La guerra delle mappe: ora anche i Dem puntano sul gerrymandering
Dopo la spinta di Trump, anche i Democratici hanno abbracciato la pratica che per anni avevano denunciato
Il tema del gerrymandering, ciclicamente, torna ad essere uno degli argomenti più dibattuti nella politica americana. Lo è a maggior ragione oggi, quando la questione è al centro di un’accesissima contesa elettorale fra i due partiti, che potrebbe riscrivere i contorni intorno ai quali si giocano le regole che decideranno le prossime midterm. Dopo che Donald Trump ha spinto il Partito Repubblicano a ridisegnare i distretti degli stati guidati dal GOP, i Democratici (che a lungo negli scorsi anni avevano usato una retorica volta a limitare questa pratica) hanno risposto in maniera forse ancora più aggressiva in California e Virginia. Per capire la situazione e il modo in cui potrebbe influenzare la prossima tornata elettorale, però, è bene riprendere cosa si intende con gerrymandering e redistricting.
Che cos’è il gerrymandering
Il gerrymandering indica la pratica di ridisegnare i confini dei distretti elettorali con l’obiettivo di favorire un partito o penalizzarne un altro. Negli Stati Uniti, dove i distretti per la Camera dei Rappresentanti vengono aggiornati dopo ogni censimento decennale, questo processo è formalmente legale e nella maggior parte dei casi affidato alle legislature statali. In assenza di criteri federali stringenti, il disegno delle mappe elettorali diventa così uno spazio di competizione politica a tutti gli effetti, in cui il controllo istituzionale di uno stato può tradursi in un vantaggio duraturo nella distribuzione dei seggi.
Il termine risale al 1812, quando il governatore del Massachusetts Elbridge Gerry approvò una riorganizzazione dei distretti costruita per avvantaggiare il proprio partito. La forma particolarmente irregolare di uno di essi, paragonata a una salamandra, diede origine al termine “gerrymander”, da allora utilizzato per descrivere ogni manipolazione dei confini elettorali a fini politici.
Nel tempo si sono consolidate due tecniche principali. La prima è il packing, che consiste nel concentrare gli elettori dell’opposizione in un numero limitato di distretti, dove ottengono vittorie ampie ma inefficienti dal punto di vista della rappresentanza. La seconda è il cracking, cioè la dispersione di quegli stessi elettori in più distretti, così da impedirgli di raggiungere la maggioranza. Attraverso queste strategie è possibile intervenire sui cosiddetti “voti sprecati”, trasformando una distribuzione relativamente equilibrata del consenso in una distribuzione dei seggi fortemente sbilanciata.
Proprio questa capacità di incidere sulla traduzione dei voti in seggi spiega perché il gerrymandering sia da tempo al centro del dibattito politico e giuridico. Pur essendo stato utilizzato in maniera estesa da entrambi i principali partiti, i suoi effetti, dalla riduzione della competitività elettorale all’accentuazione della polarizzazione, sollevano interrogativi profondi sulla qualità della rappresentanza democratica. Il punto cruciale è che, intervenendo sui confini dei distretti, si altera il rapporto tra elettori ed eletti: non sono più soltanto i cittadini a determinare l’esito delle elezioni, ma anche il modo in cui quegli stessi cittadini vengono distribuiti nello spazio elettorale.
Perché se ne riparla: il caso Virginia
In questi giorni si parla di gerrymandering soprattutto in relazione a un referendum tenuto in Virginia, che ha fatto discutere per il vantaggio particolarmente estremo che il Partito Democratico si è costruito. Gli elettori hanno infatti approvato una nuova mappa dei distretti congressuali fortemente sbilanciata, che potrebbe consentire ai Dem di conquistare fino a nove o dieci seggi su undici, in uno stato che nelle elezioni recenti si è espresso con margini molto più contenuti.
Per ottenere questo risultato, la nuova mappa estende l’influenza delle aree urbane e suburbane, in particolare quelle legate all’area di Washington, verso territori più rurali, distribuendo l’elettorato democratico in modo tale da rendere competitivi distretti che, in condizioni normali, sarebbero contendibili o addirittura favorevoli ai Repubblicani. Allo stesso tempo, però, il risultato del referendum è stato tutt’altro che plebiscitario. Il “sì” ha prevalso con uno scarto minimo, intorno al 51%, ben al di sotto dei margini con cui i Democratici avevano vinto le elezioni recenti nello stato.
Questo dato assume un significato più ampio se si considera che il voto è stato osservato da entrambi i partiti come un test del clima politico nazionale in vista delle midterm. Come scrive New York Times, il risultato ha offerto elementi di lettura utili a entrambi gli schieramenti. Per i Democratici si tratta di una vittoria significativa, soprattutto per l’impatto diretto sulla distribuzione dei seggi. I Repubblicani, però, hanno evidenziato la capacità di contenere il distacco in uno stato favorevole agli avversari, trasformando un risultato negativo in un segnale politico non trascurabile.
Questo aspetto non rappresenta una sorpresa, e si lega al modo in cui è stata condotta la campagna elettorale. Come evidenzia CNN, sostenere apertamente un gerrymandering è tradizionalmente una posizione difficile da difendere davanti agli elettori, che in passato hanno spesso bocciato misure simili quando sottoposte a referendum. Non solo: per anni gli stessi Democratici hanno costruito una parte della propria retorica politica proprio contro questo tipo di pratiche. Il cambiamento si è prodotto soprattutto in relazione a Donald Trump e ai tentativi di ridisegnare i distretti in altri stati.
Come ricostruisce ancora il New York Times nel già citato articolo, nelle fasi iniziali la campagna aveva cercato di presentare il voto come un intervento tecnico volto a riequilibrare il sistema elettorale. Nelle settimane finali, però, il messaggio è stato riorientato in chiave apertamente politica, abbandonando progressivamente anche quei tentativi retorici di neutralità e trasformando il referendum in uno strumento per contrastare l’agenda repubblicana a livello nazionale.
Il risultato finale riflette quindi una dinamica ambivalente. Da un lato, i Democratici ottengono un vantaggio significativo nella distribuzione dei seggi; dall’altro, la ristrettezza del margine e la necessità di una campagna fortemente politicizzata indicano che questo tipo di operazioni non è privo di costi in te mini d’immagine, anche se contribuisce a riequilibrare, almeno temporaneamente, il confronto nazionale sul redistricting, riducendo il vantaggio che i Repubblicani avevano costruito in altri stati. Si tratta però di un equilibrio instabile, che potrebbe essere nuovamente modificato da ulteriori interventi, in particolare in stati come la Florida. Ed è proprio questa instabilità, più che il singolo risultato, a spiegare perché la Virginia non possa essere letta come un caso isolato, ma come parte di una dinamica più ampia.
Gli altri stati
Per comprendere fino in fondo il significato del voto in Virginia, è necessario allargare lo sguardo. Quello a cui si sta assistendo negli Stati Uniti non è una sequenza di episodi isolati, ma uno dei più ampi cicli di redistricting “fuori calendario” della storia recente. Tradizionalmente, infatti, i confini elettorali vengono ridisegnati una volta ogni dieci anni, dopo il censimento. Il fatto che numerosi stati stiano intervenendo a metà ciclo elettorale rappresenta una rottura significativa rispetto a questa prassi consolidata.
Come sottolinea PBS News, l’origine di questa dinamica può essere fatta risalire all’estate del 2025, quando Donald Trump ha spinto i Repubblicani del Texas a ridisegnare i distretti per rafforzare la propria posizione in vista delle elezioni di metà mandato. Da quel momento, il redistricting è diventato uno strumento esplicitamente strategico, innescando una reazione a catena che ha coinvolto stati controllati da entrambi i partiti.
Il caso del Texas resta il punto di partenza più emblematico. Qui, sotto la guida del governatore Greg Abbott, è stata approvata una nuova mappa capace di creare fino a cinque distretti favorevoli ai Repubblicani. Il processo è stato accompagnato da un duro scontro politico e istituzionale, con i Democratici arrivati fino ad abbandonare l’aula per bloccare i lavori, e da una complessa battaglia legale, conclusasi con il via libera della Corte Suprema all’utilizzo della nuova mappa per le elezioni del 2026.
A quella mossa ha risposto in modo speculare la California. Qui, però, il passaggio è stato ancora più significativo dal punto di vista istituzionale: per superare il vincolo di una commissione indipendente incaricata del redistricting, i Democratici hanno promosso un referendum costituzionale. La proposta, sostenuta dal governatore Gavin Newsom, è stata approvata con un ampio margine e ha permesso di introdurre una nuova mappa che potrebbe garantire fino a cinque seggi aggiuntivi al partito. È uno dei casi più chiari in cui una regola pensata per limitare il gerrymandering è stata aggirata attraverso un intervento politico diretto.
A questi stati potrebbe aggiungersi presto anche la Florida. Il governatore Ron DeSantis ha già convocato una sessione speciale per ridisegnare i distretti, con l’obiettivo di ottenere fino a cinque seggi aggiuntivi per i Repubblicani. A differenza di altri stati, però, qui esiste un vincolo costituzionale esplicito contro il gerrymandering partitico, il che rende il processo più incerto e potenzialmente esposto a contenziosi giudiziari.
Accanto a questi casi principali, si sviluppa una costellazione di interventi minori ma non meno significativi. In stati come il Missouri e la North Carolina, le legislature repubblicane hanno approvato nuove mappe per consolidare il proprio vantaggio. In Ohio il ridisegno è stato imposto da vincoli costituzionali interni, mentre in Utah è stata la magistratura a intervenire direttamente, imponendo una mappa alternativa dopo aver giudicato illegittima quella precedente. In altri contesti, come Maryland o New York, tentativi analoghi sono stati invece bloccati o rallentati da resistenze politiche o decisioni giudiziarie.
Il risultato complessivo è una competizione diffusa, in cui ogni stato diventa un tassello di un equilibrio nazionale più ampio. Le stime attuali suggeriscono che entrambi i partiti potrebbero ottenere un numero simile di seggi aggiuntivi grazie a queste operazioni, trasformando il redistricting in una sorta di partita a somma zero. Tuttavia, questo equilibrio resta instabile e dipende sia dagli sviluppi legali ancora in corso sia dall’esito di eventuali ulteriori interventi, a partire proprio dalla Florida.





