento era visibile già dalla semplice lettura delle piattaforme programmatiche del partito. Prima dell’ascesa di Trump, i programmi repubblicani erano documenti relativamente tradizionali, caratterizzati da un linguaggio tecnico e da una struttura convenzionale. La piattaforma approvata nel 2024, invece, appariva profondamente segnata dall’impronta personale del candidato: già dalla copertina campeggiava lo slogan “Make America Great Again”, mentre il testo adottava molte delle espressioni tipiche del lessico trumpiano, dai riferimenti a una presunta “invasione” al confine meridionale fino alle denunce della cosiddetta “gender insanity” promossa dalla sinistra.
Ma la trasformazione non ha riguardato soltanto lo stile comunicativo. Anche le priorità politiche del partito sono profondamente mutate rispetto all’epoca che andava da Ronald Reagan a Mitt Romney: l’immigrazione ha assunto un ruolo centrale e è stata affrontata con toni molto più duri rispetto al passato, hanno acquistato grande importanza le questioni legate alla scuola, alla cosiddetta “indottrinazione politica” e alle politiche riguardanti l’identità di genere, mentre temi tradizionalmente centrali per il conservatorismo americano, come la riduzione del debito pubblico, sono scivolate in secondo piano.
Per comprendere fino in fondo la portata di questa evoluzione è però utile fare un passo indietro e ricordare come si sia sviluppato il movimento conservatore americano negli ultimi decenni. Secondo lo storico Pedro Regalado, la vera rivoluzione conservatrice del Novecento fu quella guidata da Ronald Reagan, che trasformò il taglio delle tasse, la deregolamentazione economica e la riduzione del ruolo dello Stato nei pilastri programmatici del Partito Repubblicano. A questi principi si affiancavano l’opposizione all’aborto, la disciplina fiscale e una politica estera fortemente orientata alla proiezione della potenza americana nel mondo. Come ha ricordato Peter Berkowitz, già direttore del Policy Planning Staff durante la prima amministrazione Trump, il conservatorismo americano era nato in larga misura come reazione sia alle politiche del New Deal sia alla minaccia rappresentata dall’Unione Sovietica, e per gran parte del secondo dopoguerra il movimento si era definito attraverso la difesa del libero mercato, la limitazione del potere federale e l’opposizione a ogni forma di collettivismo. Il Partito Repubblicano ereditato da Trump, in altre parole, era stato plasmato per decenni da una combinazione relativamente stabile di liberismo economico e politica estera interventista, che da Reagan fino alle presidenze Bush e alla candidatura di Mitt Romney aveva perseguito tagli fiscali, deregolamentazione, libero commercio e un ruolo attivo degli Stati Uniti negli affari internazionali.
Trump, invece, ha rotto con gran parte di questa tradizione. Già nel 2016 aveva denunciato la guerra in Iraq, criticato il libero scambio, contestato l’immigrazione illegale e promesso di non ridurre programmi popolari come Social Security, Medicare e Medicaid. All’epoca non era affatto chiaro se si trattasse di una parentesi legata alla personalità del candidato o dell’inizio di una trasformazione più duratura. Negli anni successivi, tuttavia, è emersa una nuova generazione di dirigenti e intellettuali conservatori che ha contribuito a consolidare quella evoluzione, trasformandola da idiosincrasia personale di Trump in una vera e propria corrente politica strutturata. Figure come J.D. Vance, Marco Rubio e Josh Hawley hanno progressivamente spostato il dibattito repubblicano verso temi come la politica industriale, la competizione con la Cina, la protezione dei lavoratori americani, la restrizione dell’immigrazione e le cosiddette guerre culturali. La Convention repubblicana del 2024, da questo punto di vista, è stata interpretata da molti osservatori come il simbolo definitivo di questo passaggio: la candidatura di Vance alla vicepresidenza e la crescente influenza della cosiddetta New Right hanno mostrato come il trumpismo non fosse più soltanto un movimento personale costruito attorno alla figura del leader, ma una corrente politica dotata di propri quadri, propri intellettuali e proprie priorità programmatiche.
Le sconfitte di Cornyn e Cassidy, in questo quadro, suggeriscono però che la trasformazione del GOP non riguarda soltanto le idee o il programma politico, ma anche il modo in cui il partito seleziona ormai la propria classe dirigente. Entrambi erano conservatori, entrambi avevano una lunga esperienza istituzionale; Cornyn aveva votato con Trump nel 99% dei casi e ne aveva sostenuto l’assoluzione in entrambi i processi di impeachment, Cassidy aveva cercato negli ultimi anni di ricostruire un rapporto di collaborazione con il presidente. Eppure questo non è bastato. Nel GOP contemporaneo, la fedeltà personale a Trump sembra contare almeno quanto l’allineamento ideologico, e in alcuni casi anche di più: Cornyn è stato sconfitto non perché fosse moderato, ma perché percepito come insufficientemente leale, mentre Cassidy è stato punito per aver votato a favore della condanna di Trump dopo il 6 gennaio. In entrambi i casi, gli elettori repubblicani hanno preferito candidati più strettamente identificati con il movimento MAGA, anche quando questa scelta comportava rischi evidenti sul piano dell’elettoralità generale.
Il paradosso della forza personale
Questa crescente identificazione tra Trump e il Partito Repubblicano, però, produce anche un possibile rischio elettorale di lungo periodo. Più il presidente consolida il proprio controllo sulle strutture del partito, infatti, più il destino del GOP tende inevitabilmente a coincidere con quello della sua popolarità personale, in un meccanismo che funziona bene quando i numeri del presidente sono solidi ma che può trasformarsi in un problema strutturale quando quegli stessi numeri iniziano a cedere. Il paradosso, da questo punto di vista, è che Trump appare oggi molto più forte all’interno del Partito Repubblicano di quanto non sia nel paese nel suo complesso. Secondo un sondaggio pubblicato dal New York Times e dal Siena College nel maggio di quest’anno, il presidente registra un indice di approvazione del 37%, il livello più basso del suo secondo mandato. Soltanto il 30% degli elettori ritiene corretta la decisione di entrare in guerra contro l’Iran, mentre il 64% la considera un errore. Anche sull’economia, tradizionalmente uno dei suoi punti di forza, il tasso di disapprovazione ha raggiunto il 64%. Pur in uno stato Repubblicano come il Texas (della natura particolare di questo stato avevamo parlato, però, nella scorsa newsletter), un candidato con molte controversie come Paxton in molti sondaggi è indietro rispetto allo sfidante Talarico.
All’interno del GOP, però, Trump conserva un potere senza pari, e le sconfitte di Cornyn e Cassidy lo dimostrano meglio di qualsiasi altro dato: in un partito sempre più costruito attorno alla sua figura, basta un suo endorsement per ribaltare carriere ventennali di senatori in carica. È una forza che nelle primarie continua a non avere rivali, ma che alle elezioni generali di novembre rischia di trasformarsi in un peso, soprattutto in stati dove il consenso del presidente è ormai in calo significativo.




